On the road: tanto gas per nulla

Quando si pensa a un’opera ‘on the road’ il pensiero di tutti va subito a Easy riders di Dennis Hopper, per il cinema, e On the road di Jack Kerouac, per la letteratura. Poi, se ci mettiamo di impegno, troviamo mille altri riferimenti, ma questi due più di tutti hanno colpito l’immaginario collettivo in maniera forte e indelebile. Per questo motivo l’idea di provare a parlare della trasposizione cinematografica del libro-manifesto della beat generation sembrava una buona idea. Sulla carta. Prima di vedere il film.

Eh già, perché al di là della solita retorica per cui il libro è sempre e comunque più bello della sua trasposizione, nel caso specifico ci tocca ammettere che è andata proprio così. E non tanto perché nel libro potevamo immaginare cose che nel film non c’è stato il tempo di mostrare (anche se in effetti questo aspetto esiste…); e non solo perché è un’opera che fonda parte del suo valore nel ritmo, nello stile e nel linguaggio scelto, ma per il più semplice fatto che il lavoro del regista Walter Salles non riesce minimamente a esprimere il cuore del romanzo, che è anche il cuore di quei pazzi ragazzi che diedero vita e forma letteraria al beat americano.

on the road - screenshot

Partiamo dal film… Una vera storia non c’è, come nel romanzo. Si tratta di un susseguirsi di eventi a mo’ di diario vissuti da Sal (in realtà Jack Kerouac), studente dell’università di New York con ambizioni letterarie e una forte attrazione per il viaggio, che – a seguito del folgorante incontro con Dean (Neal Cassady) – abbandonerà la tranquillità della sua vita borghese per iniziare a sperimentare quella ‘sulla strada’: fatta di incontri impreveili quanto intensi, di lavori occasionali, di città sperdute e pochissimi soldi.

Nel film possiamo assaggiare solo alcune delle tappe dei suoi incredibili viaggi, che tagliarono più volte da est a ovest la costa americana, fino poi a spingersi in Messico, dove il magico rapporto tra Sal e Dean si ruppe irreparabilmente. In particolare ci vengono mostrate (poche, ma bellissime) immagini dell’entroterra americano, in diverse stagioni dell’anno: dal periodo caldo dei raccolti, alle gelide nevicate invernali (la fotografia è di Eric Gautier, lo stesso di Into the wild, scusate se è poco). Mentre le tappe più lunghe sono sicuramente quelle di New York, Denver (città natale di Dean), San Francisco, Los Angeles e infine il caldissimo e delirante Messico.

Se vi aspettavate di poter vedere qualcosa di queste città, be’ allora siete proprio degli ingenui. Come me. Infatti, quasi per tutto il tempo, assisterete a un susseguirsi di locali e appartamenti più o meno squallidi. Inutile dire che per un film ‘on the road’ si tratta di una grave e inconcepibile pecca, tanto più se l’anima del libro è proprio la strada, che per i protagonisti è come il richiamo della foresta per il cane Buck di Jack London. Poi possiamo anche dirci che il regista voleva parlare di un viaggio “più che altro” interiore, ma se si è letto il libro anche solo una volta è chiaro che esterno e interno, qui, non possono essere separati.

E questo ci porta dritti all’altro grande, quanto inaspettato, errore di Salles, ovvero: essersi dimenticato di far capire la filosofia di vita che muoveva questi ragazzi. Non era una scelta casuale la loro, non erano un gruppo di viaggiatori qualunque, né dei ragazzi che volevano passare una banale “notte da leoni”. La loro fu una scelta di vita; solo che invece di andare nei boschi per vivere in saggezza e profondità, si buttarono a testa bassa nella polvere della strada, ad annusare l’odore di fumo dei locali dove si suonava musica dal vivo e scorrevano fiumi fatti di alcool, a trovare riparo nelle fredde notti tra le calde gambe di una donna, anziché da un solitario falò sotto le stelle.

Una vita irrequieta mossa dal desiderio di sperimentare tutto, in particolare tutto ciò che era considerato non adatto ad una vita borghese, ovvero: tanto sesso di tutti i tipi (più donne, più persone e anche tra uomini!); tante droghe di tutti i tipi; jazz e bebop a iosa – sia come ispirazione letteraria, sia come momento di totale sballo e distacco dalla vita quotidiana; nessun soldo; niente casa; nessun posto di lavoro fisso; nessuna regola in generale e nessun punto fermo, se non il grande desiderio di non fermarsi mai, ma di continuare a vivere spingendo l’acceleratore fino in fondo, perché solo “la strada è vita”.

Nel film tutto questo c’è, o quasi, ma senza un briciolo della poesia che troverete nel romanzo.

E’ evidente che Walter Salles non ha imparato la lezione di Apocalypse now e – seppure consapevole della difficoltà di portare al cinema questa opera letteraria, così ricca di eventi e dalla prosa ricercata – ha appiattito il tutto mostrando una serie di momenti di ispirazione libertina, con protagonisti Dean e Sal, ma senza approfondire (ad esempio) la loro strana amicizia né tutto il resto.

Ma allora non c’è proprio nulla da salvare di questo film? In tutto sincerità, io salverei solo la fotografia, la maggior parte del cast (ci sono dei nomi di alto profilo, anche se la Kristen Stewart rovina ogni cosa, sempre e comunque) e il personaggio di Dean: ben scritto e ben interpretato: è il personaggio più vicino a quello scritto da Jack. Per il resto però, ci sono troppe cose che non hanno funzionato e moltissimi altri film con cui viaggiare. Questa tappa non me la sento proprio di consigliarla…