<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>.speropoli &#187; .film</title>
	<atom:link href="http://www.speropoli.it/category/film-cinema/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.speropoli.it</link>
	<description>rivista di cinema, pellicole e visioni di mondo</description>
	<lastBuildDate>Thu, 29 Jul 2010 15:41:12 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.8.6</generator>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
			<item>
		<title>LA NOSTRA VITA di Daniele Luchetti</title>
		<link>http://www.speropoli.it/2010/07/20/la-nostra-vita-daniele-luchetti/</link>
		<comments>http://www.speropoli.it/2010/07/20/la-nostra-vita-daniele-luchetti/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 20 Jul 2010 08:21:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara</dc:creator>
				<category><![CDATA[.film]]></category>
		<category><![CDATA[cinema italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Luchetti]]></category>
		<category><![CDATA[Film]]></category>
		<category><![CDATA[La nostra vita]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.speropoli.it/?p=1175</guid>
		<description><![CDATA[Diciamo insieme: "Basta a questa critica sciovinista", che di fatto non dice nulla, non parla neppure del film, ma che si auto-compiace di poter parlare male degli italiani...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Lasciatemelo dire. E scusatemi per l’insolenza. Eventuale. Ma non sono d&#8217;accordo. </strong>Non sono d&#8217;accordo con la maggior parte delle recensioni lette su questo film, che si fermano a lodare (da sociologi della domenica) il fatto che viene messo in scena un uomo che crede al denaro e al consumo come unico vero scopo e momento di riscatto di una vita. Che in parte è vero, ma questa esaltazione “sinistroide” fa loro dimenticare i molti limiti del film, primo fra tutti che non si capisce davvero di che cosa si sta parlando.</p>
<p><strong>Diciamo insieme: &#8220;Basta a questa critica sciovinista&#8221;</strong>, che di fatto non dice nulla, non parla neppure del film, ma che si auto-compiace di poter parlare male degli italiani. Tanto più che Luchetti non lo fa. Purtroppo. E a torto &#8211; aggiungerei io. Perché ci sarebbero molte cose da criticare agli italiani di oggi e al mondo socio-culturale in cui sono(siamo) immersi. L&#8217;occasione era d&#8217;oro: il tema era interessante, il cast era ottimo, ma non ce la si è fatta. Neppure sta volta. Il film, infatti, si perde in mezzo a tanti piccoli (inutili) siparietti, che fanno dimenticare a tutti &#8211; regista e sceneggiatori compresi &#8211; il tema principale.</p>
<p><strong>Tutto inizia con la storia di un amore interrotto dalla morte.</strong> Il giovane vedovo, Claudio (il bravissimo Elio Germano), si dimostrerà però incapace di elaborarne il lutto, buttandosi anima e corpo nel lavoro, trascurando anche i suoi tre &#8211; e dico TRE &#8211; figli (di cui uno appena nato). Ci si aspetterebbe quindi che in qualche modo venisse trattato il tema dei figli, che si arrivasse a una crisi nella famiglia. E invece no. Dopo avergli comprato l’impossibile, Claudio ritiene di aver fatto il suo dovere e le conseguenze sui figli di questa sua immaturità non vengono neppure prese in considerazione. L’unico momento in cui si capisce che stanno soffrendo è quando il più grandicello (sui 6/7 anni) fa la pipì nel letto e si vergogna a dirlo. Mai un riferimento a un calo a scuola o a un cambiamento nel comportamento dei ragazzi, chessò, l’isolamento oppure una maggiore aggressività, qualunque cosa sarebbe stata più credibile dell’oblio narrativo in cui invece vengono relegati. La storia segue sempre, solo ed esclusivamente Claudio. Quei bambini, che lui ama tanto, non sono a quanto pare così rilevanti nella sua vita di tutti i giorni da doverne parlare, e così “scompaiono” lentamente.</p>
<p>Prendiamo il caso del più piccolo: nella vita di Claudio non c’è. Non è stressato dalle notti insonni a causa dei suoi pianti. Non è in crisi per i pannolini e le pappine, mentre gli altri due figli stanno magari litigando e urlando per tutta casa. No no, questo neppure esiste nel mondo di Luchetti. Mai sia. Il realismo da lui ricercato non include la vita di tutti i giorni. E così il problema del più piccolo viene risolto affidandolo, giorno e notte, alle cure dello spacciatore (vicino di casa nonché amico) e della sua compagna, una ex-prostituta di colore che va in chiesa tutte le domeniche e che aiuta tutti con generosità. E questo, nella logica del film, ha un senso, anzi è una regola base che non verrà mai tradita, perché <strong>qui gli emarginati sono migliori di tutti, sempre e comunque.</strong> La cosa di per sé non è grave, sicuramente sarebbe stato peggio se invece fossero stati dipinti come degli orchi malvagi. Ma il punto è che la realtà è sempre sfaccettata, questo film è invece superficialmente di parte, senza sentire neppure il bisogno di farci su un discorso più serio e approfondito. Laddove si può mettere un immigrato buono e maltrattato, lì ce lo metto. E così ho dimostrato di essere di sinistra e di fare critica sociale. Mah… dico io.</p>
<p>E anche <strong>la regia,</strong> purtroppo, <strong>in mancanza di idee, decide di concentrarsi interamente su Elio Germano.</strong> Il film, infatti, è una serie di suoi piani (più o meno) ravvicinati. Tanto che neppure quando il personaggio sbaglia (e lo fa per tutto il film) riesce a prenderne le distanze.</p>
<p><strong>Altra questione: Roma. </strong>Si capisce che siamo nella capitale solo dall&#8217;accento dei protagonisti, ma mai che a Luchetti sfiori l&#8217;idea di contestualizzare i suoi personaggi nell&#8217;ambiente in cui vivono e da cui sono inevitabilmente influenzati. Ma d&#8217;altronde, perché farlo? Forse perché, se si sta cercando di dipingere un quadro socialmente preoccupante, non si può prescindere dal luogo in cui lo si colloca. E invece nulla. Roma e la sua periferia non ci sono. Non esistono, visivamente intendo. Mai un campo lungo, una panoramica (anzi, una c’è…), un&#8217;inquadratura dedicata al solo paesaggio. Niente. Esclusivamente Elio Germano, bravo per carità, ma comunque sempre e solo lui. Se invece l’intenzione era quella di estendere il discorso a tutti gli italiani, allora mi chiedo perché mai abbiano sentito l’esigenza di far parlare tutti i personaggi in romano marcato! Non va più bene l’italiano? Se al contrario si sta cercando un realismo puro, allora cercatelo in tutti i suoi aspetti. Anche in quelli della città.</p>
<p>Ma andiamo avanti. Claudio, diventato un piccolo imprenditore edile, in maniera anche poco corretta, si trova di fronte a situazioni di sfruttamento della manodopera &#8211; tutti immigrati ovviamente (c&#8217;è anche quello che un tempo era pediatra, giusto per non farci mancare ogni social tipo possibile); di costruzioni evidentemente non a norma; di ricatti da parte degli appaltatori; di lavoro non sicuro e in nero. C’è anche un morto non denunciato. Visto che è stata evidentemente abbandonata la strada dell’esplorazione del lutto dall’interno della famiglia, deduco che il film voglia in realtà parlare dei<strong> problemi del lavoro nei cantieri</strong>. I temi in effetti ci sono. Eppure, tutte queste problematiche sopra elencate &#8211; che occupano la parte centrale della narrazione e che avrebbero meritato di essere esplorate fino in fondo &#8211; di punto in bianco svaniscono e si risolvono chissà dove. Di sicuro non nel film. Ma allora perché parlarne? La domanda è interessate…</p>
