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	<title>.speropoli &#187; .focus cinema</title>
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	<description>rivista di cinema, pellicole e visioni di mondo</description>
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		<title>Burton&#8217;s Wonderland</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Jan 2010 22:30:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ileana</dc:creator>
				<category><![CDATA[.focus cinema]]></category>
		<category><![CDATA[biografia]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<category><![CDATA[Tim Burton]]></category>

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		<description><![CDATA[Chi lo avrebbe mai detto che un dark man come Timothy Burton avesse mosso i suoi primi passi nel mondo Disney… e invece è proprio così.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Chi lo avrebbe mai detto che un dark man come <strong>Timothy Burton</strong> avesse mosso i suoi primi passi nel mondo Disney… e invece è proprio così. I suoi inizi sono a fianco di Red e Toby.</p>
<p><strong>Ma facciamo qualche passo indietro.</strong> Al blocco 2000 di Evergreen Street, vicino al cimitero di Valhalla, vive un ragazzino introverso che sta sempre chiuso in casa. Il papà impiegato, la mamma commessa. Passa il tempo davanti alla televisione a guardare cartoni animati e film horror. Un giorno nella sua città, la società che si occupa dello smaltimento dei rifiuti indice un concorso per disegnare i manifesti dell&#8217;azienda. Il ragazzino partecipa e vince. Per un anno intero tutta la cittadina è tappezzata dei suoi disegni. Passano gli anni, Tim cresce, frequenta il liceo e vince una borsa di studio per il corso di animazione del <em>California Institute of Art</em>. Ignaro del futuro che lo aspetta ha per compagna inseparabile la sua super8.</p>
<p><strong>Ed eccoci al capitolo Disney.</strong> Grazie al corso di animazione a al suo talento come disegnatore, Tim entra nell’azienda Disney. Partecipa a vari progetti tra cui, come si diceva, la realizzazione dei personaggi di <em>Red e Toby nemiciamici</em> e della pellicola fantascientifica <em>Tron</em>. Continua con i suoi corti d’animazione e inizia a seguire alcune regie per la televisione. È il momento di <em>Taron e la pentola magica</em>, quando, non troppo difficile da credere, i rapporti con la Disney si incrinano. I semi della discordia sembrano essere stati il corto animato <em>Vincent</em>, un omaggio a <a href="http://www.mymovies.it/biografia/?a=583" target="_blank">Vincent Price</a>, suo idolo fin da piccolo, principale attore degli horror di Roger Corman che tanto lo appasionavano; e <em>Frankenweenie</em>, ispirato alla figura di Frankenstein, qui impersonificato da un cane (da cui pare trarrà un lungometraggio a breve…). Le sue inclinazioni non incontrano il gusto Disney, diciamo che non sono proprio sulla stessa lunghezza d’onda&#8230;</p>
<p>È nell’85 che si accinge a realizzare il suo <strong>primo lungometraggio</strong> <em>Pee-Wee&#8217;s Big Adventure</em> che gli procura grande popolarità insieme a <em>The Jar</em>, un episodio della serie TV &#8220;Alfred Hitchcock Presenta…&#8221;. Alle prese con la regia di un horror, all’ultimo si tira indietro. Le redini del film vengono prese da Cronemberg, il risultato sarà <em>La mosca</em>. Per Burton è l’inizio di una lunga serie di rifiuti. Non trova niente che lo convinca, nulla di abbastanza originale. Fino a <em>Beetlejuice &#8211; spiritello porcello</em> un film dell’88 interpretato dal suo attore feticcio Michael Keaton, con cui conquista il grande pubblico e l&#8217;Oscar per il miglior trucco.</p>
<p><strong>E poi via… l’avventura ha inizio</strong>. Con <em>Batman</em> vincerà l&#8217;Oscar per le migliori scenografie. Un tale successo al botteghino che a Tim sarà chiesto di ripetere l’esperienza con il sequel <em>Batman – Il ritorno</em>. Poi è il turno dello strepitoso e surreale <em>Edward mani di forbice</em>. Una favola dark intessuta di denucia sociale da non perdere. <a href="http://www.speropoli.it/2009/12/24/the-nightmare-before-christmas-cose-20-12-09/" target="_self"><em>Nightmare Before Christmas</em></a> da lui scritto e prodotto, un cult intramontabile, una favola di Natale impreziosita nella versione italiana dalla fantastica interpretazione di Renato Zero (che ha un suo piccolo cammeo nel cagnolino Zero, per l’appunto). E non dimentichiamo la biografia romanzata del regista di B-movies Ed Wood, dal titolo omonimo, che alcuni ritengono racchiuda la sua poetica. E anche qui arriva l&#8217;Oscar, miglior trucco e miglior attore non protagonista (Martin Landau). Nel ’96 è il turno di <em>Mars Attack!</em>, film difficile che fa il verso a un certo cinema di fantascenza e ispira i suoi personaggi alle figurine Topps di moda negli anni &#8216;60. A chiudere gli anni novanta un’altra favola dark da non perdere, <em>Il mistero di Sleepy Hollow</em> (Oscar per la miglior scenografia) tratto da un racconto di Washington Irving.</p>
<p><strong>Alla conquista di Hollywood. </strong>Il 2001 è l&#8217;anno de <em>Il pianeta delle scimmie</em>, a mio parere uno dei film meno riusciti. Sul set incontra quella che sarà la sua nuova musa ispiratrice e compagna di vita, Helena Bonham Carter. Sullo schermo è la volta di <em>Big Fish</em>, poi il remake de <em>La fabbrica di cioccolato</em>, (per i cui costumi nel 2005 Gabriella Pescucci vince il Nastro d&#8217;argento), e <em>La sposa cadavere </em> codiretto con Mike Johnson che ottine a Venezia il Future Film Festival Digital Award. Ed eccoci a <em>Sweeney Todd</em> fantastico musical ispirato alla leggenda del vendicativo barbiere vissuto nella Londra nel 1700. Rispetto al classico musical in scena a Broadway, Burton ha segato i balli e ridotto le canzoni ai singoli protagonisti. Il risultato è davvero notevole. Dante Ferretti, ex-collaboratore di Fellini, ha ricevuto l’Oscar per la scenografia. Tim Burton dichiara: &#8220;Il mio musical è un omaggio al genio di Fellini&#8221;.</p>
