Valle d’Aosta, la grande assente del cinema italiano

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CC Fulvio Spada

Un viaggio attraverso le regioni italiane e il loro rapporto con il cinema: il Bel Paese è fotogenico, lo sappiamo tutti – ma quanto ne sono consapevoli i cineasti? Quanto, per comodità o pigrizia produttiva (e di idee), o quanto per mera ignoranza, ci si limita alle solite location collaudate, senza osare spingersi verso mete meno scontate? È un problema più generale di cultura e di consapevolezza ambientale – un ginepraio tutto italiano, in cui, per carità, meglio non infilarci. Per cui, scappiamo subito da discorsi più grandi di noi e rifugiamoci in Valle d’Aosta: è un bel posto da cui partire.

Al Festival di Venezia quest’anno è stata presentata ufficialmente la Film Commission della Valle d’Aosta, istituita con Legge Regionale l’anno scorso. L’idea è sostenere i film e le fiction ambientate in un territorio per promuoverne occupazione e soprattutto l’immagine – e quindi il turismo.

In effetti, la Valle d’Aosta è stata finora un po’ la grande assente del cinema italiano. Peccato, perché ci vuole poco a rendersi conto delle potenzialità paesaggistiche offerte dalla regione alpina, appena ci si arriva, percorrendo la strada che porta al valico del San Bernardo, come hanno fatto, per millenni prima di noi, i popoli più antichi.

Panorami di storia

Non vi starò a raccontare dei passaggi dei Celti attraverso il Piccolo San Bernardo, né vi ripeterò di come Aosta sia l’antico castrum romano di Augusta Praetoria, non mi perderò in manfrine sulla Via Francigena medievale e sul vario scorazzare in su e in giù di Savoia, Francesi & Co.: basta pensare alla conformazione della valle, ampia, luminosa, pur essendo circondata ai lati da imponenti massicci – il Monte Bianco, il Monte Rosa, il Cervino, il Gran Paradiso – con due “porte” a NordOvest e a SudEst – il Passo del San Bernardo e la città di Ivrea (ufficialmente già Piemonte), per capirne l’importanza strategica. E quindi capire quanto la Storia sia necessariamente passata sempre di lì.

“Storia” che significa “soldati” e quindi, in montagna, “castelli”: posti di guardia, vedette, torri di avvistamento. Ogni picco della valle si arrocca in una costruzione militare fiabesca, ognuno costruito in un’epoca diversa e quindi con uno stile diverso. Attraversate la valle e troverete quello severo e napoleonico di Bard, poi Issogne e i suoi affreschi gotici che vi lasciano a bocca aperta, di fronte la squadrata rocca di Verres (antica Vitricinum), poi il monoblocco di Ussel, poi “Il Castello” per antonomasia, Fenis, e poi ancora attorno ad Aosta, a sorvegliare i monumenti d’epoca romana (basterebbero il Teatro e l’Arco Trionfale, ma fatevi un giro sul sito ufficiale della Valle d’Aosta), il castello di Sarres, quello di Saint-Pierre, quello di Aymavilles… ok basta: l’idea ve l’ho data, no? Tutte queste meraviglie sul grande schermo si sono viste poco. Mistero del cinema italiano. Uno dei tanti.

La Valle mascherata

Prendiamo il castello di Fénis – forse uno dei più belli. Attualmente è una delle principali attrazioni turistiche della Valle d’Aosta ed è visitato da più di 80.000 persone ogni anno. Caspita. Pensate quante foto e quanti filmini delle vacanze. Invece il cinema è passato nel 1985 per girare nel castello gli esterni del film Fracchia contro Dracula di Neri Parenti. Poi nel 2006 è arrivata la TV e ha usato il castello come set (spacciandolo per castello del Tirolo!) per alcune scene della miniserie televisiva La Freccia Nera (remake, di cui non si sentiva bisogno, dello sceneggiato Rai 1968, tratto del romanzo del grande R.L. Stevenson). Si poteva fare di più. La vera chicca castellana per cinefili è del 1973, Sepolta Viva, di Aldo Lado, protagonista Agostina Belli, in cui il nostro bel castello viene spacciato per la dimora francese degli immaginari Duchi di De Cambyse. Ispirato al romanzo (d’appendice) dello Scapigliato Francesco Mastriani (a sua volta ispirato nientemeno che da E. A. Poe – ma solo nel titolo), il film è un esempio di melodramma in costume, tornato prepotentemente di moda all’inizio degli anni Settanta, sulla scia dei recenti successi francesi delle varie “Angelica” (ma qui andiamo nelle sottigliezze della storia del cinema di exploitation francese, fermiamoci!). Girato e sceneggiato con volonteroso mestiere della nostra “vecchia scuola”, probabilmente quello che resta più impresso oggi di questo feuilleton al di là di ogni credibilità è la colonna sonora. È di un certo Ennio Morricone.