<p>Il fatto è che il problema di quest’opera risiede proprio qui. <strong>Vorrebbe parlare di molte cose, anche importanti, ma non riesce a trattarne nessuna in maniera completa e approfondita</strong>, lasciando molti quesiti irrisolti. Un improvviso e violento attacco di bulimia narrativa spinge gli autori a voler mettere tutto, senza scartare nulla. Troviamo tante piccole tracce, buone intuizioni su scenari possibili, che però vengono (purtroppo) repentinamente abbandonate per seguire un altro percorso, che verrà nuovamente abbandonato in favore di altro. E così via, fino al finale.</p>
<p><strong>E allora il finale di cosa parla?</strong> Mah, che dire. I fratelli si dimostrano l&#8217;unica ancora di salvezza (dalle parole della sorella, i parenti sono come i tacchi per le donne, “scomodi ma aiutano”), lui decide di ridimensionare le proprie ambizioni, ma senza prendere veramente coscienza dei suoi errori. Non andrà neppure mai sulla tomba della moglie né ci porterà i suoi figli. Non riuscirà a parlare con nessuno del suo dolore, né a far parlare i suoi figli del loro. E a fargli la morale è un adolescente rumeno (ovviamente), che tra le tante cose gli dice esplicitamente “puoi comprare tutto, ma non me”.  Ma allora… è lui il nostro alter ego e solo ora lo abbiamo capito?!! Noi siamo quel rumeno e di conseguenza il personaggio di Claudio è da schifare, visto tutto quello che ha combinato? No, Luchetti non ce la fa proprio a lasciare Elio e ad essere così duro (che peccato però). Così si risolve tutto all&#8217;italiana: tra le mura domestiche, all’insegna del “volemose tanto bbene”, e senza più immigrati.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.speropoli.it/2010/07/20/la-nostra-vita-daniele-luchetti/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il maledetto United, la storia di Brian Clough</title>
		<link>http://www.speropoli.it/2010/06/23/maledetto-united-brian-clough/</link>
		<comments>http://www.speropoli.it/2010/06/23/maledetto-united-brian-clough/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 23 Jun 2010 09:21:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Limonta</dc:creator>
				<category><![CDATA[.film]]></category>
		<category><![CDATA[Brian Clough]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
		<category><![CDATA[cinema inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Film]]></category>
		<category><![CDATA[Il maledetto United]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[sport]]></category>
		<category><![CDATA[Tom Hooper]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.speropoli.it/?p=1150</guid>
		<description><![CDATA[I Campionati del Mondo di Calcio sono in svolgimento nella Repubblica Sudafricana. Uno spettacolo che coinvolge tutti i Paesi del mondo. E quindi anche qui si parla di calcio...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I Campionati del Mondo di Calcio, edizione 2010, sono in svolgimento nella Repubblica Sudafricana.</strong> Uno spettacolo che coinvolge tutti i Paesi del mondo. Nessuno escluso, ve lo garantisco. E quindi anche qui si parla di calcio.</p>
<p>Calcio che per molti versi è uno sport ridicolo, così come ridicole sono molte persone che lo frequentano, che lo vivono, che ne fanno parte. Probabilmente <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Brian_Clough" target="_blank">Brian Clough</a></strong> è uno di questi: un manager all&#8217;inglese che ha attraversato la storia del calcio anglosassone come una scheggia impazzita, allenando quasi sempre squadre di non primaria importanza, ma con le quali ha vinto Campionati e Coppe internazionali (2 Coppe dei Campioni con il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Nottingham_Forest_Football_Club" target="_blank">Nottingham Forest</a>). &#8220;Quasi&#8221; sempre ho scritto, perché nel 1974 per 44 giorni fu <strong>l&#8217;allenatore del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Leeds_United_Association_Football_Club" target="_blank">Leeds United</a></strong>, squadra che in quegli anni primeggiava in Campionato e brillava a livello europeo.</p>
<p><strong>Questo film di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Tom_Hooper" target="_blank">Tom Hooper</a> parla proprio di questi maledetti 44 giorni</strong>, romanzando le cause che hanno portato a questo grosso fallimento professionale di Clough: dalla mancata stretta di mano con l&#8217;odiato <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Don_Revie" target="_blank">Don Revie</a> alla collaborazione umana e professionale con il suo &#8220;secondo&#8221; Peter Taylor, dal rapporto con i giocatori negli spogliatoi nei diversi pre-partita all&#8217;esuberanza e sfacciataggine nei confronti dei presidenti dei club che allenava.</p>
<p><strong>Questo film va visto? Sì. Aggiusto. Sì se il calcio vi trasmette emozione</strong> (anche uno 0-0 tra due squadre amatoriali). Sì se amate la Gran Bretagna (con quelle facce splendidamente brutte e quegli squallidi sobborghi dello Yorkshire). Sì se volete guardare un film che spesso mette da parte la trama per diventare quasi uno one-man-show (di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Michael_Sheen" target="_blank">Micheal Sheen</a>&#8230;  che interpretazione!). Sì se siete appassionati degli anni &#8216;70 (e di quelle atmosfere, automobili, interni, pettinature, musica, ecc.). Note dolenti sono certamente la colonna sonora, per la quale si poteva osare di più, e le scenografie, soprattutto quelle degli stadi. Ma con un budget di una decina di milioni (dollari, sterline, euro&#8230; non importa) il risultato è interessante, coinvolgete e, a tratti, emozionante.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.speropoli.it/2010/06/23/maledetto-united-brian-clough/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Departures e la filosofia del salmone</title>
		<link>http://www.speropoli.it/2010/06/07/departures-e-la-filosofia-del-salmone/</link>
		<comments>http://www.speropoli.it/2010/06/07/departures-e-la-filosofia-del-salmone/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 07 Jun 2010 09:48:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara</dc:creator>
				<category><![CDATA[.film]]></category>
		<category><![CDATA[cinema giapponese]]></category>
		<category><![CDATA[Departures]]></category>
		<category><![CDATA[Film]]></category>
		<category><![CDATA[nokanshi]]></category>
		<category><![CDATA[Oscar]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Yojiro Takita]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.speropoli.it/?p=1070</guid>
		<description><![CDATA[Il peso della morte, come momento definitivo e conclusivo di un'intera esistenza e di molte passioni, si circonda qui di amore e bellezza. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ormai disoccupato e fallito nelle sue ambizioni di diventare un famoso violoncellista, Daigo decide di dare una svolta alla sua vita</strong>. Accompagnato dalla sempre entusiasta e sorridente (a dir poco insopportabile) mogliettina, abbandona la grande metropoli per tornare nel rurale paesino natale, pronto a ricominciare da capo.</p>