<p><strong>Nel 2007 </strong>alla 64° Mostra Internazionale d&#8217;Arte Cinematografica di Venezia viene riconosciuto  tra i grandi del cinema con il <strong>Leone d&#8217;oro alla carriera</strong>. I lavori di Burton sono caratterizzati da una visione cupa a tratti grottesca della realtà restituita a tinte surreali. È come se andasse alla ricerca degli aspetti più scuri della società e dell’animo umano sapendo coglierli con empatia, scovandone il lato melanconico. Tim Burton ha saputo dare qualcosa di unico nel panorama cinematografico. Il suo è un cinema dark alternativo, surreale e visionario. I mondi di cui si occupa sono quelli degli esclusi, degli incompresi. E tutta la sua cinematografia è intrisa di questi elementi, nei temi e nello stile. Inoltre, il regista ha il merito di avvicinare due mondi che rimangono spesso troppo lontani: l’industria di hollywood e il cinema d’autore.</p>
<p>Beh caro Timothy, aspettiamo con impazienza di ascoltare la tua prossima fiaba.</p>
<p><strong>Curiosità:</strong></p>
<ul>
<li> è stato regista del videoclip <a href="http://www.youtube.com/watch?v=OMulkrbTNU0&amp;feature=PlayList&amp;p=490DAE8156D15B27&amp;playnext=1&amp;playnext_from=PL&amp;index=56" target="_blank"><em>Bones</em></a> del gruppo rock The Killers</li>
<li>fino al 26 aprile 2010 al <a href="http://www.moma.org/interactives/exhibitions/2009/timburton/" target="_blank">MOMA</a> di New York è in corso una mostra a lui dedicata</li>
<li>il suo sito web merita: <a href="http://www.timburton.com" target="_blank">www.timburton.com</a></li>
</ul>
<p><strong>Bibliografia:</strong></p>
<p>“Tim Burton” di Antoine De Baecque &#8211; Edizioni Lindau, 2007 (traduzione di S. Mondino)<br />
“Tim Burton” di Spanu Massimiliano &#8211; Edizioni Il Castoro, 2007<br />
&#8220;Morte Malinconica del Bambino Ostrica&#8221; di Tim Burton &#8211; Giulio Einaudi editore, 2006 (traduzione di Nico Orengo)<br />
&#8220;Nightmare before Christmas&#8221; di Tim Burton &#8211; Mondadori ed., 1994 (Traduzione di G. Padoan)</p>
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		<title>Quentin Tarantino r-evolution</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Dec 2009 15:16:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mattia</dc:creator>
				<category><![CDATA[.focus cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Bastardi senza gloria]]></category>
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		<description><![CDATA[Ed ecco il cinema di Quentin. Dove scompaiono le differenze tra personaggi principali e secondari, si sfumano i confini tra forma e materia, dove ogni ambiente, ogni contesto, convergono in più prospettive e viceversa, in una continua spirale dialettica...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi ricordo quando <strong>Bruce</strong> perdeva tempo per scegliere l’arma  con cui liberare <strong>Marsellus Wallace</strong>. Già quello era un momento che preannunciava  una sorta di rivoluzione del cinema; ogni arma avrebbe deciso i parametri  estetici della messa in scena, ogni scelta avrebbe attivato nello spettatore un  immaginario di genere corrispondente. E cosa fece Bruce? Scelse la katana.</p>
<p><strong>Ed ecco il cinema di </strong><strong>Quentin</strong>. Dove scompaiono le differenze  tra personaggi principali e secondari, si sfumano i confini tra forma e  materia, dove ogni ambiente, ogni contesto, convergono in più prospettive e  viceversa, in una continua spirale dialettica. Dove la narrazione non vuole mai  arrivare ad un punto, ma solo attivare nuove occasioni di svolta e nuovi snodi  per l’intreccio. Tant’è che ogni suo film potrebbe essere visto come una  puntata di un <em>serial</em>.</p>
<p>C’è da dire che sicuramente <strong>molti sono gli ispiratori del  diabolico genietto</strong> postmoderno. Da <strong>Kubrick</strong> a <strong>Leone</strong>, infatti, possiamo già  intravedere tratti di questa sua vocazione per il &#8220;<strong>cristallo rotto</strong>&#8220;, di questo  suo cinema fatto di pezzi, di strappi, senza né capo, né coda. Ma sarebbe  sbagliato interpretare tale frammentarietà come un universo privo di senso.  Ogni scena, ogni citazione ed evento, infatti, riflettono con tenacia sempre  una luce comune. Il segreto sta nel riuscire a scoprirne la fonte.</p>
<p><strong>Un film di </strong><strong>Tarantino è come una pagina web</strong>: un testo  virtuale costituito da una miriade di link narrativi, le cui parole chiave  sono: bellezza e violenza. Anche la sua ultima opera &#8220;<a href="http://www.speropoli.it/2010/03/01/bastardi-senza-gloria-di-quentin-tarantino/">Bastardi senza gloria</a>&#8221;  può esprimere un&#8217;idea di questo tipo. Basti pensare a Aldo Raine, capobanda dei  bastardi, un mix poliedrico di profili: baffetti alla <strong>Errol Flynn</strong>, faccia da  bullo, coltellaccio da Rambo, mascellone da &#8220;Padrino&#8221;, tutti incorniciati dal  bel volto di <strong>Bradd Pitt</strong>, storpio, con una cicatrice gigante sul collo.</p>
<p><strong>E rimanendo sullo stesso film</strong>. Che dire dello spettacolare  attacco da cardiopalma? Casetta nella prateria, Morricone in sottofondo e poi  gli stivali dell’elegante colonnello <strong>Hans Landa</strong> (interpretato magnificamente da  <strong>Cristoph Waltz</strong>). I dialoghi perfetti, gli occhi del contadino francese, le tre  figlie bellissime, il bianco del latte (che quasi ne senti il sapore) e poi la  strage tremenda di quella famiglia nascosta, come i topi, da cui però scampa la  piccola ebrea (una nuova <strong>Uma</strong>?).</p>
<p>Bianco sporco, furia e calma, silenzi e parole  che rombano come colpi di mortaio. Bellezza e violenza, senza capirne i  contorni, senza distinguerne i confini. Il cinema di Quentin ci riguarda  parecchio: un luogo metaforico dove il lungometraggio pulp delle nostre vite di  oggi si ritrova a osservare se stesso.</p>
