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	<title>.speropoli &#187; .cinema di animazione</title>
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	<description>rivista di cinema, pellicole e visioni di mondo</description>
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		<title>Tron di Steven Lisberger</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Apr 2010 12:01:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Limonta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Facciamo un salto indietro negli anni '80, gli anni dei primordi dell'informatica casalinga, gli anni in cui si era già capito che i videogames avrebbero rappresentato una grande risorsa...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Facciamo un salto indietro negli anni &#8216;80</strong>, gli anni dei primordi dell&#8217;informatica casalinga, gli anni in cui si era già capito che i videogames avrebbero rappresentato una grande risorsa per l&#8217;industria dell&#8217;intrattenimento. Facciamo un salto indietro nel 1982, l&#8217;anno in cui la <a href="http://disney.go.com/disneypictures/" target="_blank">Walt Disney Pictures</a> si prende in carico la realizzazione della PERICOLOSA e DISPENDIOSA proposta del giovane regista 31enne <a href="http://www.mymovies.it/biografia/?r=5972" target="_blank">Steven Lisberger</a>.</p>
<p><strong>PERICOLOSA </strong>perché a sperimentare le nuove frontiere dell&#8217;animazione computerizzata è la casa che ha costruito la sua fortuna sulle tecniche di animazione classica (cioè non computerizzata).<strong> DISPENDIOSA</strong> perché superare (di molto) le frontiere delle tecniche di produzione non è certo economico. <a href="http://www.speropoli.it/wp-content/gallery/locandine/tron.jpg" target="_self"><em>Tron</em></a> fu infatti il primo lungometraggio a mettere in scena intere sequenze completamente realizzate in un ambiente virtuale, non solo come &#8220;abbellimento&#8221; ma come luogo in cui si svolge l&#8217;azione dei protagonisti.</p>
<p><strong>La trama in brevissimo: </strong>Flynn è un programmatore di videogames al quale il direttore della Encom, Dillinger, ruba la proprietà intellettuale dei software. Il tutto grazie all&#8217;MCP, il Master Control Program, un software che in breve tempo cresce e assume il controllo dell&#8217;essere umano che l&#8217;ha creato. Bradley e Lora, anche loro dipendenti Encom ed ex colleghi di Flynn, aiutano il loro amico a intrufolarsi di notte nell&#8217;azienda. Il programma MCP rapisce Flynn nel suo mondo virtuale, trasformandolo in bit e mettendolo alla prova contro i suoi stessi videogiochi, ma finendo per essere sconfitto. Flynn smaschera quindi il furto del direttore che gli era costato il posto e diventa il capo a sua volta.</p>
<p>Da queste poche righe si capisce subito <strong>il &#8220;problema&#8221; principale del film</strong>, vale a dire la pochezza miserrima della trama. Sembra essere una costante degli sperimentatori, visto che abbiamo vissuto un caso analogo con <a href="http://www.speropoli.it/2010/01/21/allucinazioni-avatar/" target="_self">Avatar</a> proprio in questi mesi: il concentrarsi troppo sulla tecnica, sull&#8217;aspetto puramente visivo del film, sulle problematiche tecnologiche insite nell&#8217;idea iniziale fa passare in secondo (terzo, quarto, quinto) piano l&#8217;attenzione all&#8217;intreccio e allo spessore dei personaggi. Dialoghi mediocri, colonna sonora non memorabile, attori solo poco più che sufficienti. Ma a suo modo una pietra miliare nella storia del cinema (e non solo per i <em>nerd</em>).</p>
<p><strong>Vedere questo film nel 2010</strong>, al di là delle curiosità tecniche di un film con scene girate in bianco e nero e poi colorate a mano fotogramma per fotogramma, <strong>significa volersi impegnare in un&#8217;OPERAZIONE NOSTALGIA</strong>: per chi ha vissuto il periodo dei <a href="http://www.c64.com/" target="_blank">Commodore 64</a> &amp; Co. il tuffo al cuore è inevitabile; per chi non c&#8217;era è un&#8217;occasione per entrare in un mondo fatto di schede grafiche a 4 colori e di comandi impartiti alle macchine sotto forma testuale (niente mouse, solo la cara e vecchia tastiera).</p>
<p>Per quel che mi riguarda&#8230; press play on tape&#8230; loading&#8230; operazione completata!</p>
