New York e la storia di Ognuno: I guardiani del destino

NEW YORK, NEW YORK

New York è la città simbolo della modernità. New York è il nostro mondo. E i newyorkesi possono essere benissimo considerati il prototipo dell’uomo moderno. Almeno al cinema, beninteso.
Ne “I Guardiani del Destino” scopriamo che New York può essere benissimo anche metafora della vita dell’Uomo – non solo di quello di questi tempi: di ogni tempo. New York come allegoria del Mondo nel quale l’Uomo si trova a muovere i propri passi, scegliendo quale strada prendere a ogni bivio, a ogni incrocio. Soprattutto decidendo quali porte aprire.

Prima che mi consideriate un pazzo per questo incipit visionario e metafisico e per la quantità di Lettere Maiuscole Molto Filosofiche profuse nel paragrafo appena steso, un veloce riassunto della trama del film vi proietterà subito su un inaspettato livello contemplativo nel quale – attenzione! – si comincia a recensire un film e si finisce a ragionare sul senso della vita (alla faccia dei Monthy Pyton).

new york, cineturismo

CC Chris Isherwood

L’AMORE E IL (NON SEMPRE) LIBERO ARBITRIO

Allora ecco il plot, in estrema sintesi: lui è un giovane politico che punta al Senato (e, chissà, anche più in alto, come sperava per lui suo padre), lei una ballerina ispirata e dotata, sicuramente in grado di diventare una celebrità. Si incontrano, si piacciono subito, colpo di fulmine: come se il loro incontro fosse stato scritto. Già. Benissimo: dov’è il problema? Il problema sta che in effetti, sì, il loro incontro era già stato scritto, ma in modo diverso, e quindi qualcuno non è d’accordo col loro amore. Chi? Oh, bella: ma i Guardiani del Destino, no?
Veniamo infatti a sapere che le nostre vite altro non sono che lo sviluppo di un Piano, prestabilito e scritto da Qualcuno (chi? Vallo a sapere… qui lo chiamano “Il Presidente”) e che c’è un’intera squadra di zelanti (e un po’ ottusi) funzionari che si danno un gran daffare, spesso rasentando il ridicolo, per controllare che il Piano vada come previsto – intervenendo ogni tanto, con molta discrezione, per aggiustare il tiro (e difatti nell’originale il loro si chiama “Adjustment Team”, spesso tradotto con un beffardo “Squadra Riparazioni” che rispecchia bene il tono generale del soggetto). Va da sé che se noi esseri umani, per una ragione o per l’altra, cerchiamo di sgarrare e di fare di testa nostra, dovremo fare i conti coi signori del Ministero (il Bureau del titolo), che ci minacciano con un fantascientifico azzeramento totale della nostra mente, se proprio ci ostiniamo a seguire la nostra volontà. Loro lo chiamano “reset”; il protagonista, più giustamente, la considera una cruda lobotomizzazione.
Quindi, avrete capito che la storia d’amore tra i nostri due, per una ragione che rimane sconosciuta, al Presidente non garba.
Il Nostro Eroe quindi dovrà riuscire a vivere comunque il suo amore senza far incazzare il Team, che gli spedisce contro agenti (dall’aspetto un po’ FBI, un po’ Men in Black, e un po’ funzionari anni ’50 dalle rigidità maccartiste) sempre più tenaci (tra cui il famigerato “Martello”, che fa rispettare il Piano anche a costo di colpi bassi e spietati) e non finire lobotomizzato – e magari convincere il misterioso Presidente che forse noi uomini possiamo anche costruircelo da noi, il nostro futuro: sappiamo fare da soli, grazie.