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		<title>Automi. Un omaggio a Georges Méliès</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Jun 2009 19:19:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Méliès nasce nell'inverno del 1861 e di mestiere crea illusioni. Come hobby fabbrica sogni...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Méliès era un cinesta, ma prima ancora un mago, un prestigiatore. Costruiva e dipingeva scenografie e aveva una grande passione per gli automi. Un omaggio a Méliès &#8211; <strong>rielaborazione grafica di alcune scene dei suoi film e qualche esempio delle opere esposte al Modern Automata Museum</strong>. Artisti: Neil Hardy, Peter Markey, Keith Newstead, Walter Ruffler, Eric Williamson.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Nasce nell’inverno del 1861 e di mestiere crea illusioni. Come hobby fabbrica sogni.<br />
<strong>E’ il padre fondatore del cinema di fantascienza, del cinema horror e più in generale del cinema di narrazione.</strong> E’ con lui che nasce il linguaggio cinematografico del montaggio. E’ lui l’inventore dell&#8217;esposizione multipla, della dissolvenza e del colore.</p>
<p><strong>Il montaggio sembrerebbe essere nato grazie ad un suo errore: </strong>mentre stava girando un film all&#8217;aperto, gli si inceppò la cinepresa per appena qualche secondo. Riguardando il girato, Méliès si accorse che dove prima c&#8217;era una carrozza, qualche frame dopo era comparso un carro funebre&#8230; Ed ecco il trucco magico, ed ecco la fantasmagoria. Il cinema, grazie al montaggio, diventa l&#8217;&#8221;arte della meraviglia&#8221;<br />
La parola d’ordine divenne: metamorfosi. Contaminazione letteraria, teatro dell’impossibile. E la sua arte divenne anarchica. Il cinematografo divenne cinema.</p>
<p>Nella sua cariera di cineasta realizzò più di 1500 film di cui perlopiù non abbiamo memoria. L&#8217;epilogo della sua vita non manca di singolarità e suggestione: <strong>finì povero, alle prese con un chiosco di giocattoli.</strong></p>
<p>E poi iniziò una nuova vita. <strong>Venne riscoperto dai surrealisti che organizzarono la prima retrospettiva cinematografica della storia</strong>.</p>
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		<title>La Marijuana al cinema: storia di una mentalità che cambia (II)</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Feb 2009 11:30:00 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[.focus cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[La ventata di nuovo arrivata negli anni della contestazione, il "mito dello sballo" o del consumo di certe droghe, non tarda a uscire dal contesto giovanile...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Gli anni &#8216;70: verso la soluzione del conflitto generazionale</strong></p>
<p><strong>La ventata di nuovo arrivata negli anni della contestazione</strong>, il &#8220;mito dello sballo&#8221; o del consumo di certe droghe, non tarda a uscire dal contesto giovanile e a fare breccia anche in una larga parte della società degli &#8220;adulti&#8221;, almeno di quelli più progressisti. Sono gli anni della riflessione e della comprensione di certe esigenze e di certi comportamenti. E i segni del cambiamento in atto a partire dagli anni &#8216;70 si vedono anche al cinema. La mediazione in atto tra giovani e adulti è descritta per esempio in modo esplicito in <strong><em>Taking off </em></strong>(Usa, 1971) di Milos Forman.</p>
<p><img class="alignright" style="border: 1px solid black; margin-top: 1px; margin-bottom: 1px;" title="Milos Forman" src="http://www.speropoli.it/wp-content/uploads/2009/01/Forman_Portrait.jpg" alt="Milos Forman" width="200" />I coniugi Larry e Lynn Tyne cercano disperatamente la figlia Jeannie che non è rincasata come tutte le altre sere. Quando finalmente la giovane fa ritorno a casa dopo essere stata a una manifestazione hippy gli interrogatori e l&#8217;atteggiamento dei genitori si fanno per lei inaccettabili e perciò si allontana nuovamente. Dopo vane ricerche mamma e papà si rivolgono a un&#8217;associazione di genitori e qui sono indotti a fare un&#8217;esperienza diretta con la marijuana cosa che li aiuterà a comprendere un po&#8217; più da vicino la mentalità della figlia &#8220;hippie&#8221;. Così, inebriati dalla droga, Larry e Lynn con altri genitori e rappresentanti della media borghesia americana finiscono per dare una festa dove si lasciano andare e si dimostrano non diversi dai giovani hippy, almeno nelle esigenze. E&#8217; proprio in quel mentre che torna la figlia e trova i genitori in atteggiamenti che non avrebbe mai immaginato. E&#8217; il momento della reciproca comprensione e del superamento delle barriere generazionali. Lontano dal mito dello sballo ma anche dal moralismo e dai pregiudizi questo film riconosce alla marijuana per lo meno un ruolo liberatorio e addirittura risolutore, per quanto non positivo. Il tabù della marijuana-eroina distruttiva è caduto.</p>
<p><img class="alignright" style="border: 1px solid black; margin: 1px;" title="Fuga di mezzanotte" src="http://www.speropoli.it/wp-content/uploads/2009/01/mezzanotte.jpg" alt="Fuga di mezzanotte" width="200" />Non dissimile, anche se il film ha un altro intento, è il quadro che si evince nel 1978 dal film<em> <strong>Fuga di mezzanotte</strong></em> (<em>Midnight Express</em>) di Alan Parker. Una denuncia urlante della situazione carceraria turca. Billy Hayes (alias Brad Davis) è un giovane americano che cerca di esportare dalla Turchia due chilogrammi di hashish (che come la marijuana è un derivato della cannabis) più per uso personale e goliardia che non per delinquenza e spaccio. Ed è questa la chiave del film e la mentalità differente rispetto al passato. La tesi è che il giovane non ha fatto niente di male né di grave, ma è condannato con l&#8217;accusa di spaccio a 30 anni di carcere dall&#8217;inumana e insopportabile rigidezza e crudeltà. Da qui il rovesciamento della situazione: il giovane arrestato non è un criminale al contrario della polizia e dell&#8217;allucinante sistema carcerario che viola tutti i diritti umani.</p>
<p><strong>Gli anni &#8216;80: la caduta dei tabù</strong></p>