<p><strong>Si presenta così, fiducioso ed entusiasta, al suo primo colloquio di lavoro.</strong> L&#8217;annuncio è di un&#8217;agenzia “esperta in viaggi”. Arrivato presso l&#8217;ufficio però, Daigo nota subito qualcosa di strano&#8230; alla parete, dietro le scrivanie, sono appoggiate tre bare&#8230; Profondamente a disagio, comprende di aver frainteso tutto. Tenta allora di tirarsi indietro ma il suo nuovo datore di lavoro non gliene dà modo. Assunto, senza neppure bisogno di presentarsi, si ritrova in mano un abbondante anticipo e uno stipendio altissimo.</p>
<p><strong>Da quel momento è diventato un <em>nokanshi</em>.</strong> In realtà, la nostra traduzione, “tanatoesteta”, non rende giustizia al senso della parola giapponese, che invece racchiude in sé una lunga tradizione legata alla preparazione della salma per l&#8217;ultimo suo viaggio. Il compito di un <em>nokanshi</em> è quello di riportare in vita l&#8217;aspetto della persona, cancellando dal suo corpo e dal suo volto i segni della morte.</p>
<p><strong>Nulla a che vedere quindi con il cinismo beffardo di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Six_Feet_Under" target="_blank"><em>Six Feet Under</em></a>. </strong>Per il <em>nokanshi</em>, infatti, la cura estetica del defunto non è un semplice business, bensì una una vera e propria arte dalla lunga tradizione: un rito elegante e denso di simbolismi che, insieme alla profonda sensibilità e amorevolezza richiesti, porteranno Daigo a lasciarsi coinvolgere da questa nuova professione, superando la sua iniziale riluttanza e i suoi pregiudizi.</p>
<p><strong>Ma ci sono ancora molte cose che devono accadere nel film. </strong>C&#8217;è tutto un mondo intorno a Daigo che pare non capire né accettare il suo lavoro, rifiutando il pensiero della morte e considerando immondi coloro che vi entrano in contatto. E anche il nostro protagonista ha un dolore nascosto da affrontare. Per superarlo dovrà nuovamente confrontarsi con la morte e con il suo passato (da qui, il riferimento al salmone).</p>
<p><strong><em>Departures</em>, del regista <a href="http://www.mymovies.it/biografia/?r=19227" target="_blank">Yojiro Takita</a>, ha vinto un Oscar nel 2009 come miglior film straniero</strong> (ovviamente) – per la cronaca: in gara quell&#8217;anno c&#8217;erano altre due opere che ho amato molto, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Valzer_con_Bashir" target="_blank"><em>Valzer con Bashir</em></a> e <a href="http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=56368" target="_blank"><em>La classe</em></a> (ingiusta l’esclusione di <a href="http://www.speropoli.it/2008/05/18/gomorra-di-matteo-garrone/" target="_self"><em>Gomorra</em></a>. Scusate lo sfogo).</p>
<p>Considerando gli “avversari”, non so dire se meritasse davvero questo riconoscimento, di sicuro però  <em>Departures</em> è una pellicola che affronta un tema, quello della morte, non facile da trattare sia socialmente sia artisticamente. E lo fa con leggerezza ed ironia, senza mai sfociare nel patetico né nel melodrammatico. A permettere questo equilibrio è sì la sceneggiatura, ma anche l&#8217;attento lavoro compiuto dal regista nel dirigere gli attori e nel trattare i vari momenti del rito funebre: l&#8217;eleganza gestuale nella preparazione del morto appare come un vero e proprio linguaggio per parlare del rispetto dovuto a quella vita. <strong>Il peso della morte, come momento definitivo e conclusivo di un&#8217;intera esistenza e di molte passioni, si circonda qui di amore e bellezza.</strong> Il film  non sfugge di fronte al dolore dei parenti, lasciando così trasparire attimi di vita passata che inevitabilmente toccano ed emozionano lo spettatore (ve lo dico, ho pianto a più riprese), ma i toni non diventano mai cupi o macabri e neppure grotteschi, alleggeriti invece da situazioni comiche e da una regia mai morbosa né claustrofobica.</p>
<p><strong>Una pecca però c&#8217;è anche qui.</strong> Sceneggiatore e regista hanno talvolta ecceduto nel volersi rendere chiari e accessibili a un pubblico il più ampio possibile, sottolineando con parole o con richiami visivi, alcuni aspetti che sarebbero comunque arrivati, semplificando troppo quello che poteva essere un momento più poetico. Poco male però, per un film che non manca certo di lirismo.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.speropoli.it/2010/06/07/departures-e-la-filosofia-del-salmone/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Robin Hood di Ridley Scott</title>
		<link>http://www.speropoli.it/2010/05/30/robin-hood-di-ridley-scott/</link>
		<comments>http://www.speropoli.it/2010/05/30/robin-hood-di-ridley-scott/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 30 May 2010 16:22:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Limonta</dc:creator>
				<category><![CDATA[.film]]></category>
		<category><![CDATA[avventura]]></category>
		<category><![CDATA[cinema americano]]></category>
		<category><![CDATA[Film]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Ridley Scott]]></category>
		<category><![CDATA[Robin Hood]]></category>
		<category><![CDATA[Russel Crowe]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.speropoli.it/?p=1005</guid>
		<description><![CDATA[Budget stratosferico + coppia consolidata (Scott &#038; Crowe) + vicende note dall'infanzia = puro spettacolo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Quello che davvero adoro della cinematografia hollywoodiana è che non t’inganna mai. </strong>Ci tengono troppo ai miei soldi di spettatore, quindi non vorranno mai che io esca da una sala deluso per non aver trovato quello che andavo cercando. Quando ho staccato il mio biglietto per il <em>Robin Hood</em> di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ridley_Scott" target="_blank">Ridley Scott</a> &amp; <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Russell_Crowe" target="_blank">Russell Crowe</a>, dunque, l’ho fatto in maniera consapevole. E non sono stato deluso.</p>
<p><strong>Ero consapevole che avrei visto l’ennesima versione di una storia arci-nota con gli elementi rimescolati a piacere. Centrato! </strong>Ero consapevole che per buona parte del lungometraggio avrei assistito a scontri furenti tra sporchi corpi plastici in primissimo piano su verdissimi sfondi gallesi. Esatto! Ero consapevole che l’introspezione analitica e psicologica dei personaggi sarebbe stata simile alle dosi di sale in un piatto di una dieta stringente. Perfetto!</p>
<p><strong>Due righe sulla trama:</strong> la storia a cui siamo abituati da libri, film e fumetti è stata rimpastata in una sorta di prequel (non voglio neppure sapere quanto ci sia di aderente alle reali vicende storiche&#8230;) in cui <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Riccardo_I_d%27Inghilterra" target="_blank">Riccardo Cuor di Leone</a> muore nei primi 15 minuti del film (ed è dipinto come un babbeo) durante l&#8217;assedio ad un castello francese di ritorno dalla Terra Santa. Robin fugge dopo la morte del re per evitare di finire nel vortice dello sbando dell&#8217;armata e incrocia il convoglio, vittima di un&#8217;imboscata, che stava riportando la corona in Inghilterra. Vada come vada inizia un gioco di doppi che porta Robin in patria sotto le spoglie del figlio di Robert di Loxley, della contea di Nottingham, di cui prenderà definitivamente il posto (cuore di Lady Marion compreso). Poi battaglia imperitura insieme ai baroni locali contro il nuovo Re Giovanni e contro l&#8217;invasione dei francesi di Filippo. Il film termina&#8230; dall&#8217;inizio: Robin è bollato come fuorilegge e si ritira a Sherwood insieme alla ben nota allegra brigata.</p>