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		<title>Allucinazioni Avatar</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 20:02:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mattia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[James Cemeron]]></category>
		<category><![CDATA[performance capture]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[Volendo parlare di Avatar mi son trovato di fronte all’imbarazzo di non sapere da dove incominciare. Diciamo che, tirando un poco le fila delle impressioni che ho avuto vedendo questo film, è come se avessi provato un qualcosa che capita sempre andando al cinema...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Come una droga.</strong> Volendo  parlare di Avatar mi son trovato di fronte all’imbarazzo di non sapere da dove  incominciare. Diciamo che, tirando un poco le fila delle impressioni che ho  avuto vedendo questo film, è come se avessi provato un qualcosa che capita sempre  andando al cinema, ma in misura eccessiva. Sarà stato il 3D, sarà stata la  forza pazzesca di quei colori e di quelle immagini, sta di fatto che mi son  sentito brutalmente ingabbiato. Non che mi aspettassi di vedere un film diverso,  ma neppure così. Si tratta senza ombra di dubbio di un vero spettacolo,  totalmente coinvolgente, inglobante, addirittura fagocitante, oserei dire. Sì,  un’abbuffata di effetti strepitosi, fuochi d’artificio ed esplosioni luminose  mescolate a una forte musica, il tutto convogliato nel flusso e nell’incedere  delle inquadrature.  Come se lo  spettatore dovesse ingurgitare di continuo con gli occhi, per poi ritrovarsi a  fine film paradossalmente svuotato, spolpato, divorato. Appunto. E il primo  pensiero una volta fuori, nello squallore del multisala, tra i negozi a luci  spente, giù in un parcheggio deprimente, è: cos’è stato? Da dove arrivano quei  luoghi sublimi, voglio tornare. Ne ho ancora bisogno.</p>
<p><strong>Il vaso ormai è  aperto.</strong> Il pianeta delle meraviglie è stato svelato, ed ecco subito i mali  che affiorano, infiniti, per errare fra gli uomini. L’invidia, la bramosia. Il  sogno osceno, molto contemporaneo, di vivere in un corpo altro, più perfetto,  forte e potente, che ci permetterebbe di scoprire un mondo più ricco e più  vasto del nostro. Il rifiuto di ogni limite. Una sorta di ribaltamento  assiologico, una reinvenzione perversa del motto di Delfi: “abbandona te  stesso”. Il frutto di una curiosità presuntuosa e arrogante che ci manderà  tutti in rovina. Ma c’era bisogno di Avatar per ricordarcelo?</p>
<p><strong>Il disprezzo del  logocentrismo.</strong> Da una parte la violenza della civiltà tecnologica, il  distacco dalla realtà, la sete di potere, il paradosso della tolleranza (ti  accetto se mi accetti prima tu), la natura come semplice mezzo, le armi, i  palazzi e le lamiere. Dall’altra Pandora. Un mondo  affascinante e complesso, ricco di piante e animali dai colori sgargianti e  psichedelici, intriso letteralmente di un linguaggio profondo, abitato da una  cultura evoluta. Un dio-pianeta-vivente dove ogni cosa è connessa all’altra,  dove tutto è ciascuno in un altro tutto, in un altro uno, l’altro è  nell’uno e l’uno è l’altro. Realizzazione autentica del sogno hippie anni  sessanta (senza più bisogno di acidi?). Ma come al  solito l’uomo rovina ogni cosa.</p>
<p><strong>Storia già sentita,  nulla di nuovo.</strong> C’è anche il solito vizio: quel che si critica è ciò senza  di cui la critica stessa si ritroverebbe delegittimata. O meglio, criticare un  modello pur continuando a godere dei privilegi che quel modello offre. Che  sfacelo. E guarda un po’, tutto il carrozzone è retto dagli artifici 3D della  “performance capture”, ultima frontiera ultratecnologica del cinema (chissà  ancora per quanto). Il film è un esempio in atto, più o meno consapevole, del  continuo tentativo di rimozione del chiodo col chiodo, tipico della nostra  cultura.</p>
