Bronte – Cronaca di un massacro… di Florestano Vancini

Bronte è un paese della Sicilia in provincia di Catania. Adagiato sulle pendici occidentali dell’Etna, fa parte oggi di ben due parchi, quello dell’Etna e quello dei Nebrodi, gli Appennini siciliani. Territorio peculiarissimo, è un ambiente suggestivo e quasi magico: monti solenni, la cui massima altezza sono i 1847 m di Monte Soro, dalla fisionomia irregolare, a seconda di come la natura della roccia si è lasciata modellare dal vento e dalla pioggia. Ora dolci e ondulati, quando la terra è più ricca di argilla e di arenaria; ora dolomitici quando prevale il calcare e l’acqua scava profonde fessure nei fianchi facendoli più aspri e selvaggi. Difficile coltivare la terra, qui: l’acqua defluisce lentamente e spesso si impaluda in zone umide di grande valore paesaggistico, oggi, ma un tempo vera e propria maledizione, causa di malattie, di malaria, e di miseria. Povertà nera, disperata.

bronte, screenshot

È in questo ambiente che nel 1860 matura un episodio che misteriosamente riassume in sé tutte le contraddizioni della Sicilia e della storia dell’intera Italia – di come sia stata fatta e delle basi su cui è stata messa insieme. “Come! – direte voi – Ancora con ‘sto Garibaldi?” Giuro che poi basta; ma c’è un film, tutto siciliano, che fa idealmente il paio col 1860 di Blasetti, anche se è stato girato quarant’anni dopo, in un’Italia completamente diversa. Si tratta di Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato di Florestano Vancini, del 1972. Il titolo è proprio lungo così, alla Wertmuller; ma più diretto ed esplicito nello spiegare subito la propria ragion d’essere. Girato perlopiù (anche) nella ex Jugoslavia, ha la capacità quasi miracolosa di ricreare una Sicilia reale, forse anche perché dolorosamente reale è la trama messa in scena.

La storia “mai raccontata prima” è questa: Garibaldi sta vincendo contro i Borboni, il vecchio regime vacilla. Per le popolazioni più miserabili sembra vicina l’ora di un riscatto. Il generale ha promesso terre per tutti, giustizia, libertà da antichi soprusi. Con tanto di decreto, datato 2 Giugno 1860. Il popolo minuto intende le sue parole come può: è gente che per mangiare a volte è costretta a raccogliere le sanguisughe dalle paludi fuori del paese, gente esasperata da un sistema sociale iniquo e spietato, in cui li cappiddi, cioè “i cappelli”, quelli che possono permettersi un copricapo – i padroni insomma – trattano i contadini, i braccianti, i lavoratori con crudeltà arbitrarie e gratuite. A Bronte, poi, le terre sono in mano agli Inglesi e ai loro scherani.

Morale: il 2 agosto in paese arriva un tal Calogero Gasparazzo, una testa calda – o un rivoluzionario, a seconda dei punti di vista. Gli animi si accendono, il sangue ribolle, troppe parole e troppo poco giudizio e qualcuno si sente legittimato a farsi giustizia da sé. Bruciano le case dei più ricchi (o dei meno poveri), il teatro, l’archivio comunale – poi si passa alla caccia all’uomo. Cominciano le rappresaglie e le vendette personali: vengono ammazzate 16 persone, tra nobili, ufficiali e semplici civili. ‘U scimunitu Nunzio Ciraldo Fraiunco, lo scemo del villaggio, corre per le strade proclamando l’avvento del Giudizio Universale per li cappiddi e ride senza capire quello che dice. L’avvocato del paese, Niccolò Lombardo, di idee liberali, riesce a frenare il popolo inferocito prima che il massacro si faccia ancora più grave: acclamato sindaco a furor di popolo, per ristabilire l’ordine si mette a capo di un governo provvisorio del paese. L’idea è di aspettare Garibaldi e di riportare l’ordine nelle terre, un nuovo ordine, possibilmente più giusto di quello che c’era prima. Arriva invece Nino Bixio, il braccio destro di Garibaldi. Il più severo e intransigente ufficiale tra le Camicie Rosse. Ha l’ordine di fare ordine. La nuova Italia non può nascere sui massacri efferati della popolazione. Nessuno può sentirsi legittimato a farsi giustizia da sé. E comunque l’Inghilterra non deve sentirsi minacciata nei propri interessi. Bisogna insomma fare giustizia, e in tempi brevi – possibilmente in modo esemplare.

