Valle dei Mòcheni, aspettando “La prima neve”

La luce entra nel bosco insieme alle ombre. Si alternano, si incrociano, giocano come vuoti e pieni, come spazi di vita tra silenzio e rumore. Gli alberi sembrano voler scappare dal bosco. Ma non possono. Crescono a cercare la luce, si allungano per superare gli altri, ma rimangono tutti ancorati lì, uno affianco all’altro, in file regolari che segnano le prospettive. È il bosco il luogo centrale dell’incontro tra Dani e Michele; è in quello spazio che i due si seguono, si cercano, si respingono, si conoscono. È uno spazio in cui la natura diventa teatro. Dove la realtà diventa luogo dell’anima e ospita significati e metafore che la trascendono. Pronta a diventare sogno. Andrea Segre, Note di regia

Valle dei Mocheni

© Tiziano Sartori

Che il cinema italiano stia infine riscoprendo una propria ragion d’essere? Sembra delinearsi all’orizzonte un movimento che accomuna opere di autori quali Garrone, Crialese, Diritti, solo per citarne alcuni, che, lasciandosi alle spalle le dinamiche socio-familiari, reagendo alla palude della commedia rosa pastello e del cinepanettone, trae la propria forza dall’indagine delle contraddizioni del nostro tempo, mette a nudo la nostra storia, il nostro mondo, i nostri perduti amori. C’è melanconia, c’è passione, c’è disincanto. Potremmo forse definirlo così, un cinema del disincanto. Lo sguardo è pulito, consapevole, il racconto attento e onesto. E stilisticamente la fiction si contamina di documentario, la cinepresa diventa mezzo per esprimere esteticamente il contrasto. Un cinema che si radica nel suo specifico contesto culturale, nel suo specifico tempo, ma che sa guardare oltre.

Una riflessione che nasce dalla visione di una serie di film, in ultimo La Prima neve di Andrea Segre. Un regista e documentarista (oltre che docente di Sociologia della Comunicazione) che ha a cuore il tema dell’immigrazione, delle culture ai margini, del territorio.

La prima neve racconta di Dani (Jean Christophe Folly) che arriva dal Togo in Trentino. Non ci voleva venire, ma non ha avuto alternative. Si trova così in una piccola valle di montagna estremamente ancorata alle proprie antiche tradizioni, intimamente legata al proprio ambiente, ai propri alberi, al proprio fiume, alla propria neve. E’ la Valle dei Mocheni, un luogo unico, quasi un mondo a sé, che ha saputo conservare le antiche radici. Dani è be accolto dalle persone del posto, ma non può fare a meno di sentirsi estraneo e chiudersi nel dolore causato dalla recente perdita della moglie. Poi capita un incontro, quello con Michele (Matteo Marchel), un bimbo della valle, lui invece ha perso il papà. Passo dopo passo, tra i boschi e gli alberi, in attesa della neve, i due si avvicinano sembrano trovare in qualche modo un po’ di conforto a quel senso di profonda solitudine.

Il piglio documentaristico e la fiction si fondono in un film riuscito. Se incespica un po’ nella caratterizzazione di alcuni personaggi e nella gestione di alcuni temi, dà il massimo con la fotografia, diretta da Luca Bigazzi. E arriviamo così al tema che qui ci sta più a cuore: com’è raccontato il luogo che ospita la vicenda.

La Valle dei Mocheni arriva in tutta la sua pura meraviglia: i boschi di betulle, gli scorci, i dettagli, il cielo. Si parte da Pergine Valsugana, il comune più importante, proprio all’imbocco della valle. Ci si muove attraverso, in lungo e in largo, passando da Sant’Orsola fino a Palù del Fersina, cuore culturale mocheno, spingendosi poi in alto tra boschi e masi e pascoli e cime.

In attesa della prima neve non solo solo i personaggi, ma il regista stesso che non sa esattamente come e quando cadrà, non sa esattamente quale estetica l’inquadratura avrà nella scena finale, finché il giorno non arriva e la telecamera non è pronta a filmare. La forma della montagna, il sentimento dell’immagine sarà catturato nell’istante, non può essere previsto. La Valle dei Mocheni si fa così protagonista della storia e anima vivente dell’ultimo lavoro di Andrea Segre.

Credo che la chiave estetica del racconto sulla natura stia in questo film nel darle una funzione teatrale, classica, quasi ieratica. Per una forma di rispetto e di ascolto della sua potenza generatrice e materna. Nelle scene in cui la relazione unama sarà al centro della narrazione, userò molti movimenti a mano, portando la camera a seguire, a immergersi nel flusso del reale. Mentre la cinepresa diventerà statica, quasi assente, lì dove sarà necessario concedere il potere della guida emotiva ai volti e alla presenza della natura, della montagna, del bosco, degli alberi, dell’aria, delle nuvole, del legno, del cielo, della luce. Andrea Segre, da “Prima della neve” (MonturaEditing, 2013)

Le location del film (parziale):

Link utili:

Sito uffuiciale del film
Blog personale del regista