<p><strong>La cifra stilistica del film è subito molto chiara: </strong>iper-realismo visivo e sonoro tra rumori di frecce che trafiggono le carni e un campo d&#8217;assedio che affonda nel fango. Splendidi castelli immersi nelle  verdissime <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Highlands" target="_blank">Highlands</a> e una battaglia sulla costa che già in molti hanno accostato allo sbarco in Normandia di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Steven_Spielberg" target="_blank">Spielberg</a>. Una colonna sonora come si deve a tenere appeso lo spettatore nei momenti più deboli della lunga proiezione. Uno stile registico ormai internazionale fatto di ravvicinati dettagli e di splendide panoramiche a volo d&#8217;uccello a tagliare con angolazioni sempre diverse tutta la scena. Tutto molto bello e azzeccato.</p>
<p><strong>E non c&#8217;è nessun &#8220;ma&#8221;. </strong>Budget stratosferico (siamo sui 200 milioni di $ a cui aggiungerne forse altrettanti di spese di promozione) + coppia consolidata (Scott &amp; Crowe) + vicende note dall&#8217;infanzia = puro spettacolo. Spettacolo nel vero, e più basso, senso del termine: quello che ti si attacca addosso soltanto il tempo in cui si è seduti su quella familiare poltrona rossa nella sala buia e che, per quanto si sforzino di coinvolgerci, vediamo come uno spettacolo lontano e artificioso per il quale vogliamo solo farci trascinare a rotta di collo verso il romantico e &#8220;giusto&#8221; finale. Siamo dalle parti di <a href="http://www.speropoli.it/2010/01/21/allucinazioni-avatar/" target="_self"><em>Avatar</em></a>, per fare l&#8217;esempio più recente.</p>
<p>Io sono uscito dal cinema soddisfatto. Sarei giusto un filo deluso, come lo sono stato ormai una decina d&#8217;anni fa per il consanguineo <a href="http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=29179" target="_blank"><em>Gladiatore</em></a>, se gli venisse attribuito un qualche riconoscimento cinematografico in giro per il mondo.</p>
<p><strong>E voi? Prime impressioni a caldo?</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.speropoli.it/2010/05/30/robin-hood-di-ridley-scott/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Che fine ha fatto il principe di Persia?</title>
		<link>http://www.speropoli.it/2010/05/25/che-fine-ha-fatto-il-principe-di-persia/</link>
		<comments>http://www.speropoli.it/2010/05/25/che-fine-ha-fatto-il-principe-di-persia/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 25 May 2010 15:13:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dimitri</dc:creator>
				<category><![CDATA[.film]]></category>
		<category><![CDATA[cinema americano]]></category>
		<category><![CDATA[Film]]></category>
		<category><![CDATA[Mike Newell]]></category>
		<category><![CDATA[Prince of Persia]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[videogioco]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.speropoli.it/?p=1187</guid>
		<description><![CDATA[Nessuna emozione, nemmeno un pizzico di melodramma o l'acerba angoscia esistenziale da adolescenti che permeava il videogioco...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Tratto da un videogioco della <a href="http://www.ubi.com/it/default.aspx" target="_blank">Ubisoft</a></strong>, campione di vendite, il Principe di Persia in questione è l&#8217;acrobatico Dastan che partecipa alla conquista della tal Città Sacra in cui è custodito nientedimeno che il Pugnale del Tempo e presto si rende conto che il potere della sacra reliquia fa gola a molti, forse anche tra i suoi stessi parenti, decidendo così di aiutare l&#8217;immancabile bella Principessa a riportare l&#8217;arma magica in un luogo sicuro, ovviamente circondato da insidie mortali.</p>
<p><strong>Se vuoi andare a vederlo, sarà perché ci hai giocato. </strong>Oppure perché vuoi vedere un bel filmone d&#8217;avventura fantastica senza tante pretese, ma con tanto divertimento, alla <em>Pirati dei Caraibi</em> (visto che la squadra che lo produce è la stessa). Oppure perché sei arrivato al cinema in ritardo e per altri film non c&#8217;è più posto, se non in prima fila, a spezzarti il collo guardando lo schermo coi faccioni tutti deformi. In ogni caso, rischi di uscire deluso. Anche se non ti aspettavi molto (come puoi aspettarti qualcosa da <em>Prince of Persia</em>, siamo onesti?), senti che nel film manca qualcosa.</p>
<p>E&#8217; la sceneggiatura, naturalmente &#8211; paradossalmente, proprio la parte su cui la produzione ha lavorato di più, stando alle interviste. Le immagini, vabbè, sono quelle che in fondo ti immaginavi &#8211; una Persia reinventata con gli occhi del narratore de Le Mille e una Notte, che già ti aveva affascinato nel videogioco, tutto perso tra guglie, arabeschi, palazzi, fogne, cisterne, minareti dalle altezze vertiginose, casbah, suq, medine, deserti, lampi, controluci e naturalmente tanta sabbia. C’è persino una corsa sugli struzzi, mai vista probabilmente al cinema: il gusto dell&#8217;esotico è quello della migliore tradizione hollywoodiana dei tempi de<a href="http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=12958" target="_blank"><em> Il Ladro di Baghdad</em></a> e non manca proprio nulla, compreso il tradizionalissimo malvagio Visir, pelato e con gli occhi truccati come sempre (ma d&#8217;altronde non mancava nulla nemmeno dell&#8217;immaginario piratesco tra galeoni, cannoni, cappe, spade, animaletti appollaiati sulle spalle, occhi bendati e scheletri appesi a marcire fuori delle fortificazioni); ma <strong>stavolta gli sceneggiatori ti deludono</strong> perché sembrano non aver imparato niente da tutto il repertorio favolistico che li precede.</p>
<p><strong>Sembrano aver dimenticato la lezione dei Pirati</strong>, tanto per cominciare: non c&#8217;è quel brio spiritoso, non c&#8217;è quella baldanza giocosa, non c&#8217;è nemmeno quel gusto di un brivido di leggera paura da storia di fantasmi (memorabile la battuta del Cattivissimo: &#8220;Credete alle storie di Fantasmi, signorina? Bè, ci siete dentro&#8230;&#8221;) &#8211; non c&#8217;è nemmeno Jack Sparrow, d&#8217;accordo, e tantomeno il suo interprete &#8211; ma i personaggi memorabili, se non si trovano già fatti, si creano scrivendoli, no? È il mestiere dello scrittore, appunto. Tanto più che qui il materiale fantastico/arabeggiante si prestava altrettanto bene di quello (fantasticamente) caraibico ed era tra l’altro già strutturato dalla sceneggiatura e dalla bibbia dei personaggi del videogioco, laddove per i Pirati il punto di partenza era… una scenografia – cioè il padiglione dell’Isola di Tortuga di Disneyworld. In teoria, insomma, il lavoro doveva essere più facile. Invece.</p>