<p><strong>Negli anni &#8216;80 sembra che il tema della denuncia scompaia.</strong> Quasi come se non ci sia più bisogno di spiegare che le canne non sono un male in assoluto che porta alla rovina. Sembra che ormai tutti, anche quanti non ne hanno fatto esperienza in prima persona per lo meno le considerino soltanto come una piccola trasgressione che di tanto in tanto è lecita. Che lo spinello non uccida, non provochi dipendenza e che il suo uso sia sostanzialmente equiparato a quello di una bevuta è un concetto ormai diffuso e allargato nella società. E analogamente viene meno anche il mito un po&#8217; &#8220;freaketone&#8221; della droga e dello sballo. Questo nuovo approccio più ispirato al buon senso si vede bene nel cinema americano di cassetta. <img class="alignright" style="border: 1px solid black; margin: 1px;" title="Dalle 9 alle 5... orario continuato" src="http://www.speropoli.it/wp-content/uploads/2009/01/orariocontinuato.jpg" alt="Dalle 9 alle 5... orario continuato" width="200" /></p>
<p>Un esempio interessante: <strong><em>Dalle 9 alle 5&#8230; orario continuato</em> </strong>(<em>Nine to five</em>) di Colin Higgins, una commedia americana per tutti del 1980 con Jane Fonda (Judy) Dolly Parton (Doralee) e Lly Tomlin (Violet) &#8211; vedi foto &#8211; che contiene una scena che sarebbe stata inaccettabile per l&#8217;america degli anni &#8216;50. Le tre donne insoddisfatte e bistrattate dal capoufficio solidarizzano e si coalizzano contro il potere maschile. Una sera si ritrovano tutte e tre e, un po&#8217; per trasgressione, un po&#8217; per frustrazione, si fumano uno spinello che sembra avere un ruolo molto liberatorio. Tra le incontenibili risate scatta poi tra loro la complicità e quel pizzico di follia che le porterà ad elaborare il loro piano di segregazione dell&#8217;odiato capoufficio. La generazione contestatrice e fumatrice degli anni &#8216;60 ha, 20 anni dopo, raggiunto la maturità e l&#8217;uso che fa dell&#8217;erba è più consapevole e non scandalizza più il ceto medio.</p>
<p>Che l&#8217;erba e le canne negli anni &#8216;80 non siano più un tabù nemmeno in Italia è testimoniato dal fatto che persino l&#8217;albertone nazionale in un film del 1988 si lascia andare a questa esperienza senza che nulla di male gli succeda. <img class="alignright" style="border: 1px solid black; margin: 1px;" title="Una botta di vita" src="http://www.speropoli.it/wp-content/uploads/2009/01/bottadivita.jpg" alt="Una botta di vita " width="200" />Nel film <em><strong>Una botta di vita</strong> </em>di Enrico Oldoini, i due pensionati Giuseppe Mondardini (Bernard Blier) e Elvio Battistini (Alberto Sordi) in una vacanza fatta di contrattempi e di litigi si concedono uno spinello &#8211; che mostrano di apprezzare &#8211; offerto loro da Camilla giovane e avvenente autostoppista.</p>
<p>Una deliziosa pellicola di successo molto ironica, tutta incentrata sul tema della marijuana è<strong> <em>L&#8217;erba di Grace</em></strong> (Canada 1998) per la regia di Anthony Harrison. Grace è una mite signora di mezza età con l&#8217;hobby del giardinaggio. Rimasta vedova la donna scopre presto che il marito le ha lasciato una quantità di debiti a cui deve fare fronte di proporzioni impensabili. Così, con tutta naturalezza quando il giardiniere le propone di trasformare la sua meravigliosa serra di orchidee in una piantagione di marijuana, Grace accetta e comincia una coltivazione industriale, grazie al suo noto pollice verde. L&#8217;ironia della commedia sta proprio nella naturalezza con cui l&#8217;anziana signora traffica tra piante e spacciatori. Alla fine tutto il paese lo viene a scoprire, persino il poliziotto che chiude un occhio, perché tutti, anche i rappresentanti della legge sanno che questo reato in realtà non merita troppa attenzione. L&#8217;unico vero problema sono le enormi quantità e l&#8217;enorme valore del raccolto della vecchia signora. Ma questo si risolve con la distruzione dell&#8217;intero raccolto in un enorme incendio che non può che inebriare l&#8217;intero paese.</p>
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		<title>La Marijuana al cinema: storia di una mentalità che cambia (I)</title>
		<link>http://www.speropoli.it/2009/01/10/la-marijuana-al-cinema-storia-di-una-mentalita-che-cambia/</link>
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		<pubDate>Sat, 10 Jan 2009 14:03:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il cinema non è solo un'arte, è anche la storia della nostra società e del nostro modo di essere. Il '900 è storicamente il primo secolo ad aver lasciato delle testimonianze audiovisive della propria epoca...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il cinema non è solo un&#8217;arte, è anche la storia della nostra società e del nostro modo di essere.</strong> Il &#8216;900 è storicamente il primo secolo ad aver lasciato delle testimonianze audiovisive della propria epoca. E allora partendo da queste premesse, abbiamo voluto qui tentare di abbozzare un viaggio trasversale attraverso le pellicole più famose, alla ricerca di come il tema della marijuana sia stato toccato, affrontato, ironizzato da grandi registi e grandi attori di diverse epoche. Il primo dato importante che emerge è l&#8217;enorme quantità di informazioni a disposizione, molto più ampia di quanto non si potrebbe forse pensare a prima vista. E non stiamo parlando solo di film esplicitamente dedicati alla marijuana o che hanno per tema storie di droga, questa sarebbe un&#8217;altra ricerca. Il nostro intento è quello tentare di raccogliere una serie di scene sparse qua e là all&#8217;interno di pellicole che principalmente parlano di altri temi. E&#8217; l&#8217;analisi di queste scene non fondamentali, di questi particolari apparentemente secondari che meglio ci aiuta a scoprire la mentalità sottostante che di volta in volta emerge a proposito di questa sostanza. Naturalmente questo articolo non ha nessuna pretesa di completezza, una raccolta sistematica di tutte queste scene sarebbe un&#8217;impresa molto più ampia. Però qualche esempio tratto dai film più famosi è già sufficiente per farsi un&#8217;idea abbastanza significativa di come siano andate le cose.</p>
<p><strong>Gli anni &#8216;30-&#8217;50: una droga terribile</strong></p>