La bellezza di questa storia delirante, che detta così francamente ti fa venire voglia di alzarti e andartene, sta nella sottile ironia che attraversa tutto il film: il discorso è serio, si parla della vita di ognuno di noi, di sensazioni inquietanti che tutti noi abbiamo provato e proviamo ogni giorno, ogni volta che dobbiamo prendere una decisione, ogni volta che abbiamo un dubbio su cosa sia giusto e cosa sbagliato, forse anche ogni volta che ci sembra impossibile seguire quello che vorremmo davvero e ci accorgiamo di subire dei condizionamenti, come se Qualcosa/Qualcuno ci impedisse di vivere veramente e si divertisse a crearci degli ostacoli – insomma, l’argomento ci punge sul vivo, ruota attorno alla più profonda delle angosce esistenziali; ma il tono con cui è imbastita la trama e tutto il suo svolgimento è un capolavoro di grazia e leggerezza, di brio, di freschezza e di composta maturità narrativa, tale per cui le due ore di film ti scorrono via rapide e divertenti e solo alla fine ti accorgi di essere stato trasportato in una riflessione sul Libero Arbitrio e sulla capacità/incapacità di essere (o non essere) artefici della propria fortuna. I miracoli di alcuni film.

Quest’allegoria della vita umana, dalla linearità quasi didascalica come la medievale Sacra Rappresentazione “Ognuno”, è narrata qui con le cadenze di un thriller, o di una storia di spionaggio alla Bourne (e il riferimento non è casuale perché l’attore protagonista è lo stesso e lo sceneggiatore pure, che qui fa anche il regista – e lo fa bene), con l’immancabile storia d’amore a fare da collante. Ma la profondità della posta in gioco rende una trama assolutamente già vista e rivista milioni di volte godibile come una novità e soprattutto visionaria al punto giusto perché il film sappia anche diventare una gioia per gli occhi.

DA LIBRO A FILM. UN BREVE CONFRONTO

La densità filosofica del soggetto è merito di Philip Dick, il grande genio della fantascienza morto nel 1982, dopo una vita molto hippy bruciata tra sbronze e anfetamine, prima di vedere i suoi racconti adattati (con risultati molto varii) da Hollywood che probabilmente lo avrebbe reso ricco. Inutile che vi dica anch’io che il mitico Blade Runner viene dal suo racconto “Ma gli Androidi sognano pecore elettriche?” – su Google troverete tutti gli altri film tratti dai suoi racconti e pure la sua amara biografia, per cui vi evito un fastidioso “copia e incolla”.

L’adattamento del racconto, molto libero, e il gioco delle immagini è tutto merito invece del regista che ne aggiorna alla nostra contemporaneità l’ambientazione, trasforma il protagonista da un modesto agente assicurativo a un politico in carriera (ma attenzione: così il protagonista è ancora più esplicitamente il “rappresentante” di Ognuno di noi!), toglie il vincolo matrimoniale tra il nostro Lui e la nostra Lei in modo tale che “il Futuro” diventi l’obiettivo comune a entrambi (nel racconto originale invece i due sono giù sposati, così che il loro obiettivo è conservare lo status quo – meno avvincente forse e meno forte per un apologo morale), e soprattutto si diverte a farci attraversare tutta New York passando da una porta all’altra, da una dimensione all’altra, con un espediente semplicissimo ma al tempo stesso cinematograficissimo: la porta magica che si apre su un ambiente inaspettato e impossibile, fortissima metafora visiva dell’infinita varietà dei mondi possibili a cui danno accesso le nostre decisioni e anche della loro sostanziale intercambiabilità, per cui la stessa scelta che, in determinate circostanze, provoca una conseguenza un attimo dopo, chissà, ti porta da tutt’altra parte.

Certo: la New York che vediamo è, ancora una volta, la più fotogenica e turistica – il Village, la Statua della Libertà, il Porto, il MoMA, la Manhattan più ricca che respira attorno a Central Park (Brooklyn si vede solo in una scena, di notte, di sfuggita); ma la forza della storia riesce comunque a trasfigurarla nell’immagine viva del labirinto di scelte in cui Ognuno di noi si muove, senza mappa, sperando di arrivare in tempo agli appuntamenti col Destino e tentando di aprire, almeno una volta, la porta giusta – quella della felicità. Con buona pace di eventuali Presidente e relativo Adjustment Bureau.