<p>Invece <strong>della complessità dei personaggi del videogioco resta poco</strong>: il principe e la principessa fanno il loro mestiere, con qualche schermaglia amorosa, tanto per fare i moderni oggi che il romanticismo suonerebbe ridicolo; ma sono comunque poco brillanti e ricordano inevitabilmente i protagonisti dei film d&#8217;avventura degli anni &#8216;50/&#8217;60, i vari Sinbad &amp; Co., stereotipati e un poco imbalsamati (balsami di Babilonia, certo, ma pur sempre balsami): una faccia monoespressiva, e via andare. Del videogioco, ad esempio, oltre a un finale beffardo e senza happy ending, oltre all’angosciante sensazione claustrofobica di essere prigionieri in un mondo ormai popolato solo da pseudo-zombi pieni di sabbia, oltre all’ambiguità infida di ogni personaggio (Principessa compresa), che ti pareva sempre pronto a pugnalarti appena gli voltavi le spalle, colpiva la capacità di diventare, a mano a mano che l&#8217;azione proseguiva, quasi impercettibilmente, una riflessione sul Tempo e addirittura sul Libero Arbitrio, grazie ai pensosi siparietti tra un livello di gioco e l&#8217;altro, in cui il Principe Dastan si rivelava un eroe meditabondo e a tratti sgomento di fronte alla lotta contro il Destino. Quasi un personaggio tragico, con tanto di voice off &#8211; nei limiti di un videogioco, chiaramente. Nel film invece i personaggi migliori sono i fratelli di Dastan, perché hanno un&#8217;evoluzione interiore che nel protagonista, al contrario, è appena accennata: <strong>Dastan buono e leale era all&#8217;inizio della storia, buono e leale è rimasto alla fine (sempre con la stessa espressione)</strong> &#8211; semmai si è fatto un po&#8217; più scafato, ma la cosa finisce lì (e naturalmente la faccia resta quella).</p>
<p>Gli autori Disney nelle interviste hanno dichiarto di essersi volutamente discostati dalla trama del videogioco per approfondire un discorso sulla famiglia (la Disney è la Disney…), puntando tutto sulla riscoperta del legame affettivo tra fratelli. Per questo, tra l&#8217;altro, il cattivo Visir della cui famiglia nel videogioco non fregava niente, nel film diventa il fratello cattivo del Re Buono (alla Shakespeare, come ha dichiarato Ben Kingsley parlando del proprio personaggio) e per questo Dastan diventa un orfano, adottato da Re Sharahman, novello Cenerentolo, con tanto di fratellastri che però qui imparano ad apprezzarlo. Ma<strong> i buoni propositi autoriali non toccano Dastan</strong>, come se tutta la forza degli sceneggiatori si fosse impegnata a creargli uno stuolo di comprimari di razza e poi si fosse esaurita quando toccava a lui (il Destino insipido di ogni Cenerentola?).</p>
<p>Ci sono tante morti, nel film &#8211; anche nel videogioco la Morte è sempre presente, non solo come ovvia fine dei Cattivi, ma anche come &#8220;colei che pone fine alle gioie e separa gli affetti&#8221;, come è chiamata ne <em>Le Mille e Una Notte</em>: aleggiava cupa sul palazzo abbandonato e lasciava un segno, doloroso, nell&#8217;anima dell&#8217;Eroe, ricordi, rimpianti, rimorsi, e anche se il Tempo poteva essere riavvolto restava sempre un&#8217;inquietudine, incarnata dal personaggio del guardiano del tempo, il Dahaka, votato a inseguire chi alteri il corso degli eventi e tenti di sfuggire al proprio destino; nel film invece le morti passano scivolando via come sabbia tra le rocce &#8211; un dolore, una lacrima, sì, ma sembra non crederci nessuno, è solo una maschera indossata da un personaggio &#8211; e quando Dastan si trova nel carro funebre dell&#8217;amato padre la preoccupazione principale per lui è di far andare avanti la trama infilando un biglietto in tasca allo zio.<br />
<strong><br />
Nessuna emozione, nemmeno un pizzico di melodramma o l&#8217;acerba angoscia esistenziale da adolescenti che permeava il videogioco</strong>: solo una corsa (contro il Tempo è proprio il caso di dire), tra un colpo di scena e l&#8217;altro. C&#8217;è poco cuore, insomma, e troppa sabbia negli occhi: è strano che proprio la Disney ci rifili così poco sentimento. Ed è strano che gli sceneggiatori non abbiano messo in pratica la regola aurea ormai fondamentale in tutte le scuole di scrittura (soprattutto americane): il protagonista è il personaggio che più di tutti cambia nel corso della storia (tra l&#8217;altro, guardacaso, affrontando la Morte, in un modo o nell&#8217;altro) &#8211; in questo senso, protagonisti sarebbero appunto i fratelli del Principe di Persia&#8230; ma si vedono troppo poco.</p>
<p>Quando poi ti accorgi che quegli stessi sceneggiatori hanno saputo infilare con eleganza allusioni maliziose ad una guerra che si combatte nel deserto mesopotamico col pretesto di trovare delle armi che a quanto pare esistono solo nella propaganda interventista; quando il personaggio comico di turno, uno Sceicco maneggione e furbastro (che ha anche lui però il suo momento di riscatto e la sua evoluzione), continua a fare battute anarcoidi sull&#8217;amministrazione &#8220;persiana&#8221; buona solo a spillar quattrini ai cittadini per pagarci i soldati e le spedizioni militari, bè, ti dispiace ancora di più che, con tutto questo buon materiale tra le mani, alla fine si continui a sentire la mancanza di un vero buon &#8220;Prince of Persia&#8221;.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.speropoli.it/2010/05/25/che-fine-ha-fatto-il-principe-di-persia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>THE GHOST WRITER di Roman Polanski</title>
		<link>http://www.speropoli.it/2010/05/12/the-ghost-writer-di-roman-polanski/</link>
		<comments>http://www.speropoli.it/2010/05/12/the-ghost-writer-di-roman-polanski/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 12 May 2010 10:12:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara</dc:creator>
				<category><![CDATA[.film]]></category>
		<category><![CDATA[cinema noir]]></category>
		<category><![CDATA[Film]]></category>
		<category><![CDATA[Ghost Writer]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Roman Polanski]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.speropoli.it/?p=966</guid>
		<description><![CDATA[Quando lo scrittore incontra per la prima volta il suo committente si presenta con un laconico "I'm your ghost". Una frase che apre, anche solo per qualche secondo, a scenari inquietanti...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sarò l&#8217;unica a pensarlo ma, secondo me,<strong> il titolo tradotto in italiano non funziona</strong>. &#8220;Lo scrittore nell&#8217;ombra&#8221; non rende bene l&#8217;immagine originale. Da quando l&#8217;ombra fa paura? Solo se si è dei pazzi. O dei gatti. Ma, fin tanto che non si è né l&#8217;uno né l&#8217;altro, l&#8217;ombra potrà al massimo ricordare il dramma di Peter Pan, niente di peggio però.</p>
<p>Quando lo scrittore, interpretato da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ewan_McGregor" target="_blank">Ewan McGregor</a>, incontra per la prima volta il suo committente, il politico Adam Lang, si presenta con un laconico &#8220;<strong>I&#8217;m your ghost</strong>&#8220;. Una frase che apre, anche solo per qualche secondo, a scenari inquietanti: la morte? la dannazione eterna? il tormento devastante della coscienza?? Tant&#8217;è che lo stesso Lang indietreggia un attimo, colto di sorpresa. Sentire dire in italiano &#8220;Sono la sua ombra&#8221; fa solo immaginare un uomo che ti seguirà  ovunque. La conseguenza più grave potrà (al massimo) essere quella di esserne profondamente scocciati, ma nulla di più.</p>
<p><strong>L&#8217;idea del fantasma ha </strong>invece<strong> un significato diverso, più incisivo per lo stesso film.</strong> È  una figura strettamente legata alla morte, un&#8217;esistenza che viene dopo di essa, una non-vita che torna per tormentare i vivi. E i morti o quasi-morti sono delle presenze costanti in tutto il film. Non a caso, la storia si apre con il ritrovamento del cadavere del precedente<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ghostwriter" target="_blank"> ghost writer</a>. Un decesso misterioso, archiviato come suicidio ma che nasconde qualcosa di più grave. Il protagonista lo capisce subito. E anche noi. Ma non è l&#8217;unica vita stroncata della quale si parla nel film.</p>
