Il ladro di bambini: poetica di sguardi nel road movie di Amelio

Il ladro di bambini, film di Gianni Amelio del 1992, presenta una trama quasi inesistente, sintetizzabile in poche righe. Il racconto prende la forma di un viaggio che, da Nord a Sud, porta tre personaggi ad attraversare tutta l’Italia. Antonio, Luciano e Rosetta si incontrano per la prima volta alla stazione di Milano Centrale per poi, attraverso varie tappe, raggiungere l’estremo Sud della penisola dove, nella cittadina di Gela, termineranno il viaggio. Loro sono un carabiniere e due bambini, fratelli, che la legge prevede vengano “tradotti” in un istituto di accoglienza perché macchiati della colpa di essere figli di una società incurante dei loro diritti. Questa nostra legge non prevede però che Antonio possa affezionarsi ai bambini prendendosi per tre giorni la licenza di far loro da padre. Non prevede certo pause per riposarsi né pranzi sul mare per far tornare un sorriso o confidenze per riacquistare fiducia e per sentirsi cari a qualcuno. E chi trasgredisce le regole, viene punito: carabiniere o bambino che sia.

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Il regista indugia su elementi riconducibili al viaggio, ma i luoghi non sono mai protagonisti: prima una lunga panoramica verticale di un treno visto dall’alto mentre esce dalla stazione milanese, poi il treno inquadrato dall’interno e dalla sala d’attesa della stazione di Ostia (anche se nella storia si finge sia quella di Roma Termini); ancora treni a Roma e a Bologna e molte inquadrature sono per l’auto di Antonio. L’impressione è che Amelio voglia mostrarci non tanto il viaggio fisico, quanto il viaggio interiore nell’evolversi del rapporto fra i bambini e il carabiniere.

I luoghi ritratti sono emblematici. Lungo il viaggio nessuna inquadratura è dedicata ai luoghi di arrivo perché nella storia di Amelio un punto di arrivo non c’è: non sappiamo che ne sarà di Antonio e del suo futuro nell’Arma una volta tornato a Milano, così come non sappiamo cosa ne sarà di Rosetta e Luciano, anche se ci è facile immaginarlo. Come dice Rosetta (interpretata da Valentina Scalici) in una scena del film, questo è un viaggio che “non serve a niente”, non porta da nessuna parte. Gli unici luoghi a cui viene dato spazio sono la casa della periferia milanese, un collegio di religiosi a Civitavecchia, l’appartamento romano di due carabinieri, la casa-ristorante abusiva a Reggio Calabria e, a far da nesso, i luoghi di passaggio: le stazioni, gli scompartimenti dei treni, le strade, i bar, le sale d’attesa, il traghetto, la corriera, l’automobile. Fino ad arrivare in uno spazio deserto, quale ci viene rappresentato il piazzale di Gela in cui l’auto di Antonio si ferma, un terreno abbandonato paragonabile alla realtà da cui la storia ripartirà appena iniziano i titoli di coda, la realtà moralmente vuota di un’intera società.

E’ una poetica della sottrazione quella che persegue Gianni Amelio: poche parole, poco didascalismo e molta sincerità. Una poetica che si intravede proprio dalle descrizioni dei luoghi messe in atto dal regista. Quella mostrata ne Il ladro di bambini è un’Italia spogliata, che ci viene rappresentata come tutta uguale, a cui è stata sottratta l’identità e la memoria storica. Milano non è altro che un gruppo di case di periferia e una stazione, lo stesso Bologna; Roma è un parco, quello che campeggiava in Piazza Vittorio al posto dell’attuale cemento, una lunga strada e, ancora una volta, una stazione. Allo stesso modo il Sud Italia ci viene indicato dallo scempio dell’abusivismo edilizio della Calabria, dal marocco Duomo di Noto con la sua piazza antistante e dallo spoglio piazzale della deserta cittadina di Gela, dove la sera nessuno cammina per strada e le finestre delle case restano buie. Amelio così facendo non dice, rappresenta.