<p><strong>Il grande bluff.</strong> In realtà un film come Avatar è perfettamente riuscito per ciò che non dice.  Grida forte chiedendo a tutti noi di cambiare, ma dentro di sé sa che non  capiterà mai, ed è contento perché questo è il motivo del suo successo. E lungo  tutto il viaggio allucinogeno Cameron è cosciente? Non si sa, ma gli aneddoti  narrativi e le diverse citazioni di cui fa largo uso nel film sembrano un modo  per tutelarsi e rimanere aggrappato alla storia di un cinema ben riuscito. In  ogni caso, senz’altro, quest’ultima lunga meditazione del regista ha il pregio  di aver oltrepassato le forme consentite dal presente. Ma il film stupisce  soltanto, e pure senza pudore. Profondità nascoste.</p>
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		<title>Quale strada ha preso il Maestro?</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Sep 2008 11:22:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara</dc:creator>
				<category><![CDATA[.cinema di animazione]]></category>
		<category><![CDATA[anime]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Festival di Venezia]]></category>
		<category><![CDATA[Hayao Miyazaki]]></category>
		<category><![CDATA[Ponyo on the cliff by the sea]]></category>
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		<description><![CDATA[Il suo ultimo lavoro, Ponyo on the cliff by the sea, è stato in concorso all'ultimo Festival di Venezia...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Hayao Miyazaki è uno dei nomi più importanti nel panorama internazionale dell&#8217;animazione. Il suo ultimo lavoro, Ponyo on the cliff by the sea</strong>, è stato in concorso all&#8217;ultimo Festival di Venezia, dopo essere già stato ospite della laguna nel 2005 &#8211; anno in cui ricevette il leone d&#8217;oro alla carriera - e l&#8217;anno seguente, in cui presentò Il castello errante di Howl. Grandi quindi le aspettative sulla sua ultima opera.</p>
<p><strong>Va precisato però che la sua fama in occidente non è poi così lunga quanto la sua carriera. </strong>In molti, nati negli anni &#8216;70 e &#8216;80 (in Italia di sicuro) hanno seguito e amato molte delle serie animate da lui disegnate, tra cui Heidi, Anna dai capelli rossi, Marco, l&#8217;animalesco Sherlock Holmes (le prime 6 puntate), Rascal, ma soprattutto Conan, il ragazzo del futuro. Eppure nessuno, allora, sapeva che dietro a questi cartoni c&#8217;era la sua mano. In quegli stessi anni però, i suoi lungometraggi non ebbero la stessa fortuna, non trovando distributori per il mercato occidentale, monopolizzato da Disney. Rimasero così sconosciute ai più opere eccezionali come <em>Nausicaa della valle del vento</em>, <em>Una tomba per le lucciole </em>e l&#8217;esilarante <em>Porco Rosso </em>(ambientato tra l&#8217;altro in una fantasiosa quanto irreale Italia degli anni &#8216;30), insieme a molti altri.</p>
<p><strong>Si dovette attendere il 2003 prima di far risuonare il suo nome sulla bocca di tutti. </strong>Inizialmente la domanda comune fu &#8220;Chi è quel Miyazaki che ha vinto l&#8217;oscar?&#8221;; ben presto però, tutti poterono affermare senza ombra di dubbio: &#8220;Miyazaki è il regista del capolavoro <em>La città incantata</em>&#8220;. Così, quello che al momento sembrò essere un anonimo giapponese, si scoprì essere invece un grande e prolifico autore, cantore di storie dal sapore intenso e profondo, pieno di tematiche attuali e con uno sguardo sul futuro, sull&#8217;infanzia e sulle donne mai visto prima. Da allora il numero dei suoi estimatori è cresciuto esponenzialmente, riportando alla luce i suoi precedenti lavori e lasciando tutti in una trepida attesa per quelli a venire.</p>
<p><strong><em>Ponyo</em> si colloca qui come la sua ultima fatica creativa, piena di scelte se non rivoluzionarie di sicuro contro tendenza. </strong>Innanzitutto, colpisce la decisione di rinunciare al digitale e tornare al disegno a matita, questo perché, a suo avviso:</p>
<blockquote><p>&#8220;L&#8217;uso eccessivo della computer graphic rischia di deumanizzare l&#8217;animazione, mentre questa ha bisogno dell&#8217;intervento umano e dell&#8217;uso della matita&#8221;. <a href="http://www.movieplayer.it/articoli/04714/hayao-miyazaki-presenta-a-venezia-la-sua-piccola-ponyo/" target="_blank">[*]</a></p></blockquote>
<p>Tuttavia nel film, sebbene si debba rinunciare ad una maggiore dinamicità della regia possibile invece con il digitale, non viene tolto nulla alla pulizia dell&#8217;immagine e al fascino di alcuni suoi quadri, tanto che, se non lo si sapesse, probabilmente in pochi noterebbero che si tratta di un lungometraggio interamente disegnato a mano.</p>
