Speciale Festival di Venezia 68: i vincitori (1di2)

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LEONE D’ORO PER IL MIGLIOR FILM: Faust di Aleksander Sokurov – Russia

Sono in pochi a conoscere le filmografia di Sokurov, eppure la sua storia nel cinema inizia quasi venticinque anni fa, verso la fine degli anni ’80, in una Russia ormai lontana dal suo primo splendore. Incoraggiato dal suo grande amico e mentore: Andrej Tarkovskij, proseguì il suo impegno nella settima arte nonostante le ostilità del governo.
Che si tratti di documentari o film di finzione il suo inconfondibile stile simbolico, con picchi di lirismo commoventi e silenziosi, dal ritmo lento ma denso di significati, resta un manifesto esistenziale che lo elevò sin da subito al rango di Autore. Questo però lo ha anche reso ben lontano dal mercato mainstream che lo ha relegato a festival e a visioni accademiche.
Come si sarà facilmente intuito dal titolo, il film vincitore è una trasposizione cinematografica del monumentale capolavoro letterario di Goethe su un uomo che vende la propria anima al diavolo per arrivare alla conoscenza assoluta.

Una scelta coraggiosa e ambiziosa, quella di Sokurov, che evidentemente è riuscito nella non facile impresa di raccontare una storia fondante della nostra stessa cultura europea; un’opera che chiude il ciclo sul potere iniziato nel 1999 con un film su Hitler, seguito in ordine da quello su Lenin e sull’imperatore Hirohito. Come ha commentato il presidente di giuria Darren Aronofski: “Ci sono film che fanno piangere, ridere, pensare, commuovere, film che cambiano per sempre le vite. E questo – ha detto il regista americano – è uno di quei film.”

Il premio però sorprenderà il regista stesso: “Non ero venuto a Venezia per essere premiato, ma per far vedere il film. È la cosa a cui tengo di più, voglio che il film sia avvicinato dalla gente. E poi è accaduto qualcosa di incredibile, siamo stati capiti e non accade spesso. Voglio ringraziare il presidente della giuria per la fatica fatta. È molto difficile comprendere un’altra persona ed è ancor più difficile riconoscere i risultati a cui è arrivato un altro. Io credo che il concorso sia qualcosa di superato e che occorra far nascere Mostre d’arte e non fiere della vanità. Giornalisti e tv non potrebbero mai accettare una cosa simile, ma credetemi, a volte la minoranza ha ragione. Credo che in questo momento il sostegno dello stato sia fondamentale per la cultura, soprattutto in alcuni paesi. I governi devono insistere nel finanziare la cultura e l’istruzione. Altrimenti queste verranno annientate. La cultura non è un lusso, ma una base per lo sviluppo della società.”

LEONE D’ARGENTO PER LA MIGLIOR REGIA: Shangjun Cai per il film Ren Shan Ren Hai (People Mountain People Sea) – Cina/Hong Kong

Un film difficile, sia per i temi che per la sua storia festivaliera: la prima proiezione è saltata a causa dell’ennesimo blocco (il quinto per essere precisi) da parte della censura cinese e, una volta arrivato a Venezia, vittima di un  proiettore ostile che ha deciso di fondersi dopo soli 30 minuti – ragione per cui tra i giornalisti si era già guadagnato il titolo di pellicola più sfortunata del festival. Tuttavia, nonostante le varie vicissitudini, l’opera di Ren Shan Ren Hai è riuscita nel suo intento di impressionare i giurati di quest’anno e a meritarsi un premio tanto importante. A far scatenare la censura cinese è stata l’ambientazione del film, che racconta la storia di Lao Tao, un semplice tagliapietre vittima dell’economia e dei debiti. L’uccisione del fratello darà avvio a una spirale di vendetta, durante la quale Lao Tao esplorerà il lato più oscuro della Cina di oggi.

Il regista nel commentare il premio ha lanciato un appello per i suoi più giovani connazionali: “Questo è un lavoro di gruppo e nel realizzarlo ho imparato che occorre lottare sempre per le proprie idee ed evitare i compromessi. Questo premio è un incoraggiamento per i giovani cineasti cinesi e io spero di ricambiare con future opere.”

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA: Terraferma di Emanuele Crialese – Italia

Crialese sbarca in laguna con Terraferma, che affronta il tema drammatico dei migranti che arrivano sulle nostre isole e dei cambiamenti nella popolazione che dovrà accoglierli, “(…) di come il salvataggio di una donna africana, Sara, ribalta gli equilibri di una famiglia isolana. Il patriarca pescatore che vuole passare il mestiere al nipote, il figlio che, invece di ostinarsi a cercare il pesce che non c’è più vorrebbe prendere con l’amo i turisti, la vedova Giulietta che sogna la fuga per il figlio (e per lei stessa) dall’isola adorata, ma claustrofobica” (Crialese).

Un lavoro commovente e di grande impegno, applaudito dalla stampa e premiato da una lunga standing ovation durante la proiezione al pubblico, uno sforzo morale e artistico che è stato compreso e apprezzato anche dalla raffinata giuria di quest’anno. Queste le parole del presidente Darren Aronofsky: “Dal momento in cui abbiamo visto il film di Crialese abbiamo subito deciso di dargli un premio. L’unico problema era capire quale. Per tutti noi era uno dei film più completi. Il fatto che il film abbia una dimensione politica, per me personalmente, ha avuto un grande significato.”

OSELLA PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA: Yorgos Lanthimos e Efthimis Filippou per il film Alpis (Alps) di Yorgos Lanthimos – Grecia

Alpis (Alps) di Yorgos Lanthimos, unico film greco in concorso. Il regista è salito alla notorietà internazionale durante le nominations degli oscar 2011, quando il suo film Kynodontas (sua terza opera da regista) è stato inserito nella lista dei migliori film stranieri.
Come già per i suoi precedenti lavori, Alps è un’opera surreale, drammatica e decisamente originale, che stacca il suo autore da qualunque altro collega contemporaneo, che si caratterizza per il tono grottesco, per il ricercato e reiterato tentativo di narrare una storia di “ordinaria perversione”, spiazzante, capace di mettere in discussione l’idea stessa di realtà e del modo in cui essa viene vissuta e conosciuta dalle persone: una vera e propria messa in scena, nel suo peggior significato.

Qui la “menzogna” è nel lavoro di un gruppo di persone impegnate ad aiutare coloro che hanno appena perso una persona cara attraverso una particolare forma di rielaborazione del lutto, ovvero sostituendosi essi stessi al defunto. Questo darà il via a situazioni grottesche, appunto, ma porterà anche alla luce le psicologie dei vari “lavoratori” (in particolare delle donne) obbligati a rispettare regole rigidissime.
Come rivela il regista stesso: “La morte è un fatto. L’idea di assumere le sembianze dei defunti è disperata, triste, ma allo stesso tempo comica. Non mi interessava indagare le persone che vivono una perdita o mostrare la loro sofferenza, bensì le reazioni di questi adepti delle Alpi che lasciano la propria vita per entrare in un’altra esistenza. Penetrano in un mondo diverso, che non conoscono, un mondo di finzione”.

(continua…)