<p>Sappiamo che il proibizionismo e l&#8217;ostracismo della marijuana nascono negli USA negli anni &#8216;30 del secolo scorso, subito dopo l&#8217;abolizione del proibizionismo dell&#8217;alcol, per una campagna di opinione  massiccia e non basata su prove scientifiche. In quegli anni l&#8217;opinione pubblica e persino la polizia, erano indifferenti al problema dell&#8217;uso di marijuana. Il consumo di questa sostanza era diffuso prevalentemente nei ghetti neri e si era legato al fenomeno musicale della nascita del jazz esattamente come negli anni &#8216;60 il consumo di derivati della cannabis e di altre droghe era legato ai movimenti di contestazione e alla musica dell&#8217;epoca. E sicuramente proprio la proibizione dell&#8217;alcol aveva anche in qualche modo incentivato il consumo e la diffusione di questa sostanza. La massiccia campagna contro la droga derivava poi forse anche da un altro fatto. La nascita dell&#8217;eroina, sintetizzata dalla Bayer e messa sul mercato nel 1898 come analgesico insieme all&#8217;aspirina, era stata libera e priva di controindicazione sino agli anni &#8216;20, quando ci si rese conto che dava assuefazione e fu proibita. Sostanzialmente la battaglia per mettere fuori legge la marijuana iniziata negli anni &#8216;30 doveva sfociare, attraverso l&#8217;ONU, alla messa la bando internazionale di questa sostanza che veniva appunto equiparata &#8211; senza alcun motivo medico fondato &#8211; all&#8217;eroina. Gli effetti della marijuana venivano descritti come terrificanti: il suo consumo portava a compiere omicidi e crimini, ad assumere atteggiamenti antisociali, e inoltre veniva imputata alla cannabis una dipendenza, una serie di alterazioni irreversibili e una distruzione in generale dell&#8217;organismo.</p>
<p><a href="http://www.speropoli.it/wp-content/uploads/2009/01/dorothy_short.png"><img class="alignright alignnone size-medium wp-image-137" style="border: 1px solid black; margin: 1px;" title="Dorothy Short" src="http://www.speropoli.it/wp-content/uploads/2009/01/dorothy_short.png" alt="Dorothy Short" width="200" /></a>Nel 1936 esce negli USA un film di propaganda molto interessante da questo punto di vista. Si tratta della commedia <em><strong>Follia d&#8217;amore</strong></em> (Love Madness) con Dorothy Short e Kennet Craig. Nella pellicola vengono denunciati attraverso i racconti di un preside di liceo, i danni e i pericoli di tale sostanza e soprattutto le tragedie che il suo consumo genera. Questo approccio era tipico della campagna proibizionista di quegli anni, costruita con una metodologia pseudo-scientifica fatta di collezioni di esempi tragici di personaggi e fatti di cronaca che consumavano atroci crimini. Naturalmente che la causa delle nefandezze descritte fosse da individuarsi nella marijuana veniva dato per scontato, anche se in realtà era quello che si sarebbe dovuto dimostrare. Questa mentalità si affermerà in modo sempre più radicato radicato negli anni &#8216;40 e &#8216;50 e i pregiudizi creati sono riscontrabili sino ai giorni nostri, anche se in maniera sempre minore.</p>
<p><a href="http://www.speropoli.it/wp-content/uploads/2009/01/infernale_quinlan.jpg"><img class="alignright" style="border: 1px solid black; margin: 1px;" title="Infernale Quinlan" src="http://www.speropoli.it/wp-content/uploads/2009/01/infernale_quinlan.jpg" alt="Infernale Quinlan" width="200" /></a>Passando dalla propaganda al cinema d&#8217;autore, per avere un&#8217;idea di come la marijuana era all&#8217;epoca considerata dall&#8217;opinione pubblica possiamo dare uno sguardo per esempio a una  delle pellicole più celebri di un grande genio come Orson Wells: <em><strong>Touch of Evil </strong></em>(L&#8217;infernale Quinlan). La pellicola, uscita nel 1958, è un&#8217;amara denuncia della corruzione e del decadimento dei valori della società americana degli anni &#8216;50. Un episodio abbastanza marginale all&#8217;interno del film, è per la nostra ricerca molto interessante: Susan Vargas (Janet Leigh), moglie del detective protagonista interpretato da Charlton Heston, viene rapita e rinchiusa in una camera d&#8217;albergo e le viene somministrata a forza marijuana come fosse una tortura sino a che non cadrà stremata. La rappresentazione della scena è terribile, gli effetti appaiono devastanti, come l&#8217;orrore suscitato nello spettatore per le crudeltà inflitte.</p>
<p><strong>Gli anni &#8216;60: conflitti generazionali tra tabù e mitizzazione</strong></p>
<p>Ancora agli inizi degli anni &#8216;60 nella cinematografia americana la marijuana viene presentata come droga distruttiva sostanzialmente uguale all&#8217;eroina. <a href="http://www.speropoli.it/wp-content/uploads/2009/01/sweetbird.jpg"><img class="alignright" style="border: 1px solid black; margin: 1px;" title="La dolce ala della giovinezza" src="http://www.speropoli.it/wp-content/uploads/2009/01/sweetbird.jpg" alt="La dolce ala della giovinezza" width="200" /></a>Per esempio ne <em><strong>La dolce ala della giovinezza</strong></em> (1962) di Richard Brooks, tratto dal dramma di Tennessee Williams. L&#8217;hascish e le canne &#8211; quindi i derivati della cannabis &#8211; sono lo sfondo dove ambientare la tragedia della tossicodipendenza. Geraldine Page, ricca nobildonna, diviene preda dell&#8217;hashish e diventa una derelitta di cui Paul Newman non può avere nessun rispetto.</p>
<p>Restiamo in quegli anni, spostiamoci in Italia e confrontiamoci con il grande e intramontabile Totò. Sì, non c&#8217;è da stupirsi, perché persino il principe de&#8217; Curtis ha  avuto a che fare con la marijuana, almeno sul palcoscenico. La scena non è più drammatica ma parodistica, la droga è un pretesto per poter dare sfogo alla comicità scanzonata e all&#8217;improvvisazione di Totò, ma l&#8217;opinione di fondo sulla cannabis è la solita. Stiamo parlando di <strong><em>Che fine ha fatto Totò baby?</em> </strong>(1964) di Ottavio Alessi che mette in scena una sorta di parodia del grande successo &#8220;Che fine ha fatto Baby Jane&#8221; interpretato da Bette Davis.<br />
