New York, Parigi e Venezia nel musical di Woody Allen

NEW YORK, PARIGI E VENEZIA

New York, Parigi e Venezia, tre città completamente diverse per estetica, cultura e ritmo di vita, eppure c’è qualcosa che le unisce: Woody Allen.

Come non ricordare infatti tutte le pellicole ambientate nella sua città natale, New York appunto: immagini piene di amore e romanticismo, tanto da rimanerne delusi una volta arrivati come turisti. Perché la grande mela è una città che si rivela a pochi: abbaglia con le luci perenni dei suoi locali e stordisce con l’altezza dei grattacieli, ma l’occhio di chi la ama davvero vede tutta un’altra cosa: angoli nascosti che svelano una poesia inaspettata e per questo ancor più incantevole. Woody Allen è stato un vero maestro in questa riscoperta della bellezza newyorkese. Certo, diranno in molti, facile trovare bella New York quando si è ricchi. Be’, avete ragione, ma non si può certo incolpare il grande Woody per questo! Lui di certo non lo nega ma cerca piuttosto di mostrare il lato più fragile e umano della borghesia benestante di questa parte di mondo, superando il discorso economico e spostandosi su quello prettamente umano (e quindi più universale), solo apparentemente più facile e frivolo.

venezia: gran teatro la fenice

CC Kelly Hunter

E poi Venezia, a cui il regista-sceneggiatore-attore è intimamente legato, tanto da scegliere di celebrare qui le sue terze (nonché “scandalose”) nozze del 1997, nel Palazzo Cavalli-Franchetti, in Campo S. Stefano. Eppure, il più grande gesto d’amore da lui mostrato nei confronti della nostra laguna resta la donazione per la ricostruzione del Gran Teatro la Fenice – il più importante teatro lirico di Venezia (nel sestiere di San Marco, in Campo San Fantin) -, andato a fuoco proprio nell’anno in cui vi girò la sua brillante commedia musicale Tutti dicono I love you. Grazie anche al regista, il teatro ha potuto davvero risorgere – per la seconda volta nella storia – dalle sue ceneri. Un rapporto, il loro, che dura tutt’oggi: il 30 marzo 2010 Woody Allen e la sua New Orleans Jazz Band (eh già, è anche un jazzista) si sono esibiti proprio nel teatro lirico veneziano per inaugurare le tappe italiane del loro tour.

→ Per chi volesse conoscere qualcosa in più di questo suo lato meno conosciuto suggeriamo la visione del documentario: Wild Man Blues di Barbara Kopple.

Molto più recenti invece le sue dediche a Parigi, non a caso, l’ultimo film si intitola Midnight in Paris – con la (meno amata, almeno per noi) première dame francese, ma del gossip politico preferiamo non parlarne, neppure se si tratta di Carlà. In fondo, come dargli torto? Tutti amiamo Parigi e quasi tutti ci siamo stati con una persona che amavamo.

TUTTI DICONO I LOVE YOU

Come raccontare allora delle città così differenti tra loro? Se è l’amore a unirle, allora che amore sia il film stesso!
Ecco così nascere una brillante commedia su di una famiglia allargata e numerosissima, dai dialoghi serratissimi, bravissimi attori (a eccezione di Julia Roberts!) e folgoranti battute.

Ma potevamo davvero pensare che si sarebbe fermato a questo? Certo che no, e infatti Woody Allen intuisce che il modo migliore per svincolarsi da ogni richiesta di strutturazione e di logica è fare una brillante commedia musicale, trasportandoci in luoghi lontani usando le note come ali.

Viene così alla luce – o forse sarebbe meglio dire “al buio di una sala”: Tutti dicono I love you, un vero cult nella cinematografia del regista newyorkese, che segna una svolta nella sua carriera.

Ognuna delle città viene mostrate nei suoi profili migliori, ma Manhattan primeggia su tutte, con gli incantevoli parchi in fiore e la sua neve dicembrina. Tanto che ogni stagione, così narrata, è talmente bella da far dimenticare presto lo splendore di quella precedente. In questo caso, la New York che scopriamo è quella di Central Park, Time Square (quella di un tempo, ovviamente), Park e Madison Avenue (è qui che troviamo anche il Campbell’s Funeral Parlor nella mitica scena della danza del fantasma del nonno!), ma anche la 5th – sennò che NY sarebbe? – ed è qui che potrete fare un giro nella chiccosissima gioielleria in cui girarono una delle più belle scene del film, dove Edward Norton dà il meglio di sé –  sto parlando di Harry Winston Inc, al 718.

new york

CC Kevin Dooley

Di Parigi sono indimenticabili le immagini del film in cui Woody Allen canta e danza di notte con Goldie Hawn sulle notte di I’m through with love, con l’elegante Senna dolcemente illuminata sulla sfondo.

E che dire infine di Venezia? I canali certo (e infatti nel film non mancano), i ponti ovviamente. Di tutte le misure! Anche questi non mancano. E poi hotel d’epoca di stralusso con viste mozzafiato sul centro (giusto per darvi un’idea, i protagonisti alloggiarono all’Hotel Danieli…). Sì certo. Quelle stradine contorte in cui è impossibile fare jogging senza perdersi perché a Venezia “è tutto così… labirintico”. E infine, non poteva non mostrare quelle chiese piene di storia e bellezza, dove si possono studiare i grandi maestri dell’arte, tra cui Tintoretto con “le sue fulminee pennellate, i chiaroscuri, le esplosioni di colore! La sua capacità di controllare il gesto! Nato nel 1519, solo per rimorire nel 1594 ma d’altronde… è quello che capita a quasi tutti noi…”. E come dargli torto!

UN CAST STELLARE

Il film magicamente funziona, diverte e coinvolge sin da subito e arriva in crescendo sul finale, nonostante i costanti tentativi di sabotaggio da parte di Julia Roberts con una pessima recitazione prima e con un’ancor peggiore intonazione poi. Per fortuna tutti gli altri attori sono di calibro elevatissimo. Nessuno però sapeva che avrebbe dovuto cantare! Allen infatti cercava prima di tutto dei bravi interpreti. Troviamo una stupenda Goldie Hawn – che brilla non solo per bellezza ma anche per bravura nel canto; Alan Alda – noto soprattutto al pubblico televisivo americano; un sempre eccezionale Tim Roth – inaspettatamente bravo anche nel canto; e poi Edward Northon – in un ruolo lontano da quelli a cui ci ha abituato oggi ma assolutamente esilarante nella scena in gioielleria; una giovanissima Drew Barrymore – l’unica a essere ricorsa a un doppiaggio canoro perché troppo stonata – e una ancor più giovane Natalie Portman.

GRAZIE GROUCHO

Concedetemi ancora un secondo del vostro tempo per darvi un’ultima chicca: la scelta del titolo è essa stessa una dichiarazione d’amore, ma questa volta per i fratelli Marx. Nel loro Horse Feathers (1932) cantarono – in più momenti e in più modi – la canzone che chiude la commedia di Allen e che ne dà il titolo stesso. Una citazione piena di affetto che si concretizza nella scena della festa di Natale, in cui tutti i partecipanti devono indossare i classici sopracciglioni+baffi neri+occhiali, tipici di Groucho. Una delle poche feste a tema, o forse l’unica, a cui avrei avuto piacere a partecipare.