Le donne del 6° piano

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Quanto è triste il passo di chi / cresciuto tra voi / se ne allontana!

Potrebbe sembrare una delle tante notizie del Tg oppure essere una vicenda inventata, eppure, ci suona familiare. Non possiamo dimenticare di essere una Terra di emigranti, fatta di immigrati. La memoria in questi casi dovrebbe essere tutto e invece non è mai abbastanza.
Ed ecco allora un film che ci aiuta a ricordare come eravamo o come avremmo potuto essere se solo fossimo nati qualche decennio prima.
Emigrazione, sì, ma in questo caso un tipo di emigrazione della quale non si è soliti parlare: quella delle donne. Storie possibili soltanto nel 2000? Assolutamente no.
Gli anni ’50 e ’60 sono stati un decennio di forti spostamenti dai Paesi del Mediterraneo verso quelli del Nord dell’Europa. E fa effetto pensare che una nostra nonna o madre avrebbe potuto intraprendere un viaggio tanto difficile, dove non avrebbe più dovuto ricoprire il ruolo da “donna del focolare” ma trasformarsi in centro economico per un’intera famiglia. In Italia una di queste storie è stata recentemente narrata, con delicatezza e affetto, in un fumetto di Sara Colaone intitolato “Ciao, ciao bambina”. Semmai lo leggerete, rimarrete forse colpiti come me dalle assonanze tra la storia di questa (allora) giovane italiana e quella de “Le donne dell’ultimo piano” di Le Guay…

Parigi e l’immigrazione

Il film ha moltissimi pregi. Innanzitutto la scelta dello sfondo storico: l’immigrazione in Francia negli anni ’50 – ’60, nel caso specifico a Parigi. Da sempre centro culturale e meta aspirazionale per europei e non, Parigi ha vissuto sin dalle sue origini (ma con un’accelerazione dall’ ‘800 in avanti) grandi e importanti flussi migratori, interni ed esterni, che hanno inciso fortemente sulla città e i suoi abitanti, determinando ad esempio la nascita delle “banlieu”, destinate ad accogliere la forza operaia composta sempre più da immigrati. La metà del ‘900 in particolare è segnata da una vera e propria svolta con l’arrivo di flussi importanti da paesi europei prima e di colonie francesi poi. In particolare la Spagna, dopo la seconda guerra mondiale, vive un periodo buio della propria Storia. Sotto la dittatura di Franco infatti conosce una fase di profonda crisi sociale ed economica che spinse molti cittadini alla fuga, sia per trovare un lavoro sia per ritrovare la libertà.

Miseria e nobiltà

Una tematica nuova dunque, o comunque non usurata dalla cinematografia contemporanea, capace di fornire spunti su più fronti. Le Guay ha però scelto di concentrarsi soprattutto su alcuni aspetti della convivenza tra culture diverse che si traduce spesso in una differenza tra classi.
Il protagonista infatti è un ricco borghese, il signor Jean-Louis Joubert (Fabrice Luchini) che, rimasto colpito dalla nuova giovane domestica spagnola, inizierà ad avvicinarsi al mondo delle donne che vivono al piano superiore al suo – il sesto piano appunto: un universo fatto di sacrifici, ambienti malsani e salari bassi ma anche ricco di dignità, allegria e solidarietà. L’incontro tra questi due mondi porterà il signor Joubert a mettere in discussione i valori sui quali aveva sempre fondato la sua esistenza e routine. Una crisi che coinvolgerà, nel bene e nel male, tutte le persone a lui più vicine.
Inevitabile dunque la messa a confronto del tedio borghese con la lotta per la sopravvivenza delle persone più umili, che permette al regista (nonché sceneggiatore) di far risaltare ancora di più la grande vitalità delle protagoniste. Qualunque facile stereotipo però è smorzato dalla bravura degli attori, dal generale clima allegro e ironico, da una regia attenta al dettaglio comico e a far emergere il lato più umano e surreale di ogni situazione.

La brutta tentazione dello sceneggiatore…

Eppure, nonostante tutte queste virtù, anche qui ritroviamo uno dei più classici scivoloni in cui il cinema commerciale finisce spesso per incappare… Infatti – ahimè! – anche gli sceneggiatori Jérôme Tonnerre e Philippe Le Guay non hanno resistito alla tentazione di cedere alla facile regola hollywoodiana che dice: “per essere appetibili al pubblico generalista mettici una storia d’amore.”
Per carità, è verissima!, ma anche molto scontata e stancante, tanto più che nel caso specifico poteva tranquillamente virare su un più interessante, credibile ed efficace rapporto tra padre e figlia, oppure su un’amicizia meno convenzionale. Invece, la relazione tra i due protagonisti non convince. Lei troppo bella e troppo giovane per un uomo così tanto anziano e poco avvenente (per non aggiungere “dai modi effemminati”) e il tutto succede d’improvviso, senza un evento scatenante che ci coinvolga davvero (né per questo conviverci). Tanto più che quello che ci affascina e che vorremmo vedere è l’universo di tutte quelle donne, a partire dalla comunista convinta, militante antifranchista dal tragico passato; passare poi dalla dolce e premurosa zia che sogna la sua casa in Spagna con la vasca dai piedi dorati; la più giovane che vorrebbe integrarsi in Francia e trovare marito e così via.
Anche il cambiamento del protagonista ha un che di strano… egoista e disinteressato a tutto, compresi i suoi figli, scopre improvvisamente l’altruismo e la generosità, solo per le spagnole però. Mmmm….
Qualche perplessità, a volerci pensare bene, è più che giustificata, ma non così drammatica da intaccare un film ben fatto e che lascia la voglia di rivederlo alla prima occasione.