Oltre la terraferma: il mito greco americano

C’è Mediterraneo e Mediterraneo. C’è il Mediterraneo di acqua e sale e il Mediterraneo del cinema. Il Mediterraneo “mare nostro” – di noi popoli Mediterranei, appunto – e quello “rivisto” dalla cultura cinematografica anglosassone: il Mediterraneo degli Americani, potremmo dire. Potrebbe essere uno spunto per una tesi, se c’è qualche volonteroso studente di cinema tra i lettori on line: immagine e immaginario del Mediterraneo nel cinema americano.

La cultura USA “scopre” il Mediterraneo soprattutto nel ‘900 – nella triste occasione della IIª Guerra Mondiale, durante la quale in quel mare è costretta a combattere e morirci. Ma gli Americani tornano, dopo la guerra, in vacanza, quasi a esorcizzare – e a girare film. E creano il mito del “loro” Mediterraneo.

Il “nostro” Mediterraneo è luogo di incontro. Ponte liquido tra popoli, con i quali si commercia, quando va bene, quando va male si è costretti a combattere: è orizzonte oltre il quale ci aspettano dei porti amici, o la linea da cui si teme di vedere spuntare la nave saracena pronta a far razzia. Pensiamo a due film italiani molto diversi tra loro, come spirito, Mediterraneo di Salvatores e il recente Terraferma di Crialese: il primo è sintetizzato bene dalla famosa battuta “una faccia, una razza” che decreta la sostanziale identità tra greci e italiani, proprio in virtù del comune sangue mediterraneo, per cui non è più così tanto strano se qualcuno decide di sentire come “casa” un’isola greca piuttosto che l’italica terra natìa; mentre nell’altro recente film tutto ruota intorno all’incontro drammatico dei disperati che sfidano il pericolo del mare per fuggire dalla miseria e disperazione. Come a dire: quando parliamo di Mediterraneo, noi sappiamo di che stiamo parlando.

mediterraneo cinema

CC Kostas Limitsios

Per l’immaginario anglosassone, invece, il Mediterraneo è rielaborato attraverso il filtro del mito, dell’Altrove, sul modello fondamentale de La Tempesta di Shakespeare: luogo incantato e magico, retto dal Mago Prospero, dove gli uomini (anglosassoni?) fanno i conti con il proprio passato, per ripartirne con nuova forza e consapevolezza. In buona sostanza, il Mediterraneo come succursale della Terra di Oz. O, se preferite, ambientazione di un’eterna Odissea tra genti bizzarre e posti carichi di prodigi, aggiornata e ammodernata a ogni nuovo racconto. Variante del Vecchio Mondo delle isole Caraibiche, meta di crociere tra sole ed esotico. Divertiamoci a indicare qualche film su cui basare quest’interpretazione. Per il momento concentriamoci sulla Grecia.

Uno dei più famosi – e più belli – film che non possiamo non citare è Zorba il Greco (1964), di Michael Cacoyannis, adattamento del romanzo di Mikos Kazantzakis ambientato a Creta, tappa fondamentale di ogni crociera che si rispetti. Il personaggio protagonista, interpretato da un grandissimo Anthony Quinn, cui andò il meritato Oscar, segna e trasforma “lo straniero” (inglese!), insegnandogli a ridere e a ballare (il famosissimo Sirtaki – nella versione di Mikis Theodorakis che ormai è diventato “IL Sirtaki” per antonomasia) – in sostanza ad accettare la vita in modo pieno, nonostante le disgrazie e gli orrori che possa riservare (e nel film, in effetti, di disgrazie ne capitano): con grande maestria e perizia di scrittura, nella capacità di tratteggiare personaggi a tutto tondo e vivi, l’incontro con Zorba è però, in fondo, una variazione di quello con Prospero. La magia dell’isola sta tutta nella vitalità del greco, d’accordo, ma il viaggiatore riscopre se stesso, abbandona l’isola trasformato, e di Creta conserviamo l’immagine di un luogo “altro”, esotico, fatto di donne velate (e violate), di passioni sanguigne e tragiche, di miseria da combattere – tutto sommato, un bucolico Altrove primitivo, in cui può accadere di tutto perché non siamo più nel mondo moderno della civiltà occidentale.