<p><strong>Al centro dell&#8217;inchiesta che travolge il politico Lang c&#8217;è il suo coinvolgimento in uno scandalo internazionale sul mancato rispetto nei diritti umani</strong> durante la guerra in medioriente. Le immagini dei torturati e dei soldati deceduti, insieme alla disperazione dei genitori, fanno da sfondo quasi costante durante tutta la parte centrale dell&#8217;opera. Ma non finisce qui&#8230; Una testimone scomoda finirà in coma e, prima della fine del film, altre due persone verranno uccise, tutte nel modo e nel momento più imprevedibile: la prima colpirà lo spettatore con la stessa violenza e velocità di un proiettile sparato in pieno viso, lasciandolo stordito e (quasi) fisicamente sofferente; l&#8217;altra invece arriverà a tradimento, alle spalle, quando ormai tutto sembrerà essersi risolto per il meglio. È in questi momenti che un regista fa la differenza.</p>
<p>A ben pensarci poi, l&#8217;idea stessa di <strong>autobiografia</strong>, il pretesto da cui prende avvio la storia, non è altro che un modo per rimanere nella Storia e ottenere l&#8217;immortalità. Un tentativo disperato di superare il pensiero della morte attraverso la parola scritta, nella speranza che venga letta e conservata.</p>
<p>Riflettendo sul cuore di questo film mi sento di dire che, in fondo, la questione politica della prostituzione degli inglesi verso gli alleati (o sovrani) americani non è poi così rilevante, seppure presente, né originale. Così come il parallelismo con la condizione di esiliato vissuta dallo stesso regista, può non essere l&#8217;unica chiave di lettura del film. Di fatto, <strong>il centro dell&#8217;opera risiede nell&#8217;ambiguità dei personaggi, nell&#8217;impossibilità  di far venire a galla la verità, nell&#8217;inaccessibilità dell&#8217;altro oltre che, ovviamente, nella presenza costante della morte.</strong> E in tutto questo, lo splendido paesaggio dell&#8217;Isola di Marta&#8217;s Vineyard, così tristemente desolato e avvolto dai colori freddi del mare di inverno, da una pioggia imprevedibile e da un vento onnipresente, è lo sfondo perfetto per questo quadro umano inquieto e inquietante.</p>
<p><strong>Eppure, alla fine del film mi è restata sulla pelle la sensazione di non aver capito appieno qualcosa&#8230; </strong>Qualcuno parla di un <a href="http://www.romanpolanski.com/" target="_blank">Polanski</a> in tono minore, ma forse, più semplicemente, il suo discorso si è esteso a tal punto da meritare un momento più lungo di raccoglimento e riflessione prima di poterlo comprendere appieno. E sinceramente, mi piace pensare che la risposta giusta sia quest&#8217;ultima.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.speropoli.it/2010/05/12/the-ghost-writer-di-roman-polanski/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Tron di Steven Lisberger</title>
		<link>http://www.speropoli.it/2010/04/09/tron-di-steven-lisberger/</link>
		<comments>http://www.speropoli.it/2010/04/09/tron-di-steven-lisberger/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 09 Apr 2010 12:01:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Limonta</dc:creator>
				<category><![CDATA[.cinema di animazione]]></category>
		<category><![CDATA[.film]]></category>
		<category><![CDATA[Animazione]]></category>
		<category><![CDATA[anni 80]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[cinema americano]]></category>
		<category><![CDATA[Disney]]></category>
		<category><![CDATA[fantascienza]]></category>
		<category><![CDATA[Film]]></category>
		<category><![CDATA[Steven Lisberger]]></category>
		<category><![CDATA[Tron]]></category>
		<category><![CDATA[videogames]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.speropoli.it/?p=869</guid>
		<description><![CDATA[Facciamo un salto indietro negli anni '80, gli anni dei primordi dell'informatica casalinga, gli anni in cui si era già capito che i videogames avrebbero rappresentato una grande risorsa...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Facciamo un salto indietro negli anni &#8216;80</strong>, gli anni dei primordi dell&#8217;informatica casalinga, gli anni in cui si era già capito che i videogames avrebbero rappresentato una grande risorsa per l&#8217;industria dell&#8217;intrattenimento. Facciamo un salto indietro nel 1982, l&#8217;anno in cui la <a href="http://disney.go.com/disneypictures/" target="_blank">Walt Disney Pictures</a> si prende in carico la realizzazione della PERICOLOSA e DISPENDIOSA proposta del giovane regista 31enne <a href="http://www.mymovies.it/biografia/?r=5972" target="_blank">Steven Lisberger</a>.</p>
<p><strong>PERICOLOSA </strong>perché a sperimentare le nuove frontiere dell&#8217;animazione computerizzata è la casa che ha costruito la sua fortuna sulle tecniche di animazione classica (cioè non computerizzata).<strong> DISPENDIOSA</strong> perché superare (di molto) le frontiere delle tecniche di produzione non è certo economico. <a href="http://www.speropoli.it/wp-content/gallery/locandine/tron.jpg" target="_self"><em>Tron</em></a> fu infatti il primo lungometraggio a mettere in scena intere sequenze completamente realizzate in un ambiente virtuale, non solo come &#8220;abbellimento&#8221; ma come luogo in cui si svolge l&#8217;azione dei protagonisti.</p>
<p><strong>La trama in brevissimo: </strong>Flynn è un programmatore di videogames al quale il direttore della Encom, Dillinger, ruba la proprietà intellettuale dei software. Il tutto grazie all&#8217;MCP, il Master Control Program, un software che in breve tempo cresce e assume il controllo dell&#8217;essere umano che l&#8217;ha creato. Bradley e Lora, anche loro dipendenti Encom ed ex colleghi di Flynn, aiutano il loro amico a intrufolarsi di notte nell&#8217;azienda. Il programma MCP rapisce Flynn nel suo mondo virtuale, trasformandolo in bit e mettendolo alla prova contro i suoi stessi videogiochi, ma finendo per essere sconfitto. Flynn smaschera quindi il furto del direttore che gli era costato il posto e diventa il capo a sua volta.</p>
<p>Da queste poche righe si capisce subito <strong>il &#8220;problema&#8221; principale del film</strong>, vale a dire la pochezza miserrima della trama. Sembra essere una costante degli sperimentatori, visto che abbiamo vissuto un caso analogo con <a href="http://www.speropoli.it/2010/01/21/allucinazioni-avatar/" target="_self">Avatar</a> proprio in questi mesi: il concentrarsi troppo sulla tecnica, sull&#8217;aspetto puramente visivo del film, sulle problematiche tecnologiche insite nell&#8217;idea iniziale fa passare in secondo (terzo, quarto, quinto) piano l&#8217;attenzione all&#8217;intreccio e allo spessore dei personaggi. Dialoghi mediocri, colonna sonora non memorabile, attori solo poco più che sufficienti. Ma a suo modo una pietra miliare nella storia del cinema (e non solo per i <em>nerd</em>).</p>
<p><strong>Vedere questo film nel 2010</strong>, al di là delle curiosità tecniche di un film con scene girate in bianco e nero e poi colorate a mano fotogramma per fotogramma, <strong>significa volersi impegnare in un&#8217;OPERAZIONE NOSTALGIA</strong>: per chi ha vissuto il periodo dei <a href="http://www.c64.com/" target="_blank">Commodore 64</a> &amp; Co. il tuffo al cuore è inevitabile; per chi non c&#8217;era è un&#8217;occasione per entrare in un mondo fatto di schede grafiche a 4 colori e di comandi impartiti alle macchine sotto forma testuale (niente mouse, solo la cara e vecchia tastiera).</p>
