ALTAMONT, USA – 1969: i Rolling Stones e il crollo delle illusioni

L’INIZIO DELLA FINE

Siamo nel 1969. E in una fredda sera di dicembre un ragazzo muore.
Era a un concerto, uno di quei grandi raduni gratuiti così di moda a quel tempo.
Ma lì è morto, era di colore e aveva solo 18 anni. Si chiamava Meredith Hunter.
Siamo nel 1969, l’anno in cui per l’America tutto cambiò.

Il volto basito e ancora incredulo di Mick Jagger (giovanissimo) è l’unico commento che vediamo all’uccisione di quel ragazzo. Il cantante è in una stanza piccola insieme alla sua band, guardano uno schermo altrettanto piccolo su cui scorrono le immagini di loro durante una tournée in America.

Questo è il folgorante inizio di Gimme Shelter, documentario del ’69 sui Rolling Stones per mano (e occhio) di David e Albert Maysles e Charlotte Zwerin.

Ma di cosa stanno parlando di preciso? Come si è arrivati a quel tragico evento? E soprattutto, cosa c’entrano i Rolling Stones?

I ROLLING STONES E I FRATELLI MAYSLES

Gimme Shelter, Rolling StonesPer sapere la risposta a queste domande dovremo aspettare ancora un bel po’, perché i registi vogliono tenerci sulle spine, consapevoli di avere tra le mani qualcosa di unico. Prima però, anche noi dobbiamo fare un inciso e calarci in quel fatidico 1969.
È un anno centrale per la storia degli Stati Uniti, un anno ben rappresentabile con una parabola entusiasmante (è l’anno dello sbarco sulla luna) quanto tragica. Le proteste giovanili raggiungono il loro apice in partecipazione e visibilità: è l’estate di Woodstock ma anche l’anno della nascita dei Weathermen Underground (gruppo di giovani pronti alla violenza in nome dei principi della protesta). Anche il mondo della musica è in fermento, in particolare il rock vive il suo momento di gloria, la sperimentazione è al culmine ed è in questo humus ricco e prolifico che nasce il punk.

Tra i gruppi più ambiziosi, va detto, ci sono sicuramente i Rolling Stones, determinati a lasciare il loro segno sulla terra a stelle strisce. Proprio nel ’69 tornano negli Stati Uniti con un tour spettacolare e annunciano di voler organizzare un evento gratuito, una seconda Woodstock. Allo stesso tempo, non soddisfatti della lettura data su di loro da Godard nel documentario Sympathy for the Devil (troppo “statica” a loro avviso), chiedono ai fratelli Maysles di seguirli nella loro ultima settimana in America con l’obiettivo di mettere in luce la loro energia.

David e Albert Maysles sono in quel momento una coppia di fratelli documentaristi già affermati – sempre in campo musicale, avevano ripreso il primo tour americano dei Beatles nel ’64: What’s Happening! The Beatles In The USA – che seguono l’idea di cinema-verità: il documentarista come semplice “mosca sul muro”, lontano da qualunque intervento attivo sugli eventi. A loro si unisce anche Charlotte Zwerin, già loro compagna in precedenti progetti. Ovviamente il trio accetta la golosa proposta.

La parte iniziale della loro convivenza con la band è caratterizzata da momenti del tour (tra cui il concerto di Madison Square Garden di New York) e della registrazione di alcune loro famosissime canzoni (Brown Sugar e l’emozionante Wild Horses). In parallelo però procede la difficile organizzazione del mega-concerto di dicembre, che si terrà a San Francisco.

DA SAN FRANCISCO ALL’ALTAMONT FREE CONCERT

Non è una scelta casuale: San Francisco è una città dalla storia particolare, segnata dalla nascita della cultura beat e in quel momento patria dei gruppi rock tra i più alternativi del tempo – tra le colline di Haight-Ashbury abitarono i Jafferson Airplane, i Grateful Dead e Janis Joplin, ma anche Santana e i Big Brother and the Holding Company; è poi nell’università di Berkeley (sulla riva opposta della baia di San Francisco) che nasce nel ’64 il movimento studentesco Free Speech Movement (tra i fondatori più attivi troviamo Mario Savio, di famiglia siciliana); ed è nel ’69, ad Alacatraz, o meglio con la sua occupazione, che gli indiani d’America ritrovano il senso d’identità e appartenenza che avevano perso.