Conclusione: il 10 Agosto una commissione militare radunata ad hoc da Bixio ha individuato e condannato i responsabili del massacro. A dire il vero, Gasparazzo, la testa calda, ha già da giorni fiutato il pericolo, se n’è ritornato in montagna come un brigante, e chi lo piglia più. Ma le indagini garibaldine dei colpevoli li hanno trovati. O almeno, così è convinto Bixio. Sono 5 persone, tra cui l’Avvocato Lombardo e il povero Nunzio, colpevole di aver aizzato la folla coi suoi sproloqui sul giudizio universale. Fucilati su pubblica piazza, all’alba. Miracolosamente Nunzio scampa alla prima raffica di fucili: è la Madonna, grida lui. Forse sono stati i Garibaldini stessi del plotone d’esecuzione, impietositi; ma lui benedice la Madonna Addolorata e si inginocchia davanti a Bixio, chiedendo la grazia. Lui gli spara a bruciapelo in fronte. Giustizia è fatta, ora si può continuare a fare l’Italia.

Nel film di Vancini c’è tutto. Forse per questo alla sua uscita fu contestato sia da destra che da sinistra. Documentarista affermato e impegnato politicamente (siamo nel 1972 e si parla ogni giorno di rivoluzione, di stato di polizia, di forze reazionarie e di diritti delle masse), Vancini segue con una macchina a mano spesso nervosa e convulsa i fatti da vicino, come se fossero usciti direttamente dai documenti dell’epoca e noi ci trovassimo lì, per le strade di Bronte, a vivere confusamente l’esaltazione e l’eccitazione di quei momenti. Abbiamo visto i miserabili affamati catturare le sanguisughe, i mezzadri punire brutalmente i contadini che raccoglievano fascine per farsi il fuoco a casa senza autorizzazione, abbiamo visto arrivare Gasparazzo “dalla montagna” e fare i suoi discorsi sanguinari; ora corriamo per il paese, infervorati, partecipiamo delle preoccupazioni del lucido Avvocato Lombardo (l’unico a rendersi conto del rischio corso dal popolo), origliamo le conversazioni dei “bempensanti” che difendono l’ordine e il diritto a parole mentre nei fatti vogliono solo difendere la propria “roba” (e ovviamente in questi personaggi del film si legge la critica di Vancini ai borghesi suoi contemporanei) e poi inorridiamo di fronte alla durezza di Bixio, tratteggiato come il Piemontese che arriva dal Nord senza capire niente del contesto meridionale e imponendo una ragione di Stato estranea alla gente, solo per difendere i soliti interessi di pochi. Su tutto, come unica musica di accompagnamento, lo scacciapensieri (lu marranzanu) e un canto popolare carico di dolore e di disperazione che sembra risuonare da una miseria atavica, quasi impossibile da sconfiggere in modo definitivo, come le ingiustizie di questo mondo canaglia.

Com’ è facile capire, tutt’un altro Risorgimento rispetto al 1860 di Blasetti – tutt’un’altra Italia. Noi abbiamo la fortuna, oggi, di poter vedere l’uno e l’altro film in successione, quasi seguendo gli eventi come accaddero allora: Battaglia di Calatafimi, 15 Maggio; fatti di Bronte, 2 Agosto. Mito e ideali da una parte; la realtà e le sue contraddizioni dall’altra. A Maggio si fa l’Italia, ad Agosto già la si disfa. Un bel pensiero per riflettere, grazie al nostro cinema, sul 150° dell’Unità.

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