La vita è sogno: INCEPTION di Chris Nolan

La Vita è Sogno – ma non stiamo ovviamente citando Marzullo e la televisione soporifera. Non lo faremmo mai, nel trattare di cinema. Anche perché qui abbiamo davanti grande cinema. Anzi: un gran bel cinema. Chris Nolan è uno che sa scrivere e sa girare: non è un caso che dalle major hollywoodiane gli sia stata data quella carta bianca che la maggior parte dei registi e sceneggiatori possono solo sognare.
Il contesto di questo Inception è fantascientifico: un viaggio allucinante. Il Nostro Eroe, stavolta un maturo Di Caprio, grazie a una particolare invenzione (fanta)scientifica, deve viaggiare nei sogni, suoi e altrui, e penetrare nel più profondo subconscio del tal giovane manager per “innestargli” un’idea (dividere il suo impero economico), rischiando però, mano a mano che si spinge nelle profondità dell’anima allontanandosi sempre più dalla realtà, di scontrarsi con le proprie ossessioni e i propri sensi di colpa, tanto da restare per sempre prigioniero delle proprie fantasie e, in buona sostanza, di impazzire.

La premessa “scientifica”, come vedete, è tutta psicanalitica: nell’universo del film è assodato e pacifico che l’Inconscio dell’uomo lavori per simboli e comunichi alla mente cosciente attraverso i sogni e immagini archetipiche. La premessa letteraria è invece che sia così difficile per l’uomo distinguere che cosa sia sogno e cosa sia la realtà, visto che il nostro mondo pare così evanescente, effimero, passeggero e colmo di illusioni. La letteratura rinascimentale e barocca ci ha regalato capolavori eterni su questo tema, e siamo ancora qui a ringraziare Shakespeare col suo Sogno della Notte di Mezz’Estate o Calderòn De La Barca col suo La Vita è Sogno – tanto per fare i due nomi che vengono più immediati alla mente (non foss’altro per il titolo così esplicitamente onirico).

All’epoca, per restare nello specifico filmico e su un livello piuttosto diverso, anche Matrix aveva avuto il suo buon successo giocando sull’impossibilità di cogliere la verità del reale (e sulla bella faccia di Keanu Reeves), virandola però sul catastrofico-apocalittico, sulla falsariga delle idee (provocatorie) del filosofo/sociologo Baudrillard per il quale la realtà, nel nostro mondo di immagini autoreferenziali (soprattutto televisive, diceva lui), sarebbe ormai talmente lontana da noi da farci persino dubitare della sua esistenza, tanto che potrebbe essere benissimo un’illusione, innestataci nella testa da qualcuno (dagli alieni, secondo il film – cui il filosofo, dotato di maggior senso dell’umorismo del film, non diede mai la sua benedizione).

Più recentemente – e con la diversa consapevolezza registica di Scorsese – Shutter Island ha tormentato il povero Di Caprio (sempre lui, poveraccio!) ai confini della follia, imprigionandolo in un’isola espressionista di cui era difficile capire se fosse reale o solo un claustrofobico incubo; ma fermiamoci qui coi precedenti più o meno illustri.

Film di questo tipo sono una pacchia per chi lavora agli Effetti Speciali: le leggi della fisica sono stravolte e si possono far volare gli uomini, smontare le città pezzo per pezzo sotto i tuoi occhi per poi ricostruirle capovolte, moltiplicare le facce, rallentare il tempo, creare scenografie virtuali visionarie – da allora abbiamo visto di tutto, continueremo a vederne dappertutto e ne vediamo anche qui, in Inception.

Il punto di forza di questo film, però, a mio parere, sta nel fatto che gli effetti speciali, le idee più o meno balzane del soggetto, tutte le fantasie pseudopsicoanalitiche e da filosofi della conoscenza della Domenica, sono al servizio di una verità umana molto forte e profonda, di cui ognuno di noi ha fatto prova, nella vita – quella vera, dico, che tutto sommato non è così difficile da distinguere dai sogni, ahinoi – e che è poi ciò di cui parla veramente il film: in sostanza, l’umanissimo, concretissimo, realissimo dolore per la perdita di chi si ama.

Un film sull’elaborazione del lutto e dei conseguenti rimorsi/rimpianti modellato sulla solida struttura del thriller, usata per reggere il viaggio verso la scoperta del “segreto” che crea l’ostacolo principale al protagonista (e che non vi dico, ovviamente), con in più l’espediente tipico dei film “di truffa” con cui i nostri eroi si fingono qualcun altro per ingannare la vittima di turno.

Il premio finale: l’accettazione della morte, con conseguente “ritorno” a una vita piena, capace di godere tutto quello che ancora può offrire, visto che, come sappiamo bene tutti, va avanti inesorabile – può sembrare impietosa, così, ma invece poi capiamo che ci fa un grande regalo.

È dal 2500 a.C. più o meno che le storie ci parlano di questo: Gilgamesh, il primo eroe di cui abbiamo una storia scritta (in babilonese), alla fine del suo viaggio avventuroso nel Regno della Morte, capisce che non riavrà mai più il suo caro amico Enkidu e torna (più saggio?) nella Città dei Vivi. Quattromila anni dopo, noi siamo ancora qui a commuoverci su quest’argomento. Forse perché chi amiamo continua ad avere il brutto vizio di andarsene – ma questo è un altro discorso.

Certo, il tema non basta – ci vuole pure la bravura nel raccontare e nell’immaginare: Chris Nolan non ci fa mancare niente. Il gioco con le immagini è superbo e la capacità di sfruttare i prodigi visivi dell’elaborazione digitale ha la maturità necessaria per non perdersi in una vacua ricerca del meraviglioso a tutti i costi (piuttosto elevati, peraltro, con una tale qualità).  La tensione emotiva rimane altissima, sempre; la colonna sonora (Hans Zimmer, mica il primo che passa) inquietante e solenne ti avvolge evocandoti le profondità abissali della coscienza; e un’indubbia abilità di scrittura e di regia sa farti passare da un livello all’altro di percezione senza confonderti le idee e lasciandoti seguire la trama – che resta comunque molto semplice, anche se finisci catapultato in “un sogno in un sogno in un sogno” e all’inizio ti senti smarrito quando senti le varie spiegazioni pseudoscientifiche su sonno narcotici veglia e risvegli a calci: l’obiettivo è, in fin dei conti semplice, gli ostacoli lineari, quello che importa è arrivare a fare i conti con noi stessi e le nostre fragilità.

Cioè la sfida più grande che affrontiamo tutti i giorni.

Nella vita reale.