Insomma, San Francisco è in quel momento qualcosa di più di una semplice città americana e scegliere di collocare lì la “Woodstock del west” ha una portata simbolica altissima, in un anno già denso di eventi e di passioni.

Il problema principale della band (anzi, dei loro manager…) è trovare la location. Le loro iniziali speranze sono per il Golden Gate Park, ma i proprietari sono inamovibili. La seconda opzione diventa quindi Sears Point, nella parte alta della baia. Sembra tutto pronto, mancano pochissimi giorni al D-day, improvvisamente però i proprietari della zona danno forfait, preoccupati di vedere rovinati i loro terreni.
Lo staff, aiutato da un gruppo di volontari, deve in brevissimo tempo smontare tutto e traslocare. Ma per dove? L’ultima e definitiva tappa è Altamont, nell’entroterra, in un’area poco abitata, conosciuta più che altro per il circuito automobilistico: l’Altamont Motorsports Park, tutt’oggi attivo. È così che nasce l’Altamont Free Concert.

Ad ogni modo, uno dei grandi misteri irrisolti di questa storia è certamente la scelta della band di eleggere il gruppo di motociclisti Hells Angels a responsabili della sicurezza del palco. Esistono varie ipotesi al riguardo: c’è chi sostiene che siano stati i Grateful Dead a suggerirglieli, c’è chi invece afferma che a sviarli sia stata l’omonimia con un gruppo di motociclisti inglesi che li aveva già supportati durante un loro concerto a Londra. Fatto sta che mai scelta fu più funesta. Gli Hells Angels erano un gruppo di giovani totalmente disinteressati al (se non infastiditi dal) messaggio pacifico degli hippies, al contrario non escludevano l’uso della violenza. L’evento infatti è costellato di momenti di forte tensione, con manganellate e risse improvvise. Certo, il pubblico (stimato intorno ai 300.000 e arricchito da ben 4 nuove nascite!) non era dei più tranquilli a causa sì dell’affollamento ma soprattutto dell’uso di droghe di vario tipo e fattura e dell’alcool, che girava in grande quantità soprattutto tra gli Hells Angels. Va detto inoltre che il palco non era stato pensato per la pianura di Altamont, ma per Sears Point, dove sarebbe stato su una collina, evitando quindi che la gente potesse salirvi (come invece avvenne a varie riprese).

La tragedia era quindi prevedibile e infatti arrivò, la sera, proprio dopo le primissime canzoni dei Rolling Stones (prima e per tutto il giorno si erano esibiti altri gruppi).

IL RITRATTO DI UN’EPOCA

I registi si rivelano impeccabili e pronti a spostare lo sguardo dalla band all’evento che si stava formando e trasformando solo i loro occhi. Aiutati da vari operatori (tra cui un esordiente George Lucas!!!) collocati sul palco e nel pubblico, colgono ogni istante dell’evento: l’arrivo del pubblico all’alba; i vari deliranti momenti della giornata (giovani in preda alle allucinazioni, donne che partoriscono, ragazzi che si divertono e ballano, i brani dei vari gruppi, etc.); ma anche gli eccessi degli Hells Angels – testimoniando così la loro responsabilità negli eventi; la crescente tensione e paura tra la folla e infine il ritorno a casa del pubblico, tra il buio e lo sgomento. Non si fanno sfuggire nulla, mostrando un’incredibile padronanza della scena (nonostante la caoticità del momento!), senso estetico (la fotografia e alcune inquadrature sono da togliere il fiato) e narrativo, di cui danno prova sia durante l’evento, cogliendo volti e azioni determinanti e significative, sia durante il montaggio, alternando bellezza e drammaturgia con maestria e sapienza.

Il risultato finale è esaltante, nonostante il triste epilogo.

Quello che ne emerge infatti non è solo l’energia dei Rolling Stones – come inizialmente richiesto dalla band – ma soprattutto il ritratto di una generazione, ripresa nel momento del crollo delle sue illusioni, facendo intravedere la fine di quegli anni appassionati e appassionanti che lasceranno dietro di loro la nostalgia (mitizzata?) per un’epoca irripetibile.