In un altro film, molto più tardo, la Val d’Aosta viene spacciata addirittura per le White Mountains, e il Lago Verney del Piccolo San Bernardo figura come il Lago Champlain: siamo ne Il Mio West del duo Veronesi/Pieraccioni e il set dovrebbe riprodurre la terra abitata da una tribù d’Indiani – non viene specificato quale: si sa solo che il Grande Capo è il suocero di Pieraccioni. Ma che importa? In fondo anche il film dovrebbe essere una riproposta del filone degli spaghetti western e invece è solo un pastrocchio inconsapevole incerto tra toni da fiction buonista (nel West!!!), commedia all’italiana (ma manca Trinità) e pecoreccio provinciale (la Marcuzzi sotto la doccia, ma manca la Fenech e soprattutto Pierino). Morti ammazzati come sempre succede nel West, ma poi tutto finisce con una bella fumata esilarante tra amici al calumet (sottotesto: una bella canna tra amici – ma non siamo in Mediterraneo) nell’accampamento indiano – cioè al Piccolo San Bernardo. E con questo abbiamo detto tutto, se non altro perché la nostra Valle compare solo in tre scene. Nelle altre dovrebbero comparire scorci di Garfagnana e di Appennino modenese, ma non posso giurarci perché dormivo (ehi, si capisce che non mi piace molto il cinema di quei due?).

La Valle dichiarata

Vediamo se troviamo qualcosa di meglio in film in cui la Valle d’Aosta non è spacciata per qualche altro posto ma diventa l’ambientazione esplicita della storia, che dà senso alla vicenda proprio per il fatto di essere la Valle d’Aosta.

Sì, e la troviamo agli albori del nostro cinema, tra l’altro: un vero tesoro del 1914, della torinese Pasquali & C. Produzioni, la cui unica copia rimasta è stata restaurata dalla Fondazione Cineteca Italiana e dal Museo del Cinema di Torino nel 2010, Gli Spazzacamini della Val D’Aosta, di Umberto Paradisi – adattamento per il muto del melodramma di Giovanni Sabbatini, I spaciafôrnej d’la Val d’Aosta (1848), sui toni del classico Le due orfanelle, che si distingue però per la cruda e realistica rappresentazione delle durissime condizioni di vita dei bambini dei paesi della Valle (nel film si parla del piccolo Tonino, del villaggio di Pollein) costretti dalla miseria a scendere fino a Torino per pulire le canne fumarie dei signori – e morirci, a volte. Alcune riprese vennero fatte in esterno, anticipando le migliori intuizioni del Neorealismo e per questo possiamo guardare il film (anche) come fosse un eccezionale documentario sociale.