<p>Per quel che mi riguarda&#8230; press play on tape&#8230; loading&#8230; operazione completata!</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.speropoli.it/2010/04/09/tron-di-steven-lisberger/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>3</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>IL PROFETA di Jacques Audiard</title>
		<link>http://www.speropoli.it/2010/04/01/il-profeta-di-jacques-audiard/</link>
		<comments>http://www.speropoli.it/2010/04/01/il-profeta-di-jacques-audiard/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 01 Apr 2010 08:14:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara</dc:creator>
				<category><![CDATA[.film]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[cinema francese]]></category>
		<category><![CDATA[Film]]></category>
		<category><![CDATA[Jacques Audiard]]></category>
		<category><![CDATA[profeta]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.speropoli.it/?p=845</guid>
		<description><![CDATA[Audiard costruisce un film teso e dal ritmo serrato, che riesce a parlare di moltissimi temi con profondità e arte: cinematografica e narrativa...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Sì, avete capito bene. È un film francese. Ma non temete, vi piacerà.</strong> Sì, lo so, 155 minuti sono tanti, ma voleranno senza che ve ne sarete accorti. E infine sì, affronta la problematica dell&#8217;integrazione, come molti altri recenti film francesi, ma lo fa senza moralismi e soprattutto adottando un nuovo sguardo al problema. Vi sembra ancora troppo pesante? E allora vediamo se riesco a convincervi che, se andrete a vederlo, uscirete dalla sala soddisfatti.</p>
<p>Se vi riconoscete in coloro che prima di scegliere un film controllano quanti premi e nominations ha ricevuto, posso dirvi che<strong> <em>Il profeta</em> ha vinto ben 9 César</strong> (equivalente francese degli Oscar),<strong> il Gran Premio della Giuria a Cannes &#8216;09</strong>,<strong> il BAFTA</strong> (riconoscimento inglese per le opere cinematografiche e televisive) <strong>come miglior film straniero</strong> e, sempre per questa categoria, è stato anche candidato agli <a href="http://www.speropoli.it/2010/03/12/oscar-2010-vince-the-hurt-locker/" target="_self">Oscar</a>.</p>
<p>Se invece preferite sapere le opere precedenti, sperando di averne vista almeno una per orientarvi meglio su stile e poetica dell&#8217;autore, posso dirvi che i film più recenti di <a href="http://www.mymovies.it/biografia/?r=6701" target="_blank">Jacques Audiard</a> sono stati <a href="http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=35559" target="_blank"><em>Tutti i battiti del mio cuore</em></a> (2005) e <a href="http://www.centraldocinema.it/recensioni/17Mag02/sulle_mie_labbra.htm" target="_blank"><em>Sulle mie labbra</em></a> (2001); entrambi accolti molto bene dalla critica mondiale.</p>
<p>Non li avete mai visti? E allora proviamo ad andare avanti&#8230; <strong>Un aiuto può arrivare dal confronto con un film famoso</strong> che ha trattato un soggetto simile: ovvero  la scalata di un “nessuno” nel regno della criminalità organizzata. Abbiamo già capito che il modello sarà inevitabilmente <a href="http://www.scarface.com/" target="_blank"><strong><em>Scarface</em></strong></a>. Solo che qui non c&#8217;è nulla di hollywoodiano. Giusto per capirci: non ci sono locali, grandi auto e neppure alcuna Michelle Pfeiffer. A dirla tutta, anche la struttura narrativa non è quella americana. <strong><em>Il profeta</em></strong> ha senza dubbio un tono più amaro e commovente che avvolge il film dall&#8217;inizio alla fine. Eppure le due opere hanno effettivamente qualcosa in comune. Il giovane arabo Malik, come <em>Scarface</em>, è visto da tutti come un diverso, arriva in un posto che non gli appartiene, dove non è accettato subito dagli altri e per conquistare il suo spazio vitale nel mondo (e nella criminalità) dovrà iniziare a giocare sporco, con una posta sempre più alta e pericolosa. Il film <em>Il profeta</em> però ha il vantaggio di parlare del mondo di oggi, usando un profilo più umile per il proprio carismatico protagonista e soprattutto di mostrare anche il dramma morale vissuto da Malik nel dover prendere alcune decisioni difficili.</p>
<p>Se neppure così sono riuscita a incuriosirvi, non mi resta che darvi <strong>qualche indicazione in più sulla trama </strong>(sperando di non spoilerare). Malik fa il suo ingresso in carcere a 19 anni. Non è un ragazzo che ha vissuto nell&#8217;agio: è cresciuto in un orfanotrofio francese e conosce bene la vita da strada, ma si vede che ha un carattere schivo e buono. Il che ce lo rende subito simpatico. La prigione però ha le sue regole: o ti pieghi al più forte o sei morto. Malik non ha scelta e diventa così uno schiavo nelle mani del gruppo dei corsi. Eppure, esiste sempre la possibilità di riscattarsi. Nel bene o nel male. Inizia così a seguire un corso per imparare a scrivere e leggere, si dà da fare con i lavori interni, ma soprattutto obbedisce agli ordini dei corsi senza fare domande. Certo, questo non lo aiuta a socializzare con gli altri arabi del carcere, ma altrettanto certamente gli garantisce agio e protezione. Inizia così la sua scalata nel mondo della criminalità. E quando arriverà in alto chi si era comportato bene con lui verrà salvato, mentre gli altri non saranno risparmiati.</p>
<p><strong>Audiard costruisce un film teso e dal ritmo serrato</strong>, che riesce a parlare di moltissimi temi con profondità e arte: cinematografica e narrativa. Affronta la questione della segregazione razziale e lo fa parlando della vita delle carceri, una realtà a se stante, ai confini della società civile, dove vengono rinchiusi gli individui “problematici”. Qui tutto è amplificato ed estremizzato, ma i conflitti sono sempre gli stessi: anche qui gli spazi sono divisi per etnia e a comandare sono i bianchi. Ma il messaggio più inquietante che in qualche modo passa è che qualsiasi uomo, se abbandonato a se stesso e costretto a vivere in condizioni di miseria, ignoranza, violenza e schiavitù, può trasformarsi in facile preda per la criminalità e usare le uniche armi in suo potere per farsi strada nella vita: la violenza e la corruzione. Fortunatamente però Audiard ha l&#8217;intelligenza di non sfociare nel predicozzo politico o in pesanti moralismi. Con il giusto distacco e affetto per il protagonista, la storia ci entra subito dentro trascinandoci con passione e intelligenza fino alla fine, regalando anche momenti di affascinante onirismo visivo da lasciare lo spettatore a bocca aperta.</p>
<p>Spero ora di essere riuscita a trasmettervi almeno un po&#8217; della bellezza di questo film.<br />
E, nel caso, fatemi poi sapere se vi ritroverete d&#8217;accordo con me oppure no&#8230;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.speropoli.it/2010/04/01/il-profeta-di-jacques-audiard/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Shutter Island, il paradosso della follia</title>
		<link>http://www.speropoli.it/2010/03/27/shutter-island-il-paradosso-della-follia/</link>
		<comments>http://www.speropoli.it/2010/03/27/shutter-island-il-paradosso-della-follia/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 27 Mar 2010 13:43:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mattia</dc:creator>
				<category><![CDATA[.film]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[cinema americano]]></category>
		<category><![CDATA[Film]]></category>