<a href="http://www.speropoli.it/wp-content/uploads/2009/01/toto.jpg"><img class="alignright" style="border: 1px solid black; margin: 1px;" title="Che fine ha fatto Totò baby?" src="http://www.speropoli.it/wp-content/uploads/2009/01/toto.jpg" alt="Che fine ha fatto Totò baby?" width="222" height="170" /></a>Nella commedia all&#8217;italiana Totò e Pietro sono due fratelli che vivono di espedienti e di piccoli furti. Quando rubano una valigia che però contiene il morto, nel tentativo di sbarazzarsene finiscono in una casa di campagna dove un eccentrico coltivatore di marijuana, credendoli assassini di professione, si offre di aiutarli a far sparire il cadavere se loro aiuteranno lui a uccidere la ricca quanto insopportabile moglie. Naturalmente Totò scambia la marijuana per insalata e in effetti la pianta che si vede nel film è molto più simile alla lattuga che non alla canapa, giusto per sottolineare come all&#8217;epoca non ci fosse nel senso comune italiano nemmeno l&#8217;idea di come era fatta morfologicamente questa pianta. Comunque, in un convegno di fumatori di marijuana, Totò, re degli equivoci, fa una bella scorpacciata di marijuana/insalata e diviene completamente folle al punto di commettere efferati delitti e omicidi. Il suo destino è di finire in manicomio: dal dramma si è passati alla commedia ma i pregiudizi sugli effetti rimangono invariati.</p>
<p><strong>Ma lo scenario stava cambiando rapidamente. Gli anni &#8216;60 vedevano la nascita e la diffusione di un&#8217;altra mentalità. </strong>La cultura delle droghe, e non solo della marijuana, stava per diventare una cultura di massa, legata ai movimenti giovanili, alla contestazione e alla musica rock.</p>
<p><a href="http://www.speropoli.it/wp-content/uploads/2009/01/easyrider.jpg"><img class="alignright " style="border: 1px solid black; margin: 1px;" title="Easy rider" src="http://www.speropoli.it/wp-content/uploads/2009/01/easyrider.jpg" alt="Easy rider" width="200" /></a>Tra i mille film che si possono citare come esempio di questa nuova era e di questa nuova generazione il più celebre è senz&#8217;altro <em><strong>Easy rider</strong> </em>(Usa,1969), di Dennis Hopper con Peter Fonda e Jack Nicholson. E&#8217; la storia di due hippy che attraversano gli Stati Uniti in motocicletta e incontrano uno strano avvocato alcolizzato (J. Nicholson) che si unisce a loro. La scena della sua iniziazione alla marijuana è esemplificativa. Il film, attraversato dalle musiche di Bob Dylan, Jimmy Hendrix e altri miti dell&#8217;epoca, diviene il manifesto e l&#8217;icona della nuova cultura degli anni &#8216;70. I protagonisti diventano invece le vittime della cultura dominante, in particolare il povero avvocato interpretato da Jack Nicholson che viene inutilmente assassinato da persone apparentemente benpensanti, proprio in nome del perbenismo e della normalità. E il messaggio del film è che i criminali non sono gli hippy e i giovani contestatori e consumatori di droghe, ma sono da ricercarsi dall&#8217;altra parte della barricata.<br />
(<a href="http://www.speropoli.it/2009/02/01/m/" target="_self">continua&#8230;</a>)</p>
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		<title>Il dizionario felliniano</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Sep 2008 08:27:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zop</dc:creator>
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		<description><![CDATA[6 parole la cui etimologia o il cui uso deriva dall'opera del grande maestro del cinema...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="#c3433b;"><strong><span style="#cc0000;">Premessa </span></strong></span></p>
<p><em>E&#8217; possibile misurare l&#8217;importanza di un artista dalle tracce che ha lasciato di sé nella lingua e nel dizionario? Non sto parlando dei tormentoni televisivi che poi vengono ripetuti e imitati da tutti nel tam tam orale della vita quotidiana&#8230; dalle battute di Zelig a quelle delle pubblicità più in voga. Sto parlando della lingua italiana, della lingua scritta, dei dizionari.<br />
Ho provato ad applicare questo insolito approccio a un personaggio come </em><span style="#c3433b;"><strong><em><span style="#cc0000;">Federico Fellini</span></em></strong></span><em> (1920-1993).<br />
Avendo la fortuna di lavorare sulla scrittura e sulla lingua italiana utilizzando strumenti informatici, che se si sanno usare con astuzia e consapevolezza consentono analisi linguistiche potentissime, ho provato a cercare &#8220;fellini&#8221;</em><em> nel Devoto Oli in versione elettronica (il primo completo dizionario della lingua italiana in cd-rom messo sul mercato, che ho curato nel 1993).</em></p>
<p><em>In un dizionario cartaceo non troveremmo mai il lemma &#8220;Fellini&#8221;. Grazie al computer, invece, attraversando un dizionario virtuale &#8211; slegato dalla materia &#8211; in modo trasversale, escono magicamente 6 parole la cui etimologia o il cui uso deriva dall&#8217;opera del grande maestro del cinema. A questo punto non resta che misurarne le occorrenze all&#8217;interno di banche dati giornalistiche quali quelle dell&#8217;ANSA, per verificare che effettivamente vengano impiegate con una certa frequenza. Il risultato è molto interessante.<br />
Senza gli strumenti digitali un articolo come questo sarebbe potuto uscire soltanto dalla testa di un rinomato linguista o di un esperto cinematografico di alto livello. Invece, grazie alla tecnologia che permette di estrarre le informazioni in modo trasversale e regala l&#8217;accesso alle informazioni a tutti, anche un ragazzo di 25 anni (questa era la mia età quando l&#8217;ho scritto) si ritrova in grado di assemblare delle informazioni che in altro modo sarebbero inaccessibili.<br />
E questa considerazione è molto più importante dei risultati che di seguito riporto, credo.</em></p>
<p><strong><span style="#cc0000;"><br />
