IN OKLAHOMA COI COEN E UN BEL PO’ DI GRINTA

OKLAHOMA

CC Larry Smith

LA STORIA IN BREVE

Ecco l’ultimo film dei Coen: nell’Oklahoma di fine ‘800, un’intraprendente ragazzina quattordicenne, Mattie Ross, assolda un vecchio sceriffo ubriacone ma eccezionale nel catturare banditi, chiamato da tutti “Il Grinta” per i suoi modi piuttosto spicci, per ritrovare l’assassino del padre, rifugiatosi chissà dove, oltre la frontiera, nel temibile Territorio Indiano. Insomma, sì, avete capito bene: un Western, che più classico non si può.

Nuovo adattamento di un romanzo che peraltro già si era prestato a fornire il plot di un film del 1969, con il mitico John Wayne, icona dell’eroe Yankee.
“Che cacchio ci fanno i Coen nel West?”, direte – e in effetti me lo sono detto anch’io, a tutta prima. Poi, a vedere il film, si capisce che in realtà scegliere quell’ambientazione, quel periodo storico, quella terra e alla fine anche quel genere è perfettamente coerente con la poetica sviluppata finora dai fratelli registi/sceneggiatori e anzi si rivela un’occasione mirabile per fare delle riflessioni non solo sulla società americana, ma anche, estendendo lo sguardo, sulla situazione esistenziale dell’uomo moderno. ‘Urca!

ALLE ORIGINI DEL MITO (1): BREVE, BREVISSIMA STORIA DELL’IMMAGINARIO WESTERN

Allora, perché scegliere un Western? Perché è il cinema del mito americano. Cioè della nascita della società moderna (americana, ma ci piaccia o no, quello è il modello cui più o meno tutto il mondo moderno tende ad assomigliare, tra resistenze varie). Il mito western si è costruito sulle suggestioni letterarie postromantiche dell’Uomo che lotta con la Natura bruta e selvaggia – il “Wild” di Jack London, tanto per fare il primo nome che viene in mente, ma il padre ufficiale è James Fenimore Cooper (“L’Ultimo dei Mohicani”) – e sul gusto visivo dei pittori americani di fine ‘800 come Thomas Cole, John Sargent e Frederic Remington, che si formano sulla pittura della Vecchia Europa studiando, oltre naturalmente ai “moderni” Impressionisti, i paesaggisti inglesi come Constable e Turner, ma anche (forse soprattutto) il visionario tedesco Caspar Friedrich (ve lo ricordate il “Viandante su mare di nebbia”? Ecco, è lui…). Paesaggio, bellezza, solitudine, sgomento – figure umane di spalle che vanno verso l’orizzonte lontano, sempre più piccole, sempre più confinate nel ricordo e nella leggenda (i pittori arrivano quando ormai la “Conquista del West” è compiuta, perché prima c’era poco da andare in giro col pennello: così in realtà dipingono già ombre di un passato perduto…).

Insomma: se volete farvi un’idea (abbozzata) di come nasce visivamente il mito del West, aprite Google e guardatevi quei quadri. Poi passate all’Oklahoma.

ALLE ORIGINI DEL MITO (2): BREVE, BREVISSIMA STORIA DELL’OKLAHOMA

location il grinta

CC Tanti Ruwani

L’Oklahoma, e in particolare la città a confine tra questo Stato e l’Arkansas, Fort Smith, è mito-nel-mito. A suo modo, la culla dell’America di oggi. Come a ribadire: tutto è iniziato da lì.

Anche il film inizia da lì. Siamo attorno agli anni ’80 del 1800, nel territorio sotto la giurisdizione del Giudice Isaac Parker, detto “L’Impicca” (160 esecuzioni in 21 anni di carriera, più di qualsiasi giudice americano – anche moderno): il suo tribunale ha sede lì, a Fort Smith, Arkansas – la porta del West: da lì in poi era tutto “Territorio Indiano”, appunto l’attuale Oklahoma (parliamo di qualcosa come 181.000 km quadrati), boschi e alture di tipo prealpino, con canyons, grotte, forre e picchi popolati da ladri di bestiame, contrabbandieri di whiskey, banditi e latitanti – insomma, una vera e propria frontiera della civiltà. “Non c’è legge a Ovest di Saint Louis e non c’è Dio a Ovest di Fort Smith”, si diceva all’epoca. Ci mancano solo i Serpenti a Sonagli, direte voi. Ci sono: in una caverna, da qualche parte a Sud Ovest, a tre ore di cammino dalla città…

“Territorio Indiano” ottenuto, tra l’altro, “deportando” fin dal 1831, intere tribù dai territori “civilizzati” del Sud e dell’Est, confinandole “al di là” di un confine che poi si sarebbe sempre più spostato verso Ovest, con le conseguenze che sappiamo. Culla dell’America e dei suoi conflitti irrisolti.

