1860, Blasetti: in Sicilia si fa l’Italia

Non abbiamo ancora detto niente a proposito del 150°. Come, quale 150°? Quello dell’Unità d’Italia, no? Con tutti i film che hanno fatto! Come, quali? E il recente Noi credevamo, dove lo mettete? Come sarebbe a dire, non lo avete visto? Ma che razza di Italiani siete? Non potete andare a vedere solo i film divertenti!

Frase fatta: se fossimo in America faremmo un film al giorno su Garibaldi – e probabilmente qualcuno riuscirebbe pure appassionante. Qui accontentiamoci di spulciare le enciclopedie del cinema: scopriremo che c’è stato un tempo in cui il cinema italiano prendeva spunto dalle grandi storie e avventure del nostro passato e le trasformava in racconto popolare, fatto di eroi, di passioni, di conflitti, di sacrificio, di virtù premiate e di vizi puniti (come fanno in America, appunto). Ahimè, questo tempo a volte corrisponde all’epoca fascista dai telefoni bianchi e le camicie nere – e la cosa ci riempie di imbarazzo. Ma lo storico del cinema non fa politica – e con quest’alibi può parlare di film che meritano di non essere dimenticati, anche se grondano propaganda.

Alessandro Blasetti

È il caso di 1860 di Alessandro Blasetti, film sull’impresa di Garibaldi, girato nel 1932, in pieno regime mussoliniano (nel decennale, non a caso). Nel magico mondo dell’immaginario fascista, la Rivoluzione dei Fasci Combattenti, iniziata con la Marcia su Roma, era intesa come il compimento del processo iniziato nel Risorgimento: gli Italiani prendevano consapevolezza della propria dignità di popolo e si riunivano, pronti per grandi imprese, attorno al proprio Capo che li avrebbe guidati verso il sol dell’avvenire. In questo senso, l’impresa dei Mille era esemplare: un popolo che metteva da parte le chiacchiere, le divisioni sciocche e meschine, le discussioni interminabili sul fare e disfare, e seguiva intrepido il Condottiero, per riprendersi il proprio paese, liberandosi del giogo politico ed economico dello straniero. Non è un caso che Blasetti, con questo progetto, poté contare su un budget di tutto rispetto. Il fatto è che, ci piaccia o no, Blasetti, con questo grande budget, va in Sicilia (a girare in esterni!) e fa un gran bel film.

La trama, quanto a semplicità e chiarezza, è da manuale: protagonista, funzionale pretesto per seguire la vicenda, è un pastore siciliano, uno del popolo (cioè lo spettatore), Carmelo (anzi: Carmeliddu, con pittoresco diminutivo), già in contatto con forze “rivoluzionarie” autoctone. Con altri compagni, è già impegnato in attentati e operazioni di disturbo delle truppe borboniche – che si comportano con la mostruosa ferocia di tutti i cattivi dei film. I soldati borbonici parlano tutti tedesco, per accentuare il senso di distanza tra loro e il pubblico. Noi sappiamo che i loro ranghi erano pieni di italiani, ovviamente; ma a Blasetti questo dato storico non interessava. O forse non poteva interessare, data la xenofobia ufficializzata dal regime al Governo, fatto sta che, in un’ottica di racconto popolare, la caratterizzazione è efficace e in capo a pochi minuti siamo pronti a fare il tifo per i fratelli siciliani oppressi, per Carmelo e per la sua promessa sposa Gesuzza – e a morte lo straniero. Soprattutto dopo la brutale fucilazione dei patrioti su pubblica piazza.

1860 - Blasetti

I paesi scelti come set sono Partinico (a pochi km da Calatafimi) e Valguarnera Caropepe (provincia di Enna) e siamo già immersi in un paesaggio fotografato e inquadrato con un gusto per l’immagine e la composizione di altissimo livello, di cui il successivo Neorealismo dell’Italia liberata raccoglierà magistralmente la lezione (con mezzi più poveri, ok; ma si usciva dalla guerra). Perdipiù, la coppia protagonista è fatta da due attori “presi dalla strada”: finirà che a sorpresa Blasetti diventa il padre del Neorealismo – ma la questione la lasciamo ai critici e torniamo a Carmeliddu.

“Da fuori”, dal “Continente”, arriva la notizia che Garibaldi vorrebbe organizzare uno sbarco, ma nicchia, non sapendo se in Sicilia siano pronti: il nostro eroe viene mandato dai compagni ad avvisarlo che lì non si aspetta altro. L’Italia si farà in Sicilia. Ovviamente, è un’impresa, perché si tratta di arrivare almeno fino a Civitavecchia via mare, con una barchetta, da solo e poi da lì a Genova, come capita. Bisogna essere coraggiosi. Anzi: bisogna essere Italiani. Gesuzza trema, ma è orgogliosa del suo uomo e sa che il bene della patria richiede sacrificio. La traversata del Tirreno è fatta di mare, sole, sete, delirio, controluce accecanti: con poche sapienti inquadrature Blasetti rende in una classica sequenza di montaggio il disagio e la fatica di quel passaggio tra il mondo della vita ordinaria e il mondo dell’avventura nel quale Carmelo si sta calando.