<p><strong>La narrazione poi segna anch&#8217;essa un balzo indietro rispetto a quanto si era visto nei suoi due ultimi film.</strong> Ed essendo dichiaratamente una pellicola pensata per i bambini, la semplicità diventa un linguaggio necessario. Addio quindi alle inquietanti paure pre-adolescenziali (<em>La città incantata</em>) e alle buffe difficoltà della vecchiaia (<em>Il castello errante di Howl</em>), qui al contrario viene dato grande spazio all&#8217;esuberanza, alla vivacità e all&#8217;incoscienza dell&#8217;infanzia.</p>
<p><strong><em>Ponyo</em> è</strong> infatti <strong>una creatura marina speciale</strong>, nata da un bizzarro mago che vive sottacqua e una misteriosa dea, temuta e rispettata. La piccola però ha una natura curiosa e indipendente che la porterà a fuggire dal controllo paterno per scoprire il mondo in superficie. Qui incontrerà Sosuke, un bimbo di 5 anni che la adotterà e si prenderà cura di lei, fin tanto che il padre di Ponyo, scoperta la fuga, gliela strapperà dalle mani. Da qui i due amici inizieranno percorsi diversi nel tentativo di ricongiungersi. Soprattutto Ponyo, trasformatasi in bambina, scatenerà involontariamente uno tsunami magico che metterà a rischio tutto il paese e la sua stessa vita. L&#8217;intervento degli adulti riporterà definitivamente l&#8217;equilibrio e permetterà ai due amici di riconciliarsi.</p>
<p><strong>Non manca nulla della sua poetica:</strong> la denuncia contro l&#8217;inquinamento ambientale, l&#8217;amore e l&#8217;amicizia come i motori della vita, la magia, la solidarietà e un universo femminile fatto di figure forti e coraggiose. Per quanto, bisogna ammetterlo, niente viene neppure aggiunto&#8230;</p>
<p><strong>Ed allora la domanda rimane. Come interpretare questa opera di Miyazaki?</strong> Si può davvero parlare di una involuzione creativa oppure siamo di fronte a una presa di posizione forte, autoriale, rispetto al mercato attuale? Difficile da dire, eppure, in una realtà in cui la stessa animazione sembra essere sempre più rivolta agli adulti, sempre più alla ricerca della perfezione visiva e della complessità figurativa, Miyazaki pare voler ricordare che al centro di ogni opera deve esserci il suo spettatore. Parlare ai bambini è forse l&#8217;unica cosa che nessuno sta facendo nell&#8217;attuale mercato cinematografico dell&#8217;animation. Libero da ogni logica di marketing, Miyazaki sceglie invece di tornare a un processo creativo più umano e diretto, nonché di tornare a incantare coloro che da sempre sono le sue muse ispiratrici ma anche incantevoli protagonisti delle sue storie: i bambini.</p>
<p>E su una cosa non vi è alcun dubbio Ponyo, con la sua selvaggia, ingenua e allegra vitalità, non potrà che conquistare il suo spettatore. Laddove però in sala, ne sono certa, non ci saranno soltanto i più piccoli…</p>
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		<title>The sky crawlers di Oshii Mamoru: un capolavoro incompreso</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Sep 2008 17:34:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara</dc:creator>
				<category><![CDATA[.cinema di animazione]]></category>
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		<category><![CDATA[Oshii Mamoru]]></category>
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		<category><![CDATA[Venezia 65]]></category>

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		<description><![CDATA[L'ultima opera di Oshii Mamoru presentata al Festival di Venezia 65...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright" style="border: 1px solid black; margin: 1px;" title="The sky crawlers di Oshii Mamoru" src="http://www.schaft.net/n00bs/diary_img/Sky_Crawlers_POSTER_s.jpg" alt="The sky crawlers di Oshii Mamoru" width="200" /><strong>&#8220;Ma non è un film d&#8217;animazione! Mamoru lo avrà fatto perchè non aveva abbastanza soldi per fare un film vero.