Il vecchio Tribunale del Giudice Impicca è stato conservato come una reliquia ed è oggi meta turistica, con relativo Centro Documentazione sulla Storia del Vecchio West: potete fare una capatina lì se volete scovare tra i documenti ufficiali le più amene storie (vere) di fuorilegge e cacciatori di taglie, di assassini, stupratori, ladri, puttane (si è conservato anche il vecchio Bordello – ne hanno fatto l’Ufficio del Turismo, non so con quanta ironia), e rappresentanti vari della feccia della nostra società inseguiti per anni da sceriffi, “Rangers” e “Deputy U. S. Marshals”, altrettanto pittoreschi dell’immaginario “Grinta” dalla benda piratesca.
È da questo materiale peraltro che nel 1968 lo scrittore Charles Portis trae ispirazione per il suo “True Grit”, il romanzo da cui nasce il plot del nostro film.

ALLE ORIGINI DEL MITO (3): BREVE, BREVISSIMA STORIA DEL GRINTA AL CINEMA

Il libro funziona, piace, ne fanno subito un film. Adattano il romanzo, per ragioni di decenza mettono una benda sull’occhio dello sceriffo (nel romanzo è sì guercio, ma senza niente a coprire l’orbita vuota) e il buon John prende l’Oscar. Nel 2010 per i Coen la benda se la mette Jeff Bridges, e siamo in odore di Oscar anche per Jeff. È la benda che porta bene? O l’aria di Fort Smith? Probabilmente è lo spirito del romanzo, cui i Coen decidono di essere più fedeli.

Portis aveva colorato una vicenda che altrove sarebbe stata un romanzo di formazione con uno stile “hardboiled” e uno spirito quasi da noir: il vecchio West non ha più niente di glorioso, è solo una metafora di un mondo fatto di violenza e di un malinconico svanire dell’innocenza (ricordatevi “Gli Spietati” del buon vecchio Clint Eastwood) – e in questo senso pareva fatto apposta per i “nuovi” western degli anni ’60-’70 che rivitalizzarono il genere abbandonando lo schema infantile (e razzista) “buoni:cattivi=bianchi:indiani” e usando l’ambientazione West come maschera delle tensioni della nuova società americana (e vai che citiamo pure “Piccolo Grande Uomo” e poi il resto dei riferimenti li lasciamo come compito a casa).

Nel film del 1969, c’è John Wayne e, ok, lui è l’americano che vince sempre, il tono è più gaio, gli esterni sono girati in Colorado, tra le più bucoliche e pittoresche Montagne Rocciose, ma c’è già un’intelligente punta di inquietudine malinconica e di pietà per la fragilità della condizione umana: il vecchio sceriffo spaccia tutti i cattivi come è giusto che sia, ma quando i nostri eroi si fermano a guardarne i corpi non vedono altro che dei cadaveri di giovani, destini perduti in un mondo che spezza le speranze, che si sono lasciati sedurre da un vecchio depravato e laido (non sto facendo riferimenti all’attuale situazione italiana, beninteso). E non solo: la vittoria è stata ottenuta a caro prezzo – il giovane onesto ranger texano si è sacrificato per salvare Mattie (una significativa modifica al romanzo introdotta dagli sceneggiatori) e la stessa fine tocca al bellissimo cavallo della ragazzina, “Tutto Matto”: a questo mondo, in questa società, fin dalle sue prime manifestazioni, non c’è più posto per la bellezza della Natura – il Nuovo Mondo era un Paradiso Perduto ritrovato? Be’, l’abbiamo forse riperduto per sempre…

LA GRINTA DEI COEN

Questa consapevolezza si sviluppa prepotente nel film (ben più compiuto) dei Coen, nelle loro bellissime immagini: siamo solo omuncoli che camminano in deserti aridi o in foreste labirintiche e ci sentiamo smarriti, troppo carichi di debolezze in un Vecchio (ma attuale) West che “non è un paese per vecchi”. Sgomento di fronte alla pochezza umana e profondo senso di morte: la sceneggiatura Coen 2010 riprende fedelmente il punto di vista di Mattie che racconta la vicenda da vecchia, “una vecchia zitella” per la precisione, concludendola sulla tomba del Grinta (con un’immagine splendidamente classica del “cimitero sulla collina” degna del buon vecchio Friedrich con cui abbiamo iniziato). E il fatto che Mattie sia, come voleva il romanzo, ormai menomata di un braccio non fa che ribadire la nostra condizione di figure imperfette, comunque inadatte a questo mondo, monche della perfezione originaria, essenze angeliche cadute e inevitabilmente condannate a farsi strada, a fatica, nella corrotta città degli uomini, o in una natura selvaggia specchio della bestia dentro di noi – per andare verso dove poi, per che cosa poi, chissà. E senza lasciare nulla dietro di noi, tanto per concludere in allegria (lei resta zitella, di eredi del Grinta non se ne vedono). Sì, ci siamo redenti, abbiamo anche lottato per la Giustizia, i cattivi sono stati puniti – ma poi? Alla fine, che cosa ci resta? La lapide nel cimitero sulla collina.