Resident Evil: Afterlife di Paul WS Anderson

Alla fine del terzo episodio della serie, Resident Evil: Extinction, la divisione nord-americana dell’Umbrella Corporation è stata messa fuori gioco. Alice interrompe virtualmente (tramite un ologramma) la riunione dei dirigenti giapponesi che sono appena stati informati sull’accaduto, affermando: “Vi verrò a cercare e porterò anche qualche amico con me”. La scena conclusiva mostra la protagonista di fronte a una stanza piena di suoi cloni e le aspettative per un seguito entusiasmante ci sono tutte.

I primi trailer del quarto episodio dichiarano che il film è stato girato in 3D. I pareri di coloro che esprimono entusiasmo, contrastano con quelli dei più scettici che temono un peggioramento di tutto ciò che non è grafica 3D ed effetto speciale. Dopo tre anni dal terzo episodio, Resident Evil: Afterlife esce nelle sale e gli appassionati non possono far altro che indossare gli occhialini incrociando le dita.

Il film si apre con l’immagine di una Tokyo affollata, le strade percorse da una folla apparentemente senza meta, e subito ci viene in mente che Alice invece, si sta dirigendo in un luogo ben preciso: il quartier generale dell’Umbrella Corporation. Ritornando alla folla, immediatamente stupisce come viene gestito il 3D che regala una bella sensazione di profondità, piove e l’acqua sembra quasi di poterla toccare. Ci si chiede dove siano finiti gli zombi e, trascorsi pochi istanti, è il film stesso a risponderci. L’incipit non è poi cosi male e per un attimo si può tirare un sospiro di sollievo notando come la tecnologia che ha premiato Avatar, funzioni bene anche qui.

La scena successiva mostra Alice (o un suo clone?) infiltrarsi nella sede nemica dove sono ancora attive le ricerche scientifiche: il ritmo è incalzante, l’azione non manca, il 3D rende bene anche negli spazi chiusi; un po’ di giramento di testa perché le cose intorno sono tante e di Alice non ce ne è una sola. Le sparatorie ricordano un po’ Matrix con continui rallentamenti per non perdere nessun dettaglio, neanche le stelle ninja che quasi ti arrivano a radere la barba. Dopo poco uno dei cloni muore e dopo poco ancora ne muoiono altri, tanti e ci si chiede come mai cloni che fino a 2 secondi prima distruggono un intero pavimento con la forza del pensiero, si ostinino ancora ad usare le pistole generando una mattanza di Alice-s disumana. In 12 minuti circa si “conclude” la scena e si spera che i registi non abbiamo già esaurito tutti i proiettili. Nel tentativo di fermare Albert Wesker che dirige le ricerche (divenuto ormai anch’esso un esperimento), Alice perde i suoi poteri contenta però di aver riacquistato la sua natura umana.

Dopo Tokyo l’obiettivo è l’Alaska, la città di Arcadia, l’unico posto che sembra non essere ancora contaminato dal virus T. Le cose ovviamente non vanno come Alice si aspetta e il suo peregrinare non si esaurisce nelle gelide terre del nord. I panorami sono stupendi, le viste dall’aereo mozzafiato e forse gli autori hanno pensato che tali bellezze avrebbero potuto parlare al posto dei personaggi. La protagonista ha infatti aperto bocca molto poco fino a questo momento, probabilmente perché sola per la maggior parte del tempo, e si incomincia a sperare che una volta tornata a terra, diventi un po’ più loquace anche perché vorremo poter ascoltare la versione definitivamente umana di Alice.

La seconda parte del film è tutta ambientata in un edificio circondato da Zombie: Alice, alcuni personaggi dell’episodio precedente e imbarazzanti new entry stanno escogitando un piano per fuggire senza farsi mangiare vivi e per raggiungere una nave ipoteticamente abitata da esseri umani non ancora contaminati. È proprio in questa parte che il film ci regala il peggio di sé: i dialoghi sono domande e risposte monosillabiche; Alice ha perso tutti i poteri ma di certo non ha riacquisito la sua umanità (si dimostra talmente espressiva che talvolta ci si chiede se sia stata colpita da un’improvvisa paralisi facciale); le scene di azione sono poco entusiasmanti e si dimostrano alla lunga ripetitive per la continua riproposizione dei medesimi effetti 3D che standardizzano le inquadrature. Si salvano solo alcune citazioni e riproposizioni di “mostri” incontrati nell’omonimo gioco per console Resident Evil 5.

Quando si è finalmente giunti sulla nave, si incomincia a desiderare che il film si concluda una volta per tutte per porre fine alle sofferenze di Alice e degli spettatori. È un colpo di scena (che colpo di scena non è) a innescare lo scontro finale con Albert Wesker. E quando sembriamo essere faticosamente giunti alla resa dei conti (con pistole che sparano un’infinità di colpi senza mai ricaricare), ecco che all’orizzonte si intravedono orde di astronavi nemiche e aerei militari futuristici: basta uno scambio di battute per capire che siamo di nuovo punto e a capo e che di certo un quinto episodio non mancherà. A quel punto però saremo tutti preparati e come per ripararci da un’imminente infezione, resteremo nelle nostre case a fare altro, magari sparando a zombie davanti a una console.