&#8221; Queste le parole di una spettatrice all&#8217;uscita dalla proiezione </strong>dell&#8217;ultima opera di Mamoru, presentata a Venezia 65. Al momento, appena udite, ho trattenuto a fatica un&#8217;esplosione di riso. Poi però quella frase ha continuato a seguirmi, spingendomi a chiedermi il perché di questa interpretazione. Quello che questa spettatrice (un po&#8217; ingenua) ha messo in discussione in quel momento è la materia narrativa e il linguaggio cinematografico idoneo ai film d&#8217;animazione, in contrasto con quello dei film &#8220;veri&#8221;. Senza aprire un dibattito su cosa può essere identificato come film vero e cosa no, mi sono però chiesta: Che cosa si aspettava questa signora? E che cosa invece ha fatto Mamoru? Mi sono immaginata così una spettatrice media, abituata ai film che passano nei multisala. Per questo target, i film d&#8217;animazione sono solo quelli d&#8217;importazione americana, commedie apparentemente per bambini, fatte di dialoghi e gag esilaranti, che si susseguono rapidamente in un continuo rincorrersi di eventi ed azioni, con un lieto fine assicurato e una morale buonista. Questo probabilmente era il mondo di aspettative entro cui si era mossa quella signora. Guardando l&#8217;opera di Mamoru da questa prospettiva, la frase iniziale assume una sua giustificazione. Questo però ci apre scenari ancora più preoccupanti. Innanzitutto perché rivela il potere del cinema americano nel definire i confini del cinema stesso e delle aspettative dello spettatore. Secondo, perché indica la difficoltà di accettazione e comprensione &#8211; per il pubblico medio &#8211; di opere artistiche dal respiro più ampio, dove l&#8217;animazione diventa solo una delle forme espressive possibili per il cinema e non un genere con caratteristiche specifiche, dalle quali non può uscire, pena l&#8217;incomunicabilità o incomprensione.</p>
<p><strong>Da questo punto di vista, il film di Mamoru, decisamente, non appartiene al &#8220;genere&#8221; animazione.</strong> Non fosse altro perché il suo <em>The sky crawlers</em> (tratto dal romanzo di Hiroshi Morii) affronta una tematica quanto mai drammatica e filosofica. I Kildren sono un gruppo di giovani, frutto di esperimenti in laboratorio, che vivono in una condizione di immortalità ed eterna giovinezza. Fermi all&#8217;età dell&#8217;adolescenza, vengono usati da un&#8217;organizzazione composta da adulti, come strumenti per intrattenere il pubblico di tutto il mondo. I Kildren sono infatti piloti di aerei militari, unici combattenti di una guerra di cui non conoscono – né sono interessati a conoscere &#8211; le ragioni né le cause. In una di queste basi si incontreranno Yuichi e Suito, con tutto il portato tragico delle loro storie e del loro rapporto.</p>
<p><strong>Quello di Mamoru è un intenso lavoro sul concetto di tempo e sulla relativa materia cinematografica</strong>, sia a livello di regia che narrativo, per spostarsi poi al di fuori del cinema stesso e parlare allo spettatore. Buona parte del film si svolge sulla terra ferma e dal contrasto con le vorticose riprese aeree, emerge maggiormente la fissità nella quale vivono i personaggi, tradendone tutto il loro disagio ed il loro vivere in uno stato trasognante, unico modo per proteggersi dalla follia. Un malessere dettato da una vita che perde di desiderabilità e di valore, sia rispetto agli altri – il nemico, ma anche il mondo esterno che osserva i soldati uccidersi senza protestare – che rispetto a se stessi.</p>
<p><strong>La stasi e l&#8217;emarginazione dal mondo nella quale vivono questi non-adolescenti nel loro quotidiano sulla terra, ha come contraltare la guerra aerea.</strong> Solo nei cieli i Kildren esperiscono la libertà di poter decidere cosa fare. Il volo è il loro unico momento di vita, laddove la vita è anche un continuo confronto con la morte.</p>
<p><strong>Partendo dalle domande sul tempo e sul senso della propria esistenza, il regista si apre anche a riflessioni sull&#8217;età. </strong>Parla dei giovani d&#8217;oggi, sia quelli con l&#8217;infanzia rubata dalla guerra, sia in maniera più ampia dei giovani senza più prospettive per l’avvenire, inseriti in un mondo costruito da adulti che però non ha spazi per loro, se non all&#8217;interno della loro stessa spettacolarizzazione e strumentalizzazione.</p>
<p><strong>Ma se la vita è un continuo crescere e cambiare, se è il confrontarsi con un limite (tra i quali, la morte), quale è il suo valore se si vive in un limbo perenne? </strong>Il film, dopo essersi interrogato a lungo su questo tema, non trovando risposta né nel mondo esterno né nel futuro, ripiega sullo sguardo del singolo, chiudendosi con una proposta di attaccamento alla vita, per certi aspetti amara e &#8220;compensativa&#8221;. Dalle parole finali del protagonista:</p>
