Road movie, il genere che non c’è…

Parliamo di cinema, parliamo di viaggi: inevitabile parlare di road movie.

Un genere dai tratti un vaghi. In prima approssimazione il road movie è il film che si svolge su una strada, seguendo il cammino di un personaggio verso una meta, più o meno risolutiva della sua storia. Il nome richiama l’ormai mitico On the road di Kerouac (1957), romanzo di formazione di un’intera generazione (la beat, per la precisione), che ha come diretta filiazione cinematografica l’ormai altrettanto mitico Easy Rider di Dennis Hopper (1969). Se però pensiamo che Hopper, per sua stessa ammissione, si è ispirato al nostro Il Sorpasso di Dino Risi, ecco che le definizioni e i limiti spazio-temporali del genere si complicano.

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Anche perché a guardar bene, la maggior parte delle storie raccontate (al cinema e non) tratta di un viaggio. Il più delle volte non solo metaforico. Scomodiamo allora la narratologia, così ci diamo un po’ di arie da intellettuali: Vladimir Propp, erede di una lunga tradizione russa di studiosi del folklore, arriva a scrivere nel 1928 Morfologia della Fiaba. In estrema sintesi, sostiene di aver individuato una struttura comune alla maggior parte delle favole della tradizione (russa, dice lui) – una cosa così, più o meno: il tal personaggio vive nel suo mondo beato, qualcosa di brutto arriva e lo costringe a partire per ritrovare la felicità, il personaggio si mette in cammino (e cammina e cammina e cammina…), arriva in un altro mondo completamente diverso da quello in cui ha sempre vissuto, affronta prove e nemici che lo portano a un passo della morte, vince la morte e conquista quello di cui aveva bisogno, e poi ritorna in un nuovo mondo che lui stesso con il suo coraggio e la sua virtù ha contribuito a creare. Come vedete, un viaggio. Un esempio citato da tutti? Il Mago di Oz, che ha tanto di Sentiero Dorato da seguire: più on the road di così!

Ispirato da Propp, un antropologo americano, Joseph Campbell, nel 1949, analizza la mitologia (prima occidentale, poi mondiale) e individua la stessa struttura anche nei miti, arrivando a sostenere che le fiabe non sono altro che la versione popolaresca dei miti e che i protagonisti degli uni e dell’altre non sono altro che maschere di un unico personaggio comune, l’Eroe che ha mille facce diverse ma che in sostanza fa sempre la stessa cosa: un viaggio per affrontare la morte e rinascere più forte di prima. Un viaggio da un mondo ordinario a un mondo extra-ordinario durante il quale cresce, matura e diventa capace di creare lui un nuovo mondo, migliore di quello da cui è partito. Il suo libro, L’Eroe dai mille volti, ispira un tal George Lucas che lo usa come un vero e proprio manuale per scrivere la sceneggiatura di un filmetto poco conosciuto, dal titolo Star Wars, in cui il giovane Luke Skywalker compie il suo viaggio per cambiare il mondo in cui vive. Poco importa se il suo mondo è una galassia lontana, lontana: il suo è un viaggio on the road, anche se la strada in questione passa per l’iperspazio e il pianeta Tatooine. Il film cambia per sempre il cinema occidentale: è il 1976.

Il successo di Lucas spinge gli americani a replicare nei secoli dei secoli le sue intuizioni che vengono così codificate da Chris Vogler, ne Il Viaggio dell’Eroe, ormai bibbia fondamentale di qualsiasi sceneggiatore, in cui vengono scandite esplicitamente le tappe imprescindibili che si ripresentano, ogni volta sotto aspetti sempre diversi, in ogni racconto: presentazione del mondo dell’Eroe, richiamo all’avventura, rifiuto dell’avventura, incontro col mentore, incidente scatenante, partenza per il mondo straordinario eccetera… La cosa più incredibile è che questo modello funziona! I più grandi blockbuster sono costruiti esattamente (e quasi maniacalmente) seguendo i dettami di Vogler, con qualche aggiustatina qua e là, a seconda della bravura dello sceneggiatore. Tutti i più recenti successi della Pixar, ad esempio, sono viaggi dell’Eroe che più classici non si può. Anche Up!, in fin dei conti, è un’avventura on the road, anche se la strada è percorsa su una casa volante.

Morale: il road movie non esiste! Ha senso parlarne solo se vogliamo sottolineare l’ambientazione prettamente stradale del racconto. Se il viaggio – che è l’elemento comune e portante di praticamente tutta la narrazione cinematografica – è svolto in automobile. Se è Thelma & Louise, in parole povere. Ma, a pensarci bene, anche se è Accadde una notte di Frank Capra (che si svolge in autobus ed è del 1934 – tanto per dimostrare che il road movie, se esiste, non è un genere spuntato per generazione spontanea negli anni ’60).

Potremmo lanciarci in pedanteschi elenchi sterminati di film (anche il recentissimo di Sorrentino è un road movie, a voler vedere), anche perché questa struttura narrativa è eccezionale per raccontare un ambiente (e un tema ad esso connesso) nel quale si voglia introdurre progressivamente lo spettatore: nei suoi esempi migliori, il viaggio è la scoperta di un argomento e di valori (cioè di un mondo) che cambieranno per sempre il protagonista del viaggio stesso – e con lui il pubblico.