<span style="#c3433b;"> Felliniano</span></span></strong>, è già un aggettivo indicativo. Ma questo termine non si trova soltanto nell&#8217;accezione, banale, di seguace o ammiratore di Fellini. Felliniano indica un preciso e inconfondibile stile, un modo di dipingere e di caricaturare delle persone. Felliniana è l&#8217;atmosfera che caratterizza la poetica peculiare del regista, che si respira in tutti i suoi film e che si può adoperare per descrivere una scena assurda, esagerata o finta, come una situazione fellinana o una festa felliniana, per esempio. Oppure un personaggio felliniano, con le sue precise connotazioni caricaturali o ridicole; o ancora una donna dalle rotondità felliniane, espressione che evoca immediatamente le forme di Anita Ekberg in <em>La dolce vita</em> o ne &#8220;Le tentazioni del dottor Antonio&#8221;, o ancora quelle ancor più esagerate della tabaccaia di <em>Amarcord</em>.</p>
<p><span style="#c3433b;"><strong><span style="#cc0000;">Amarcord</span></strong></span>, girato da Fellini nel 1973, è una sentita rievocazione dei ricordi della propria infanzia a Rimini. Ed ecco un’altra parola che è entrata nella lingua italiana in seguito al successo di un film. <em>Amarcord</em> è una voce dialettale romagnola che letteralmente significa &#8220;<em>mi ricordo</em>&#8220;. In seguito al grande successo della pellicola, questo termine è uscito poco a poco dal suo contesto regionale. Così &#8220;<em>amarcord</em>&#8221; è diventato sinonimo di ricordo carico di nostalgia, di rievocazione nostalgica del passato, di riflessione su &#8220;come eravamo&#8221;.</p>
<p>Una sorte analoga aveva avuto anche il termine <span style="#c3433b;"><strong><span style="#cc0000;">vitellone</span></strong></span><span style="#666666;"> che non è stato di certo coniato da Fellini, ma proprio grazie al successo della pellicola <em>I vitelloni</em> (1953) è divenuto popolare e si è diffuso per indicare il personaggio del giovane provinciale, incapace di emergere come vorrebbe dalla propria mediocrità e, proprio per questo, ozioso e pigro, come appunto i giovani sfaccendati descritti nel film. </span></p>
<p>E, a proposito di modi di vivere, anche la locuzione <span style="#c3433b;"><strong><span style="#cc0000;">dolce vita</span></strong></span>, è entrata nella lingua italiana, spesso associata a comportamenti licenziosi e corrotti, con il significato suggerito dall’omonimo film del 1959, nel quale il regista descrive la vita vuota e finta di una élite di personaggi che per sfuggire alla mancanza di scopi e di valori insegue una serie di forti emozioni.</p>
<p>Ma non tutti sanno che da questo film nasce anche la parola<strong><span style="#cc0000;"> <span style="#c3433b;">dolcevita</span></span></strong>. Molti dei personaggi, infatti, indossavano il caratteristico maglione a collo alto e aderente che può essere rovesciato. Così, nel linguaggio della moda, dolcevita (o dolce vita) è diventato il termine per indicare questo tipo di indumento.</p>
<p>Infine, un altro neologismo che con fortuna è uscito da questo film per entrare a far parte dei vocaboli della lingua italiana è il termine <span style="#c3433b;"><strong><span style="#cc0000;">paparazzo</span></strong></span>. Originariamente era il nome di un personaggio de <em>La dolce vita</em> (interpretato da Walter Santesso) di professione fotografo scandalistico. Questo nome, che risuona risibile e spregevole nello stesso tempo e che non sappiamo se sia scaturito dalla fantasia di Fellini o semplicemente sia una distorsione di qualche voce preesistente, per antonomasia è entrato nella lingua italiana usato per lo più per designare un fotografo indiscreto e senza scrupoli, che si apposta furbescamente nella speranza di strappare a un vip qualche foto compromettente. Negli articoli di cronaca si ritrova di frequente.</p>
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		<title>Park Chan-wook (New Korean Cinema)</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jul 2008 17:31:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ileana</dc:creator>
				<category><![CDATA[.focus cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[Con Sympathy for Mr. Vengeance, Old Boy e Sympathy for Lady Vengeance, da forma alla trilogia della vendetta che racchiude buona parte della sua filmografia...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Cenni biografici:</strong></p>
<p><strong>朴贊郁</strong> nasce nell&#8217;agosto del &#8216;63 a Seoul. Studia Filosofia alla Sogang University dove fonda, con un gruppo di amici, un circolo cinematografico studentesco, il <strong>Movie Gang</strong>. La sua passione per la regia nasce negli anni del liceo e si dice ispirata da<strong> La donna che visse due volte</strong> di <strong>Hitchcock</strong>. Finita l&#8217;università lavora come giornalista cinematografico e sceneggiatore. Quello che vuole fare però è il regista e non si scoraggia nonostante i primi esperimenti risultino poco apprezzati. Oggi rientra a pieno titolo nel circolo dei registi del <strong>New Korean Cinema</strong>.<br />
Affermato anche all&#8217;estero, ha vinto il Gran Premio della Giuria a Cannes con <strong>Old Boy</strong> e ha partecipato come giurato alla mostra di Venezia nel 2006.</p>
<p style="text-align: right;">p.s. è il primo coreano ad essere andato nello spazio</p>
<p><strong>La trilogia della vendetta:</strong></p>
<p>Con Sympathy for Mr. Vengeance, Old Boy e Sympathy for Lady Vengeance, da forma alla <strong>trilogia della vendetta</strong> che racchiude buona parte della sua filmografia. Questa trilogia sembra trovare il fil rouge nella critica alla società coreana contemporanea che Park stressa e caricaturizza fino ai limiti, giungendo a una sorta di parodia di qualcosa che ci è molto più vicino di quanto non sembri. Imperano solitudine e alienazione; un quotidiano caratterizzato da una profonda incomunicabilità. Non sono certo i personaggi, per quanto brutali, a finire sotto accusa, ma semmai la realtà della metropoli contemporanea in cui l&#8217;individuo esperisce il paradosso della prossimità, sempre più vicino eppur sempre più lontano. Park da vita a personaggi deformi che sembrano racchiudere il peggio delle paure e dei limiti dell&#8217;uomo. E ci prova gusto. E lo fa provare anche allo spettatore.<br />
E&#8217; un&#8217;opera cinica tinta di pulp, ed è proprio questo il bello. Con uno stile tagliente e aggressivo Park non ritrae questa o quella storia, ma una sorta di disagio diffuso che non lascia scampo. Un travaglio che sfocia in cieca rabbia distruttiva che finisce per ripiegarsi su se stessa. La via d&#8217;uscita è solo illusione. È qui che l&#8217;uomo si mostra nei suoi aspetti più disumani e crudeli abbandonandosi all&#8217;istinto vendicativo.</p>