Lo stereotipo dell’uomo mediterraneo pieno di vita lo ritroviamo baffuto e seduttore in un film perlopiù sconosciuto che citiamo per pedantesco vezzo cinefilo e perché è ambientato in un’altra tappa tipica delle crociere nel Mediterraneo: Mykonos. In quest’isola si compie la trasformazione di Shirley Valentine, protagonista dell’omonimo film del 1989, di Lewis Gilbert, adattato da una vivace piece teatrale di Willy Russel, in cui si racconta (con l’espediente dello sguardo in camera) la trasformazione di una donna di 42 anni, ormai prigioniera di una noiosissima quotidianità in cui ha visto naufragare tutti i sogni di gioventù, tra mariti al limite della crudeltà mentale, figli ingrati e capricciosi, amiche vacue e naturalmente zero realizzazione sociale. La svolta qual è? Un viaggio in Grecia, naturalmente. In particolare a Mykonos, precisamente attorno alla spiaggia di Agios Ioannis, famosa per i suoi tramonti spettacolari – puntualmente filmati a più riprese, tanto per sottolineare l’aspetto romantico del film. Attraverso “il mago” baffuto a chitarrista (ovviamente i mediterranei cantano e suonano, ‘na voce e ‘na chitarra), l’inglese depressa si trasforma in Shirley Valentine – non più moglie o madre, ma donna con la propria identità, capace finalmente di prendere in mano il proprio destino, senza più correre dietro a doveri imposti da opprimenti modelli esterni. La magia è data dai panorami marini (indubbiamente splendidi come sa chi sia stato anche solo per un giorno sull’isola) e dal pittoresco del mondo “altro” in cui capita la donna di Liverpool. Prospero qui si chiama Costas Dimitriades, è un po’ più goffo e meno solenne; ma riesce comunque a fare delle magie altrimenti impossibili nel “mondo reale” (cioè dove si parla Inglese) – e la Grecia rimane solo un bello sfondo.

Più o meno, a ben vedere, lo stesso spirito che anima il mitico Mamma mia! (2008), in cui il passato di Meryl Streep (sempre brava anche in prove leggere come questa) si ricompone tra le bizzarrie (e i balli) della gente dell’isola di Skiathos, altra perla dell’Egeo. Qui il Mediterraneo è quanto di più favolistico si possa immaginare, se pensiamo che siamo in un musical, con le musiche dei mitici ABBA degli anni ’70. Il successo del film e del musical teatrale di Catherine Johnson da cui è tratto (a sua volta modellato su un film del 1968, Buonasera Signora Campbell, con Gina Lollobrigida nel ruolo della protagonista incerta su chi sia il padre della figlia) è merito dell’allegria e della spensieratezza profusa nel racconto, oltre che dalle musiche orecchiabili e da un indubbio mestiere di scrittura; ma bisogna riconoscere che c’è una buona dose di ruffianeria tipicamente da uomini di spettacolo nell’uso dell’ambientazione mediterranea. Siamo lontani direi anni luce dalla “nostra” Terraferma

Poi, certo: ci sarebbe Il Mandolino del Capitano Corelli (2001), ambientato a Cefalonia, ma questo film, nonostante il tono romantico da film di amore e guerra anni ‘40/’50 (e nonostante Nicholas Cage!), riesce a liberarsi della “magia” della Grecia e a raccontare, pur nelle convenzioni della love story, addirittura una pagina orribile della Storia di popoli che pur avendo stessa faccia e stessa razza, si sono dovuti far la guerra per la stupidità di chi li comandava. Ma vabbè: questa è letteralmente un’altra storia e per oggi abbiamo finito lo spazio a disposizione.