Dopo settant’anni di oblio troviamo la prova valdostana di Francesco Nuti, autore sfortunato di commedie agrodolci. Il suo era un cinema non particolarmente dotato di capacità immaginifiche, ma ancora in grado di dedicarsi a una storia e di svilupparne i contenuti anche più delicati, con ironia e sensibilità. In Tutta colpa del Paradiso (1985) Nuti (con l’aiuto di Vincenzo Cerami e, guarda un po’, di un giovane Giovanni Veronesi) ci racconta l’avventura umana di un ex detenuto che vuole rivedere il figlio dato in affido a una famiglia valdostana. Ovviamente per lui è ancora più difficile che per chiunque altro: ci sono resistenze istituzionali con cui fare i conti – ma individua la famiglia, li raggiunge. E non dice niente di sé – come fosse un turista qualsiasi. Fa amicizia con i nuovi genitori del ragazzo: abitano in una baita di Champoluc, chiamata “Paradiso” – perché appunto dà sul Gran Paradiso. Il padre adottivo del ragazzo è ricercatore, studia la fauna locale e in particolare cerca un quasi mitico Stambecco Bianco, cui sta dedicando tutta la vita. Esisterà, questo esemplare albino, non esisterà – chissà e chi se ne importa: il film con delicatezza (e la solita storia d’amore infilata a forza nella trama) esplora il tema della paternità e del bisogno di famiglia, sfruttando la situazione della falsa identità che corre sempre il rischio di essere scoperta. Ovviamente non sarò io a rivelare il finale; ma garantisco per la sua malinconica poesia. Ricordiamo Nuti così e cerchiamo di dimenticare l’uso spregevole che è stato fatto della sua disgrazia dall’esecranda TV del dolore.

Anche con Figli delle stelle ci va meglio. È stato girato nel 2009 a Cervinia e ad Aosta e ha avuto il sostegno dell’Assessorato dell’Istruzione e Cultura della Regione Autonoma: disperati senza lavoro (e quindi senza soldi) si improvvisano sequestratori per aiutare la vedova di un operaio loro amico. Rapiscono un ministro – o almeno così credono loro – e nelle fuga disordinata e confusa finiscono in Val D’Aosta, in una Cervinia vuota e solitaria. La comunità locale decide di aiutarli a portare a termine il loro piano e ritirare il riscatto – in cambio di una parte del bottino. Come va a finire? Mi è proibito dirvelo – sapete: spoiler ecc. – ma tenete presente che qui si tratta di Figli delle Stelle, che non sanno stare appunto coi piedi sulla terra e vivono di miti politici ormai diventati fantascienza. Potrà piacervi sì e no – ci sono attori buoni e meno buoni, scene efficaci e stereotipi “all’italiana”; il tema sociale non ha certo i toni di denuncia della storia del piccolo Tonino – a ogni modo va ricordato qui come testimonianza della nuova politica culturale della Regione Autonoma, interessata a potenziare la presenza della Film Commission valdostana. Nelle intenzioni degli Amministratori regionali proprio con questo film si è aperta la strada a nuove collaborazioni cinematografiche per la regione.

Una strada per dove, però? Staremo a vedere. Certo, che bello se fosse una strada che finalmente ci porta in Europa, come ha sempre saputo fare la Valle, facendoci uscire dal piccolo mondo provinciale del cinema italiano.

Chiudiamo allora su un altro esempio del rapporto che la Valle ha (e vuole avere) con il cinema: il festival del cinema naturalistico “Stambecco d’Oro” che si tiene a Cogne (e varie altre località della Valle) da 15 anni e che sa guardare oltre i confini, alla ricerca di un’arte e di una cultura che confini non ha. Quest’anno ha vinto il film francese Voyage au bout de l’hiver di Anne ed Erik Lapied, documentaristi francesi che hanno sperimentato l’inverno piu’ profondo vivendo in un villaggio del Gran Paradiso, sprofondati nella neve, assieme ai pochi abitanti che sono scesi a Valle. È il racconto, un po’ tra il metafilmico e l’autobiografico, di due registi, marito e moglie, che vogliono finire un documentario sugli stambecchi del Gran Paradiso, interrotto da tempo: quando finalmente lo riprendono, si trovano alle prese con uno degli inverni più pesanti mai visti nella Valle, con valanghe e slavine che seppelliscono tutta la natura in una coltre bianca fittissima, bellissima e suggestiva, ma al tempo stesso seria minaccia per la sopravvivenza degli animali – e dei filmaker stessi: provatevi voi a usare la cinepresa mentre vi si congelano le dita! Tra splendori ghiacciati e paesaggi imponenti, documentare la vita che continua a dispetto delle asperità della natura diventa il racconto, poetico, di una prova eccezionale di resistenza e determinazione – la sfida di un uomo e di una donna per trovare insieme, caparbiamente, e raccontare, nonostante tutto, il bello che ci circonda ad ogni passo nella Valle che siamo tutti chiamati ad attraversare.