<p><strong>Sympathy for Mr. Vengeance</strong> nasce da una sceneggiatura vecchia di 5 anni e mostra subito un Park deciso che non ha paura di ribaltare le aspettative contaminando il melò con lo splatter. Qui la vendetta si duplica e triplica in un moto virale che non sembra trovare risoluzione se non in una totale distruzione dell&#8217;altro e di sé. Le azioni e le reazioni dei personaggi sono estreme e spesso incoscienti, l&#8217;uomo è schiavo del suo dolore e succube del suo istinto. Non a caso le frequenti inquadrature a piombo, il fuoricampo e la fissità della macchina da presa. Forse il meno riuscito dei tre film, ma con qualche scena di vero cinema.</p>
<p>Il trailer originale:</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/4FyK2KFjAyI&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;color1=0x234900&amp;color2=0x4e9e00" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/4FyK2KFjAyI&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;color1=0x234900&amp;color2=0x4e9e00" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>Una sequenza dal film:</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/3dUTq52PmzM&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;color1=0x234900&amp;color2=0x4e9e00" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/3dUTq52PmzM&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;color1=0x234900&amp;color2=0x4e9e00" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>In <strong>Old Boy</strong> la storia è quella di un uomo che si aggrappa al suo odio per sopravvivere. Il film insiste ancora sulla vendetta come ossessione inconcludente. Nonostante gli stessi protagonisti ne siano consapevoli, non ne possono farne a meno. È un film riuscito che lascia qualche buono spunto di riflessione: il protagonista all’inizio è un individuo senza spina dorsale, un infelice che si fa vivere, trascinato dagli eventi, che passa il suo tempo a sbronzarsi e tradire la moglie per noia. Una volta subita l&#8217;ingiustizia, invece, ha uno scopo ben preciso, è un uomo vigoroso e deciso intenzionato ad ottenere ciò che vuole con fermezza. La prigione poi sembra proprio una metafora calzante: una realtà anonima ed estranea quella della metropoli moderna che tutto vede e nulla osserva, dove si è sempre spiati, ma mai compresi.</p>
<p>Se il primo capitolo della trilogia termina con l&#8217;autodistruzione, il secondo si conclude con una sorta di terrificante e grottesco lieto fine. La partita sarà da giocarsi tutta nei meandri dell&#8217;inconscio.</p>
<p>Dae-soo è un Edipo calato in una Seoul contemporanea straniante dove è meglio tagliarsi la lingua piuttosto che accecarsi. Quello che rimane, alla fine, è la sensazione che l&#8217;altro sia lontano e incomprensibile&#8230; e che la violenza a volte sia solo un tentativo di comunicare. La solitudine della vita quotidiana non è poi così diversa dalla prigionia forzata e l&#8217;amore è quella luce salvifica cui ci si aggrappa con ossessione e disperazione.</p>
<p>Gran <strong>Premio della Giuria al Festival di Cannes</strong> del 2004, Old Boy è liberamente ispirato all’omonimo fumetto giapponese di <strong>Minegishi Nobuaki</strong> e <strong>Tsuchiya Garon.</strong></p>
<p>Il trailer italiano:</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/zuz6zgN1SmM&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;color1=0x234900&amp;color2=0x4e9e00" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/zuz6zgN1SmM&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;color1=0x234900&amp;color2=0x4e9e00" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>Infine arriviamo all&#8217;ultimo capitolo,<strong> Sympathy for Lady Vengeance</strong>. La protagonista è una madre ricattata decisa a vendicarsi. Pur meditando a lungo e dettagliatamente la messa in atto del suo piano, alla fine non ha la &#8220;forza&#8221; per attuarlo e così rende la sua vendetta sociale. Proprio quest&#8217;unica volta in cui il cattivo sembrava cattivo per davvero, a smentire ci stanno gli attori. La vittima e il carnefice in Sympathy for Lady Vengeance sono il carnefice e la vittima di Old Boy, con ruoli perfettamente invertiti.<br />
La figura vendicatrice, per la prima volta, è donna. Ed è sicuramente il personaggio più complesso e multiforme. La splendida Geum-ja, schiava della spinta vendicatrice, scambiata per un diavolo prima e un angelo poi, cerca solo redenzione e vuole espiare le sue colpe. Il tema della vendetta rimane ancora una volta il luogo tramite cui indagare le tenebre, ma la speranza c&#8217;è ed è tutta concentrata in una torta di tofu.</p>
<p>Il trailer:</p>
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<p>Una sequenza dal film:</p>
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<p>Park ha fatto una buona scelta. Il tema della vendetta gli ha permesso di sbizzarrirsi senza incappare nel rischio di non dire nulla. L&#8217;accento si posa sull&#8217;uomo, essere contraddittorio e abietto, vittima e al contempo artefice del suo male. Le vendette sono molteplici, ogni film ne sviluppa tratti, significati e implicazioni differenti, ma sempre in relazione a un contesto reietto e violento, eppur sempre comprensibile. Forse sarebbe più corretto definirla la trilogia della catarsi.</p>
<p>&#8220;Molte volte rimango sveglio nel letto immaginando le torture più crudeli. Mi figuro il modo più terribile di rovinare la vita di questa o quella persona. Dopodiché posso addormentarmi col sorriso sulle labbra. Fino a che rimane confinata nel territorio dell&#8217;immaginazione – più è crudele, più è efficace – la cosa è salutare. La raccomando anche a tutti voi. E spero che i miei film possano in qualche modo aiutare la vostra fantasia a diventare almeno un filo più crudele.&#8221; (PCW)</p>
<p>E l&#8217;ultimo film di Park? Non tradisce le attese e giustamente svolta. Un assaggio&#8230;</p>
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