Arrivato finalmente a Genova, il nucleo centrale del film è tutto teso a sceneggiare il messaggio propagandistico di cui sopra: prima vengono descritte le divisioni iniziali del fronte patriottico (chi vuole una Repubblica, chi combatterebbe per Vittorio Emanuele II, chi vedrebbe bene l’Italia unita sotto il Papa Re…), che deludono molto le aspettative del nostro Carmelo (e anche noi, ormai affiliati alla causa), e poi il provvidenziale superamento di queste divisioni, di fronte al precipitare degli eventi. Ricordiamo solo una scena, esemplare: sul treno per Genova, stanno viaggiando diversi borghesi di regioni diverse (tutti caratterizzati dal proprio accento) – due cominciano a litigare parlando di politica, ognuno difendendo la propria idea di Italia e mentre questionano uno straniero occupa il loro posto. “Ecco, mentre noi perdevamo tempo a discutere, gli stranieri ci portavano via il posto in carrozza!” concluderà uno di loro, sintetizzando in una scena ben recitata e sviluppata con tempi comici di alto mestiere la morale imposta dall’alto: poteva uscirne un pistolotto sfacciato, invece è un pezzo di spettacolo (popolare) che diverte e spiega tutto quello di cui c’è bisogno, rapidamente, con semplicità e soprattutto con brio.

Garibaldi non si vede mai, se non da lontano (in sei inquadrature!), curiosamente con un espediente tipico di alcuni primi film su Gesù: è il linguaggio cinematografico del rispetto – non ci si può avvicinare troppo a certi personaggi, non è consentito. Come per le statue delle processioni: si guardano da lontano. Garibaldi sarà perlopiù una voce, che risuonerà nelle coscienze. Il Capo è forse più un’idea, un simbolo che non ha un volto storico, perché si incarna storicamente in persone di volta in volta diverse. Ovviamente, avete capito a chi alludesse Blasetti.

Infine, lo sbarco e la prima battaglia, quella di Calatafimi – quella del “Bixio, qui o si fa l’Italia o si muore!”, tanto per intenderci (peraltro, pare che la frase detta da Garibaldi sia stata un po’ diversa, ma vaglielo a dire alla retorica risorgimentale!). Anche qui, ci basta descrivere una scena, quella della battaglia, girata nella solatia campagna siciliana con grandi mezzi e soprattutto con grande senso dello spettacolo: la battaglia di Calatafimi di 1860 è bella. È una grande scena di battaglia. Inutile nasconderci che l’incentivo del Fascismo al cinema italiano, sia pure motivato da fini propagandistici, avesse contribuito a formare registi attenti al panorama internazionale e capaci di rielaborare personalmente la ricerca che contemporaneamente si stava sviluppando nella cinematografia occidentale: la Calatafimi di Blasetti lo dimostra. Ci sono inquadrature degne del miglior Ėjzenštejn (un bolscevico!). Movimenti di macchina elaborati, realizzati in esterni, in quelle zone, davvero attorno a Calatafimi, con le difficoltà tecniche che ci possiamo immaginare. Ma non c’è compiacimento virtuosistico: c’è grande cinema. La voglia di raccontare una bella storia, con belle immagini e panorami di una terra vista come culla della futura nazione, già luogo in cui si riassume tutta la nostra storia futura, con le sue contraddizioni, i suoi drammi, i suoi contrasti tra ideali e crude realtà, tra eroi del quotidiano e servi di un potere corrotto e criminale. Cannoni, feriti, fumo, truppe che corrono, assalti alla baionetta, urla, grandi gesta – il nostro eroe che cerca la sua donna tra le schegge di terra sollevate dalle granate, lei che cerca lui tra i feriti che gemono e i moribondi che nel delirio chiamano la mamma. E poi il momento di disperazione in cui tutto sembra perduto (realmente avvenuto: Bixio pensava di ritirarsi) e d’un tratto, la voce del condottiero (la voce, si noti! Lui non si vede: vediamo solo, in carrellata, le espressioni dei soldati che se lo vedono passare davanti): “Che c’è? Eh, che c’è? Qui o si fa l’Italia…” eccetera – e tra i morti, Italiani tra Italiani, Carmelo e Gesuzza si riabbracciano finalmente, mentre lui grida, felice, “Hamu fattu l’Italia, Gesuzza! Hamu fattu l’Italia!” (il battesimo della nazione è celebrato in dialetto!) e la fanfara parte trionfale sul Tricolore che sventola vittorioso sul campo di battaglia.

Ma il senso di tragedia rimane, il sangue dei fratelli che si sono uccisi tra di loro non si dimentica facilmente, come sottolineano le carrellate pietose sui corpi dei soldati di entrambi gli schieramenti: c’è anche il dettaglio del borbonico e del garibaldino stretti l’uno sull’altro, ormai cadaveri con gli occhi sgranati e una smorfia di disperazione, a sottolineare come l’unità sia stata pagata a caro prezzo, tragicamente.

Attenzione: in realtà il film NON finiva qui! Dalla bandiera sventolata entusiasticamente dai Garibaldini vittoriosi si passava ai gagliardetti fascisti di una parata ufficiale tenuta nel Foro Mussolini in onore dei reduci garibaldini, a sottolineare la continuità tra l’operato mussoliniano e l’eroismo dei Mille. Anche qui: l’espediente retorico è cinematografico (si cita sempre a proposito Kubrick e il suo balzo temporale tra l’osso dello scimmione primitivo e l’astronave ossiforme del 2001, ma vedete bene che Blasetti ci aveva già pensato) – lo stacco quasi brutale sottolinea l’immediatezza, la continuità tra gli eventi. Nella riedizione del 1951 questa scena è stata tagliata. Meglio, così vediamo solo le scene belle.ù

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