<blockquote><p>&#8220;But today is different from yesterday. And tomorrow is different from today. You can change the side of the road that you walk down every day. Even if the road is the same, you can still see new things&#8221;</p></blockquote>
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		<title>Persepolis di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Mar 2008 10:17:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Zack</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Attraverso gli occhi di Marjane bambina, quindi adolescente inquieta e infine donna, Persepolis ripercorre 15-20 anni di storia iraniana, dalla fine degli anni settanta fino alla metà degli anni novanta...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Attraverso gli occhi di Marjane bambina, quindi adolescente inquieta e infine donna, Persepolis ripercorre <strong>15-20 anni di storia iraniana</strong>, dalla fine degli anni settanta fino alla metà degli anni novanta: dall&#8217;insurrezione popolare e la caduta dello <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sci%C3%A0" target="_blank">Scià</a> alla frustrazione delle speranze di libertà e giustizia sociale con l&#8217;instaurazione del regime islamico, le assurde leggi liberticide contro le donne, la miope politica culturale volta a impedire e censurare ogni comportamento vagamente riconducile all&#8217;occidente ateo e decadente.</p>
<p>E poi  <strong>le esecuzioni di massa dei prigionieri politici, l&#8217;enorme tragedia della <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_Iran-Iraq" target="_blank">guerra con l&#8217;Iraq</a></strong> di Saddam (allora sostenuto e armato dall&#8217;occidente), con oltre un milione di morti, una generazione di giovani martirizzata, Teheran bombardata, l&#8217;inasprimento della politica del regime contro gli oppositori accusati di volta in volta di offendere i martiri della guerra e della rivoluzione, di essere anti-islamici, filo-occidentali o comunisti.</p>
<p>Particolarmente illuminante riguardo alla tipologia di regime instaurato con l&#8217;avvento della <strong>repubblica islamica</strong> la vicenda dello zio di Marjane. Incarcerato, già torturato e perseguitato sotto lo <strong>Scià</strong> per le sue idee socialiste, scappa in Urss, quindi ritorna e partecipa attivamente alla rivoluzione, ma in seguito verrà arrestato e quindi giustiziato dal nuovo regime.</p>
<p>In un paese del genere non c&#8217;è molto spazio per uno spirito libero e così, pur tra mille difficoltà e ansie della famiglie, Marjane viene mandata ancora adolescente a Vienna. <strong>Ma il primo approccio con l&#8217;Europa è molto difficile</strong> e Marjane conosce sulla sua pelle la discriminazione e le difficoltà dell&#8217;integrazione. Seguirà il ritorno a Teheran, la depressione, gli studi in un&#8217;università ormai islamizzata, il matrimonio come strumento per ottenere un pò di libertà, quindi il divorzio e la decisione di trasferirsi in Francia.</p>
<p>Le vicende vengono narrate con un linguaggio molto semplice e scanzonato che coniuga ironia e leggerezza con la potenza della denuncia: la <strong>religione come strumento di potere avvelena ogni cosa</strong>.</p>
<p>Persepolis ha vinto il <strong>premio della giuria al festival di Cannes 2007</strong>. In Iran il film ha avuto una diffusione limitata, è stato <strong>censurato in alcune parti</strong> ritenute eccessivamente anti-islamiche ed è stato aspramente criticato per aver dato una rappresentazione incompleta e di parte della società iraniana.</p>
<p><em><strong>Persepolis è un film autobiografico d&#8217;animazione di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Marjane_Satrapi" target="_blank">Marjane Satrapi</a></strong>, tratto dall&#8217;omonimo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Persepolis_(fumetto)" target="_blank">fumetto</a>. L&#8217;autrice, iraniana, vive in Francia da alcuni anni e in Italia è nota ad alcuni per le vignette pubblicate dal settimanale <a href="http://www.internazionale.it" target="_blank">Internazionale</a>.</em></p>
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