Il Cazzotto in Faccia a Hitler: Captain America

Captain America

Poteva Hollywood farsi mancare Captain America? Ovviamente no. Altrettanto ovviamente non potevo farmelo mancare io, ed eccoci in prima fila a fare un viaggio in compagnia del Primo Vendicatore, supereroe dal costume a stelle a strisce, più americano di Superman – il che è tutto dire. Viaggio dagli USA in Europa, per prendere a cazzotti Hitler, certamente – attività sempre salutare – ma anche viaggio nella storia e nella cultura (nel sogno?) delle democrazie occidentali che con la Seconda Guerra Mondiale hanno affrontato una prova fondamentale.
Peraltro, una guerra si vince anche coi fumetti, forse.

Il fumetto di Captain America: storia di una propaganda

Captain America nasce proprio come strumento di propaganda: incarnazione del tipo più genuino del bravo ragazzo americano (o perlomeno di quel tipo che gli Americani avevano piacere ad essere considerati), ecco un supereroe soldato che altro non deve fare che dare il buon esempio a chi è già arruolato e invogliare i ragazzi più giovani a correre ad arruolarsi appena avranno l’età: lo creano Jack Kirby e Joe Simon e le sue avventure sono subito contraddistinte da un esplicito carattere antinazista. La prima copertina rutilante di colori e gesti plastici ha al centro della scena proprio Captain America che stende con un bel pugno Adolf Hitler. Che bellezza. Già solo per questo gli si perdonano d’ufficio le molte ingenuità (d’altronde lui è volutamente un bravo ragazzo, ingenuo, umile, generoso e che non sopporta i prepotenti – e per questa volta ci piace così): l’antinazismo non è mai abbastanza. E poi pensate che mentre in America ai ragazzi rifilavano un fumetto, in Germania c’era la Gioventù Hitleriana e i cartoni antisemiti. C’è una notevole differenza.
Fin dai primi albi – si parla del Marzo del ’41 – vediamo “il pazzo che comanda il Terzo Reich” gridare come un isterico con baffetti e frangetta picchiando pugni sul tavolo, come Chaplin ne Il Grande Dittatore e fin dalle primissime storie di Cap America incontriamo l’inquietante sgherro del Fuhrer, il famigerato “Teschio Rosso”, cattivo diabolico sfigurato che a fianco di Hitler fa però il suo figurone.
Il fumetto ha un grandissimo successo al suo esordio, prosegue brillantemente per tutto il periodo della Guerra e poi, quasi naturalmente, perde seguito dopo la vittoria degli Alleati. Viene rispolverato negli anni ’60, riciclato per un breve periodo in funzione anticomunista, per poi ritrovare pubblico quando i nuovi autori (uno per tutti: il mitico Stan Lee) hanno l’ideona (e non è la più balzana tra quelle che riguardano le vicende editoriali di Cap) di farlo risvegliare cinquant’anni dopo la fine della guerra, contando sul fatto, a tutti noi ben noto, che le cellule di un supereroe si conservano sempre ben oltre la nostra normale data di scadenza. Così, Captain America si risveglia dopo un periodo di ibernazione e torna a combattere i cattivi, neonazisti, supercriminali o terroristi che siano ora, in quello che per lui è il futuro e per noi il problematico nostro tempo. In particolare, in una serie di albi, ideata per sfruttare il più possibile i diritti d’autore, Captain America finisce arruolato in una vera e propria supertaskforce in cui il tal generalone dell’Esercito (il guercio Nick Fury) ha radunato la crème dei Supereroi, dandogli il nome de I Vendicatori.
Vendicatori di che? Be’ dei torti, no? E in difesa della Libertà. E la storia (e la propaganda) può continuare.

I film nel film

Il film appena uscito tiene conto con scrupolo quasi filologico di questa storia del fumetto ed è una vera gioia per gli appassionati, fitto com’è di citazioni e rimandi (basta pensare che a fornire la superattrezzatura al nostro Eroe c’è un tal Stark cioè il padre di Iron Man il quale del resto aveva, nel suo film, dietro alla scrivania lo scudo in Vibranium di Captain America: ormai siamo all’ipertesto anche nel cinema – è una goduria!); ma anche per quelli meno esperti rappresenta un modo divertente per passare un paio d’ore – beninteso, se piacciono le storie lineari della crescita dell’Eroe: un Signor Nessuno che incontra il Mentore che lo trasforma in Eroe che andrà a sconfiggere il Gran Cattivo che minaccia la vita del Regno che eccetera.
In questo senso il film è da manuale: Propp ci ritroverebbe tutti i suoi passaggi topici delle favole. E come le favole, del resto, il film funziona: simpatizziamo all’inizio per il nostro Steve Rogers (Chris Evans) digitalmente magro e sfigato quando vuole arruolarsi ma viene perennemente scartato, poi ci sciroppiamo le perle di saggezza dello scienziato (ebreo) Abraham Erskine (grande Stanley Tucci) che intuisce la vera natura eroica del ragazzo, trepidiamo per l’esito dell’esperimento a cui lo sottopone (creare il Super Soldato, con la tal pozione magica) – e poi è fatta: poi si tratta di fare il tifo per Captain America e di odiare com’è giusto che sia il Nazistone Teschio Rosso (Hugo Weaving), col suo accento da Tedesco Macchietta, e con i suoi deliri esoterici e l’immancabile Wagner che strilla il funerale di Sigfrido dal grammofono, così nazista che il saluto romano lo fa addirittura con due braccia alzate, mica uno solo.
Figuratevi che qui l’azzurrognola Arma-Segreta-che-distruggerà-il-mondo scomoda addirittura l’Yggdrasil, L’Albero del Mondo, e Odino (che è poi il padre di Thor, guardacaso) – d’altronde i Nazisti ormai al cinema se non cercano reliquie mitiche che nazisti sono? Lo sa persino il Teschio Rosso che infatti critica Hitler perché a suo dire perde tempo a setacciare le sabbie del deserto – come se l’Arca dell’Alleanza fosse robetta, diciamo noi; ma vabbé: ognuno ha le sue reliquie preferite. L’importante è strizzare l’occhio allo spettatore cinefilo.
C’è naturalmente una storia d’amore, con la bella Generalessa, vestita in divisa come a una sfilata – di cui però non posso parlare perché se no mi marchiano col bollo infamante dello spoiler e non sia mai che vi rovino la sorpresa finale (che c’è, e io ci sono rimasto di stucco davvero): e c’è uno stupendo caratterista, il Colonnello Chester Phillips, reso alla perfezione da Tommy Lee Jones, che ha le battute migliori – ennesima grande variazione sul tema del personaggio del Sergente Istruttore burbero benefico ormai immancabile nei film di guerra.

