Man on Wire: l’uomo che incantò New York

man on wire - screenshot

Quando New York restò con il naso all’insù

1966: Philippe Petit ha 17 anni. È dal dentista, in Francia, e sta sfogliando una rivista per passare il tempo. A un certo punto: l’illuminazione. Philippe scopre in quel momento qual’è il sogno per il quale dedicherà tutta la sua giovinezza. Da allora, per 8 lunghi anni lavorerà duramente per realizzarlo, giorno e notte, in un’ossessione che coinvolgerà man mano sempre più persone.
Ma lui non è un giovane qualunque. E il suo sogno è qualcosa al di là della nostra immaginazione.

7 agosto 1974. Quella nebbiosa mattina d’estate, una folla numerosa di persone che normalmente starebbero correndo per andare al lavoro in Lower Manhattan, ha alzato gli occhi al cielo ed è rimasta ferma, a bocca aperta, senza riuscire a staccare gli occhi da quella figura nera che danzava divertita su una corda tesa tra due grattacieli. Non due palazzi qualunque, bensì quelli del World Trade Center. E quel funambolo, di appena 25 anni, era Philippe Petit. Insieme ad alcuni compagni era riuscito nella sua impresa: unire le due torri più alte del mondo e attraversarle, regalando a tutti uno spettacolo unico e irripetibile.

Tra crimine e poesia

La storia di questo sogno e della sua lunga preparazione è il cuore pulsante del documentario di James Marsh: Man on Wire, l’ultimo di una lunga serie sul colpo organizzato da Philippe e la sua banda. Marsh però ha saputo più di tutti cogliere la follia di questo gruppo di amici e collaboratori, che insieme a Philippe hanno creduto di poter creare qualcosa di incredibile, qualcosa che fosse al di là del possibile e dell’impossibile; ma soprattutto ha saputo rendere la poesia di questo folle sogno e di quel magico momento, in cui un piccolo uomo è riuscito a danzare tra le nuvole, obbligando tutti a restare estasiati, per 45 minuti, con lo sguardo rivolto verso l’alto.

Per rendere queste due facce della storia, Marsh ha usato tutti i registri a sua disposizione e una varietà incredibile di linguaggi. Da una parte infatti troviamo una struttura stile crime story per raccontare la parte più organizzativa del progetto, che comincia dagli ultimi momenti della preparazione del piano – arricchito da digressioni sui rapporti e i ricordi che al tempo hanno legato i vari protagonisti – per concludersi infine con la riuscita del colpo e la separazione dei componenti.

Per farlo però Marsh si avvale di un materiale ricco ed estremamente eterogeneo: Petit a quel tempo aveva già attorno a sé persone che lo fotografarono e filmarono, sia durante gli allenamenti con gli amici, sia nelle sue performance più emozionanti (Notre Dame di Pargi, Sydney, New York). Ci sono poi le interviste a tutti i (non più) ragazzi coinvolti in quel progetto, tra cui lo stesso Petit che rivive e fa rivivere, con oggetti da teatro, alcuni passaggi particolarmente significativi, trasformando i suoi racconti in ulteriori momenti di spettacolo. Infine, il regista ha scelto di dare ulteriore dinamismo riempiendo alcuni buchi visivi con delle ricostruzioni – dallo stile ironico e usando il bianco e nero – di alcune scene tra l’arrivo al WTC e il momento in cui riuscirono a salire sul tetto e a montare, in piena notte, tutta l’attrezzatura.

Dall’altra però, per esprimere il lirismo di cui è intrisa la storia, ci sono sì gli occhi commossi degli amici di Petit; le parole piene di emozione del sergente Daniels, che dovette arrestarlo (“Dopo averci visto, ha iniziato a sorridere e a ridere e ha cominciato un danza sul filo (…) I suoi piedi non erano più sulla corda… Tutti erano incantati.”) e quelle di Petit stesso, che incita a vivere la vita sempre con la massima tensione; tuttavia il vero tocco poetico è dato dalle musiche. Sono tutti brani famosi, estratti dalla raccolta: The Composer’s Cut Series Vol. II. Tra queste però, spiccano le due opere (più abusate dal cinema mondiale) di Erik Satie: Gnossienne n.3 e Gymnopédie n.1. Malinconiche, evocative, semplicemente perfette nel rendere l’emozione e il lirismo di cui il documentario è intriso.

E infine, le torri gemelle

L’11 settembre non è mai nominato dagli intervistati, anche se tutti sanno già che cosa sia (il documentario è del 2008 – l’anno dopo vinse l’Oscar). Anche lo spettatore lo sa e non c’è momento in cui, nel rivederle, non riveda nella propria testa anche la scena di quegli aerei che vi si scagliano contro. Ed è paradossale come anche in quella mattina, tutta la gente si bloccò per capire cosa stesse succedendo. Purtroppo però, a squarciare il velo della routine, non c’era alcuna corda e nessun funambolo da guardare, bensì un gesto di forte ed estrema violenza, che provocò la morte di troppe persone. Non era un’esplosione di energia e di vita quella a cui dovettero assistere, ma al suo esatto contrario. Ed è questo scarto la vera differenza tra l’arte e il lato peggiore dell’uomo.

È innegabile che la presenza costante in video delle torri gemelle, riprese nel loro momento di massimo splendore – sia perché completate da pochi anni, sia perché teatro di un’espressione di vitalità artistica che rimarrà unica e irripetibile – sia un rimando costante e straziante alla loro assenza di oggi e a quel drammatico giorno del 2001.

Tuttavia, rivedere attraverso Man on Wire quella New York del ’74 ormai scomparsa, è il modo migliore per ricordarla, in una mattina d’agosto, quando tutto sembrò possibile, anche danzare nel cielo.