Perduto amor: la Milano di Franco Battiato

Perduto amor è la prima incursione nel cinema da parte di Franco Battiato, grazie al quale vinse un Nastro d’Argento proprio come regista esordiente: un’opera d’ispirazione evidentemente autobiografica. Protagonista è infatti Ettore, dalla sua infanzia e adolescenza a Catania fino alla sua maturazione a Milano.

Catania, addio

foto catania

CC andrea

Inutile negare la centralità della prima parte rispetto al resto del film. Battiato tradisce subito tutto il suo amore per la terra d’origine ed è qui che dà vera prova di regista, forse aiutato dalla bellezza dei paesaggi e da una maggior facilità e libertà narrativa, ma bisogna ammettere che non si può non rimanere colpiti sin dalle prime immagini.

Si sente che è qui che nasce il cuore di Battiato, più che il suo lato intellettuale, e questo gli permette di concedersi al sentimento e alla forza dei personaggi, dei suoni e dei colori che lo hanno segnato, raccontando gli anni fondativi del protagonista: fatti sì della scoperta della musica (Ettore infatti va a lezione di pianoforte presso una famiglia altolocata del paese), ma anche della forte presenza di figure maschili e femminili, in particolare della madre e della nonna, con le quali vive. Ed è toccante vedere quanto il ritratto di queste donne sia lontano da qualunque facile stereotipo sul meridione: si tratta infatti di donne forti e autonome, ma anche profondamente capaci di grandi sentimenti e di sacrifici. Gli uomini invece – a eccezione del padre, libertino e svogliato – vengono rappresentati come i custodi del “sapere”, coloro che conservano e tramandano la cultura.

E nel mezzo, emerge una Catania commovente, dai colori caldi, fatta di immagini che sanno di ricordi dal sapore lontano: come le giornate al mare sotto gli occhi vigili delle madri, una romantica gita di notte in barca con mamma e papà, le serate in piazza con gli amici, il primo amore e, infine, l’incontro con il secondo: la cultura. E sarà proprio quest’ultima a portarlo lontano dalla Sicilia, in cerca di se stesso e di un sogno da realizzare.

Milano e la musica

cineturismo a Milano

CC Bert Kaufmann

Ed eccolo allora arrivare a Milano, sul finire degli anni ’60, mentre scende le scale della stazione di Lambrate in cerca del tram 23 – che porta in P.za Fontana -, come già in molti avevano fatto prima e faranno dopo di lui. Sperduto ma non perso. Inizia infatti qui a confrontarsi con il mondo: quello del lavoro, della meditazione e della musica, e a trovare la sua strada.

Milano si presenta sin da subito come opposta alla Sicilia: mentre a Catania regnava la socialità e il calore umano, Milano è il luogo in cui Ettore inizierà a scoprire la solitudine, da cui prenderà forma il suo io e la sua vena artistica. Ma Milano è anche il centro della vita culturale di quegli anni.

Ettore tenta subito di entrare nel mondo della musica: prima suonando al club 64 – locale di musica e cabaret, aperto dal giornalista Pinin Mantegazza, che accolse tutti i grandi nomi della comicità milanese degli anni ’60-’70, come Cochi e Renato, Jannacci, e così via, che si caratterizzava per un tono più politico e impegnato rispetto agli altri locali del genere -, poi come accompagnamento a Herbert Pagani – cantautore oggi (purtroppo) dimenticato – e infine come membro di una band rock-melodica.

Eppure la musica non viene raccontata come il luogo puro e libero che si potrebbe pensare: i giovani cantautori e contestatori venivano già tenuti ai margini del mercato, per dare spazio a canzonette leggere. E qui Battiato non resiste alla tentazione di parlarci della sua esperienza biografica, sdrammatizzando però il tutto, a suo modo. Nel film infatti, nella scena della casa discografica, viene citato l’autore della canzone “Tremarella” (una famosa canzone estiva interpretata da Edoardo Vianello) come esempio di melodia che fa presa sulla gente. L’autore di quella canzone si chiama Gregorio Alicata, compaesano del regista/musicista; fu proprio lui a invitarlo a venire a Milano e insieme tentarono il duo “Gli ambulanti”, che però non riuscì mai ad arrivare a un contratto (nonostante fosse stato notato e apprezzato da Gaber), con conseguente separazione delle loro strade.

E, per fortuna, esiste la strada! È infatti nelle vie affollate che i cantanti emergenti trovano sfogo e apprezzamento tra la gente – nonostante, diciamolo, il ruolo di poeta-menestrello sia ben più triste e difficile di quello di idolo delle masse. Ed è sempre nelle strade che i musicisti creano una sorta di “mercato”, in cui si incontra chi cerca e offre un posto in una band. Nel film si accenna soltanto a questa dinamica, in voga nella Milano di quegli anni tuttavia, se qualcuno volesse approfondire questo aspetto, suggerisco il romanzo scritto da un membro della PFM, Mauro Pagani, dal titolo Foto di gruppo con chitarrista, anch’esso fortemente autobiografico e fonte storica per capire il fermento culturale della Milano di quegli anni.

Contrariamente a quello che è stato il percorso artistico di Battiato, Ettore scopre di non essere fatto per il mondo della musica, troppo narcisistico per lui, ma al contrario di avere un talento e una vocazione per la letteratura, più intima e riservata..

Ritorno al Perduto amor

Il film ha un andamento altalenante, non completamente riuscito. Battiato mostra infatti un’enorme sensibilità artistica, nel senso più ampio del termine, e una profonda cultura, non mancano infatti alte citazioni, che gli permette di spaziare agevolmente da una forma d’arte all’altra con successo e intensità espressiva. Eppure il film manca di equilibrio.

La parte in Sicilia infatti spicca in assoluto rispetto alla parte milanese, più frammentaria e sfilacciata, dove i tanti stimoli faticano a trovare senso nella storia del protagonista e a far comprendere il suo percorso. Al contrario, il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza ha una forza maggiore, che riesce a superare l’apparente mancanza di narrazione lineare, lasciando addosso un senso di nostalgia inaspettato che prosegue fino alla fine e che probabilmente è anche parte del regista stesso.

Forse non è un caso che il film si concluda con una forte contrapposizione tra il presente del giovane protagonista e il futuro che gli verrà profetizzato: se da una parte infatti Ettore afferma la sua volontà di proseguire la sua vita a Milano come scrittore, dall’altra risuonano forti le parole del suo professore di filosofia che, dalla strada, chiude la storia, aprendone un’altra:

E quindi è diventato scrittore. Bravo. Ogni tanto tornerà per le vacanze, magari per vedere i suoi, ci criticherà ferocemente perché lui vive nella civiltà. Ma una cosa non sa, che questa terra come la Ionia di Eraclito e Anassagora è magica, e richiama sempre coloro che gli appartengono, come se esercitasse un diritto. E’ il diritto dell’appartenenza. E anche per lui un giorno, inevitabile il ritorno. Sarà il clima, la luce, l’aria…

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