New York, anni ’40

L’aspetto più godibile del film e quello più originale è però probabilmente la caratterizzazione visiva delle immagini: la fotografia, curatissima, di Shelly Johnson elabora la pellicola rendendola molto simile alle prime pellicole a colori – comparse appunto negli anni ’40 – creando un effetto che contrasta in modo affascinante coll’immancabile modernissimo tripudio di virtuosismi degli effetti speciali, del ritmo, e del montaggio. Se poi consideriamo che tutto l’apparato di macchinari e scenografie ha l’aspetto retrò di quella fantascienza il cui prototipo è il mitico Flash Gordon (ma anche beninteso l’adattamento del primo serial tratto da un fumetto, il Captain America del 1944, che trovate su Youtube), ecco moltiplicato il cortocircuito visivo che fa uscire “il solito” film di supereroi dalla banalità del già visto concedendosi il lusso di un’autorialità cinefila del tutto inattesa. Tanto che alla fine ti viene da dire che val la pena vederlo (al cinema) semplicemente perché è “bello”, da un punto di vista meramente estetico.
C’è pure un momento musical, con satira del politico furbone di turno che vuole cavalcare la fama di Cap America, riducendolo a scimmietta ammaestrata da esibire (un garbato riferimento metafilmico al fatto che comunque il fumetto nasce come strumento di propaganda) – girato ovviamente come un musical dell’epoca, con tanto di carrellata maliziosa alla Busby Berkeley sulle gambe delle ballerine (massimo della sensualità concessa all’epoca e a questo film morigerato).
E poi bisogna ammettere che vedere i soliti inseguimenti per le vie di New York, be’, sarà il solito inseguimento, ok, ma con l’ambientazione puntigliosamente curata del 1941, fa tutto un altro effetto. Ancora New York, immancabile, eterna icona della Metropoli cinematografica – ma la bellezza della ricostruzione, sia pure in certi fotogrammi digitali, vale davvero il biglietto. Così ecco che lì all’angolo, oltre il solito vicolo maleodorante (nell’immaginario collettivo della jungla metropolitana il vicolo tra una Avenue e l’altra è sempre il luogo dell’incontro col Male, come il sentiero perduto del Bosco), si intravede il ponte di Brooklyn, più avanti c’è il quartiere del rigattiere (che poi tutto è fuorché una bottega e che soprattutto non è girato veramente a New York, ma a Manchester, di preciso a Dale Street), al termine della gran corsa eccoci alla tappa turistica obbligata del Porto. Manca la Statua della Libertà, a dire il vero, ma tra un salto temporale e l’altro, tra un flashback e un’ibernazione, alla fine possiamo pure renderci conto di quanto sia cambiata la città (e il mondo) da quell’epoca di Eroi, perché ci troviamo di nuovo nel 2011, tra le luci e i grattacieli di Times Square, naturalmente ancora bisognosi di Eroi… e pronti per il sequel!

Tra leggerezze e sganassoni

A dire il vero abbiamo visto sceneggiature più complesse, in questi ultimi tempi, anche con i supereroi: qui la ricerca sui personaggi è piuttosto ridotta all’osso. Il personaggio meno credibile è proprio quello femminile, peccato perché parte bene, con un’inaspettata durezza lontana dagli stereotipi: una ragazza con le palle, diremmo, che odia i prepotenti e gli sbruffoni come Cap, ma li stende senza superpoteri. Poi però si annacqua, mentre la sceneggiatura quasi si dimentica di lei e la lascia diventare l’eventuale ricompensa promessa all’Eroe, un mero motore della trama, meccanismo senza spessore, che a un certo punto partecipa pure a un’azione bellica scimmiottando le partigiane ma attraversando un’inquadratura con una pistola in mano, trucco perfetto, abiti borghesi e zero credibilità.
Ma non è l’unica cosa che non convince… La vicenda passa con disinvoltura da New York a Londra a un imprecisato fronte italiano (come da saga originale), riconoscibile solo dalla scritta che compare in basso all’immagine, e poi in un’Austria di cui si vedono solo le montagne più nascoste, forse un badget ridotto all’ultimo? Forse, ma che peccato.
Anche la trama a un certo punto inizia a scricchiolare e non tutti i passaggi tengono, ma nonostante questo, la fattura è di gran mestiere e l’ironia con cui ormai gli sceneggiatori hanno imparato a condire i fumettoni del nuovo millennio diverte, distrae, ti fa dire un salutare chissenefrega delle lacune drammaturgiche e ti fa restare seduto per vedere come va a finire, anche se, a pensarci bene, come va a finire lo sai già prima ancora che inizi il film. Anche perché quello che conta è che ai titoli di coda ci si arrivi con un gran bel fracasso e, soprattutto, con quante più sberle possibili sul grugno dei Nazisti.