		<category><![CDATA[Leonardo Di Caprio]]></category>
		<category><![CDATA[Martin Scorsese]]></category>
		<category><![CDATA[Shutter island]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.speropoli.it/?p=827</guid>
		<description><![CDATA[Sono sicuro, Martin, questa volta ho capito. Con la tua pellicola volevi fregarmi, ma non ce l'hai fatta. Teddy Daniels (un Di Caprio strepitoso) non è uno schizofrenico...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono sicuro, Martin, questa volta ho capito. Con la tua pellicola volevi fregarmi, ma non ce l&#8217;hai fatta. Teddy Daniels (un Di Caprio strepitoso) non è uno <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Schizofrenia" target="_blank">schizofrenico</a> e tutto ciò che gli accade non è qualcosa che egli crea per negare a se stesso traumi terribili. E non dirmi che mi hai preso in giro, che mi hai confuso apposta a tal punto da farmi pensare come lui. Teddy è ragionevole e la sua lucidità è straordinariamente folle. E il tuo ultimo sforzo, Martin, è veramente riuscito.</p>
<p><strong>Una proposizione autonegante</strong>, questo è secondo me <strong>Shutter Island</strong>. Un film che dichiara in tempo reale la falsità di ciò che dice, così da renderne impossibile una lettura univoca secondo il criterio classico di verità. Io sto mentendo: se è vero è falso che menti, se è falso è vero che menti e dunque non stai mentendo. Ed ecco l’incarnazione del linguaggio della follia: non un linguaggio sconnesso, inteso come incomprensibile o demente, ma semplicemente un linguaggio più complesso, dove è più difficile distinguere e separare; più denso, fluido e profondo, con dimensioni diverse, forse più completo.</p>
<p>Sì Martin, ci sei riuscito, e non con pochi sforzi. Hai coagulato con maestria segni e significati, quasi come a renderli interscambiabili. Ora al cinema ciò che conta non è più quello che si vede, ma come lo si vede. Ora il biglietto si paga per vedere il proprio modo di vedere.</p>
<p><strong>L’occhio della videocamera è la psiche dell’agente federale</strong>, senza troppi giri di parole, la nostra cultura occidentale, che è sforzo di capire, tentativo di passare dal caos al cosmo. Organizzare. Razionalizzare. Passare dall’ordine al disordine. Un grande sforzo di illuminazione, di depurazione, di separazione dal buio, dall’indeterminato, dall’irrazionale, una continua fuga dalla follia.</p>
<p>E <strong>Shutter Island </strong>ci dice che questa fuga non è mai del tutto possibile. Luce e ombra, infatti, vivono una in funzione dell’altra. Anzi, che forse la follia preceda la ragione? Che la ragione abbia vita solo grazie alla follia? Di certo la ragione senza follia non potrebbe formarsi. Senza disordine, caos, indefinito, indeterminato, la ragione non potrebbe assolvere il compito che la definisce come tale. La follia e la ragione sono due mondi comunicanti. All’interno della ragione, c’è sempre un seme di follia e nell’universo della follia c’è sempre qualcosa che assomiglia a un barlume di ragione. Difficile da accettare.</p>
<p>Il film, <strong>sulle orme <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Il_processo_%28romanzo%29" target="_blank">kafkiane</a></strong>, è il racconto di un’incapacità di collegamento, dell’impossibilità di risalire alle cause di un senso di colpa che devasta. È la storia dell’uomo che da sempre, per salvarsi dal delirio, invoca il potere della previsione e la capacità dell’intelligenza, della ragione, per vedere come stanno le cose e come andranno nel futuro.</p>
<p>È l’onesta rappresentazione di come ogni volta che la ragione tenta di uscire dalle tenebre, dal vagabondare, la follia continuamente risorge, provocando incertezza, indeterminazione, e rosicchiano terreno all’intelligenza.</p>
<p>Ed <strong>ecco il paradosso della follia</strong>, che scandalosamente vive all’interno della ragionevolezza. Ecco lo sforzo della ragione che cerca di costruirsi un territorio proprio. Ecco la lotta. La lotta di ogni uomo con se stesso per diventare se stesso, dell’uomo con un altro uomo e dei popoli con altri popoli.</p>
<p>Martin, cosa dire? Credo che questo film abbia stupito anche te.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.speropoli.it/2010/03/27/shutter-island-il-paradosso-della-follia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Fur, un ritratto immaginario di Diane Arbus</title>
		<link>http://www.speropoli.it/2010/03/25/fur-un-ritratto-immaginario-di-diane-arbus/</link>
		<comments>http://www.speropoli.it/2010/03/25/fur-un-ritratto-immaginario-di-diane-arbus/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 25 Mar 2010 09:49:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabiofobia</dc:creator>
				<category><![CDATA[.film]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[cinema americano]]></category>
		<category><![CDATA[Diane Arbus]]></category>
		<category><![CDATA[Film]]></category>
		<category><![CDATA[Fur]]></category>
		<category><![CDATA[Steven Shainberg]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.speropoli.it/?p=804</guid>
		<description><![CDATA[Questo è  un film su Diane Arbus, ma non è un film su Diane Arbus. Lo dico per parafrasare uno dei cartelli in testa alla pellicola di Steven Shainberg...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Questo è  un film su Diane Arbus, ma non è un film su Diane Arbus.</strong> Lo dico per parafrasare uno dei cartelli in testa alla pellicola di <strong>Steven Shainberg</strong>. In effetti non si tratta di una biografia storica, ma di una libera interpretazione, o arbitraria ipotesi, dell&#8217;intimo percorso artistico dell&#8217;artista newyorkese. Percorso che la condurrà ad emanciparsi dalla patinata pratica fotografica del marito Allan Arbus (Ty Burrell), per gettarsi anima e corpo (è proprio il caso di dirlo) nella ricerca della propria e della altrui interiorità, celata oltre l&#8217;inespugnabile fortezza dell&#8217;aspetto esteriore.</p>
<p><strong>Robert Downey Junior veste gli ipertricotici panni di Lionel Sweeney</strong>, parruccaio per professione e attrazione circense per passione. O viceversa. Il suo personaggio sopporta con nobile contegno la sua condizione ed anche le pruriginose attenzioni che il pubblico gli riserva. Un mondo parallelo abitato da bizzarri personaggi il suo, la sua dimora è un eremo, il suo quotidiano un calvario. Il  personaggio di Lionel però non funziona del tutto, assomiglia decisamente troppo ad un Robert Downey Junior infilato in un completo da <a href="http://www.starwars.com/databank/character/chewbacca/" target="_blank">Chewbacca</a>.</p>
<p><strong>Nicole Kidman è l&#8217;attrice feticcio d&#8217;ogni regista che l&#8217;abbia diretta.</strong> Per qualche motivo la sua algida figura è una calamita per telecamere, sebbene non ci si aspetti da lei più di un sorriso o una fugace alzata di sopracciglio. <em>Fur</em> non fa eccezione, anzi. Il film è tutto un lungo primo piano di Nicole Kidman, intervallato di quando in quando da qualcosa che le accade intorno. Malvolentieri il regista vi si discosta, costretto dalla necessità comunque di dover raccontare qualcosa. L&#8217;aver dato alla pellicola un titolo lo vincola. Meglio per lui sarebbe stato se l&#8217;avesse chiamato Fur – un ritratto ossessivo di Nicole Kidman.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.speropoli.it/2010/03/25/fur-un-ritratto-immaginario-di-diane-arbus/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
