L’Apprendista stregone di Jon Turteltaub

Ma sì, ormai è chiaro: me li vado a vedere tutti io. Più sono cazzate, più ci sguazzo: datemi avventura e fantasia e io sono in prima fila. Difatti, appena dopo pochi giorni dalla data di uscita, eccomi pronto a sciropparmi L’Apprendista Stregone, targato Disney, in cui abbiamo il giovane David un po’ complessato che, grazie all’incontro con l’opportuno mentore di turno, scopre, oltre l’autostima, i poteri magici che gli permetteranno di salvare il mondo dall’Apocalisse.

La cosa divertente è che il giovane in questione è un ragazzo ventenne della New York del 2010. Ecco: il segreto del film sta in questo. La chiave drammaturgica sta tutta nell’effetto “pesce fuor d’acqua”, nel contrasto tra il tema (in teoria) “alto” della Grande Magia, del Bene e del Male eccetera, e l’approccio “basso”, quotidiano, del protagonista che è assolutamente antieroe e piuttosto lontano dal modello di Gandalf o Merlino che citiamo non a caso perché il nostro non-Eroe è chiamato appunto a esserne l’erede, visto che il Cattivo Finale di turno stavolta è nientemeno che la Fata Morgana e il suo segreto per far risorgere i Morti.

Se vi diverte vedere un ventenne appassionato di fisica, secchione sfigato, seguire un seminario accelerato di Magia Bianca, tenuto dall’improbabile Nicholas Cage (l’idea del film è sua), e poi riuscire a vincere come appunto un (magico) David contro il Golia del momento, tranquilli: passerete un paio d’ore in allegria. Se no, be’, è la solita storia – per la precisione, una storia che si racconta fin dai tempi dell’antico Egitto, passando da Luciano di Samosata, a Goethe, per arrivare alla musica di Dukas che poi Disney rende famosa in Fantasia, dove l’Apprendista in questione è Topolino, come sicuramente saprete tutti grazie a Google.

Se si deve dire una bugia, bisogna dirla grossa, si dice in genere; parallelamente, se si devono raccontare corbellerie, non si deve lesinare in trovate ed effetti speciali: difatti la premiata ditta Disney/Bruckheimer ormai si guarda bene dal risparmiare in materia e ci regala draghi che prendono vita a Chinatown, pezzi di Empire State Building che diventano aquile giganti e ti portano in groppa anche fino a Parigi se hai la compagnia giusta, tori di metallo animati, automobili che si trasformano con un sol tocco alla carrozzeria mentre sfrecciano attraverso le strade della Grande Mela (in cui in quarant’anni di cinema abbiamo visto accadere di tutto) e soprattutto attraverso gli specchi come Alice, palle di luce, palle di fuoco, palle di fumo, scosse elettriche e naturalmente le scope che ripuliscono il locale con troppo zelo fino ad allagarlo, come succede all’Apprendista Stregone fin dai tempi dell’Antico Egitto.

Questa scena in particolare è chiaramente quella che ha originato tutto il film: deciso di volerlo ambientare nel 2010, hai l’apprendista che resta solo e vuole pulire in fretta il locale – perché? Nella storia originale l’apprendista ha motivazioni solide, qui bisognava dargli un intento più simpatico e moderno: ha fretta perché deve arrivare la sua bella e vuole fare una buona figura. Per il resto, tutto procede come da copione millenario.

Il divertimento è stare al gioco delle citazioni e dei rimandi alle pietre miliari del cinema di fantasia, Disney e non: c’è ToyStory, c’è Indiana Jones, c’è Guerre Stellari e la Forza, c’è James Bond e le macchine che seminano fumo dietro di sé… trovatevele voi, tutte le altre, che è uno spasso (elementare, d’accordo, ma se sei a vedere questo film, vuol dire che ti vuoi accontentare).

Poi, se volete, potete fermarvi un attimo a ragionare sulla morale della storia (Disney che più Disney non si può) per cui si afferma, una volta di più (non fa mai male), che per essere eroi non è necessario essere dei gran superman seduttori, ma si può anche essere un po’ sfigati, perché basta seguire le proprie passioni ed essere sinceri. E tra l’altro, è concesso pure essere secchioni. In un periodo, come quello attuale, in cui abbiamo furbastri e maneggioni, cinici e facce di bronzo, tronisti e veline semianalfabeti eletti a eroi e progetti esistenziali, sarà morale scontata, ma almeno ci si prova, a suggerire modelli diversi: studiate, ragazzi, ‘ché salverete il mondo e troverete pure l’amore di una ragazza intelligente.

Morale semplice semplice, verissimo; ma apprezziamo il coraggio di essere apparentemente così fuori moda. Poi, certo: se volete trovare il pelo nell’uovo potete notare che la ragazza in questione è rigorosamente bionda occhi azzurri e wasp, con buona pace del meltingpot e della società multirazziale; che si limita a eseguire con fiducia gli ordini maschili e tanti saluti a eroine più o meno femministe che abbiamo incontrato in altri film; e che, di questi tempi di crisi da cui solo la Cina pare indenne, l’unico alleato del Cattivo veramente temibile sia un demone cinese –  ma andiamo: non si può mica avere tutto il compendio del politically correct in un solo film!

Non c’è granché da dire, di più: la sceneggiatura è l’applicazione delle regole ormai classiche della scuola americana – i rapporti tra personaggi e obiettivi sono da manuale, tappe e snodi drammaturgici stanno esattamente dove devono stare, coll’Antagonista che ha i suoi alleati, con il Protagonista che ha le sue Prove, col Mentore che si sacrifica e con la Bella da conquistare (e salvare a metà film, naturalmente). Per cui, a chi piace avere certezze narrative, la struttura del film darà la serenità necessaria per godersi i dettagli della messinscena (regia di sicuro mestiere, intercambiabile con quelle di altri film affini) e le virtuosistiche e immaginifiche variazioni sul tema; a chi preferisce invece avere esperimenti avanguardistici si suggerisce di scegliere altri film.

La squadra è la stessa del recente Principe di Persia; ma qui tiene meglio le redini del racconto – forse perché ha voluto mettere meno carne al fuoco e si è tenuta nei confini di una storia di crescita e formazione di stampo classico.

Se accetti di metterti anche tu alla ricerca dell’erede di Merlino (“il Sommo Merliniano”, sarebbe, tecnicamente), apprezzerai la costruzione del personaggio del protagonista che ha la giusta folle purezza e una sufficiente dose di autoironia per non risultare stucchevole o far degenerare il film in una bambocciata; se no, se per esempio ti sono bastati già gli Harry Potter a raffica per un’indigestione di magia, ti sembrerà tutto un’accozzaglia di banalissimi stereotipi esoterici di seconda e terza mano – ma a mio parere così ti perderesti un onesto prodotto di intrattenimento per ragazzi di tutte le età che non si vergognano di continuare a sognare di spostare le seggiole con un cenno delle sopracciglia, di plasmare il fuoco, fare il giocoliere coi lampi e soprattutto di volar via con la propria bella su un’aquila di acciaio (cosa che da tempo mi propongo di fare anch’io).

Unico neo, ahinoi, tutto italiano: la Bellucci. Belloccia, d’accordo, lo sappiamo tutti – un neo di bellezza, se vogliamo; ma ha pure la pretesa, ogni volta, di doppiarsi da sé, nell’edizione italiana, e anche se dice due battute in croce ha davvero la capacità di farti sperare di diventare per un attimo mago e usare l’incantesimo per tramutare in attrice una cagna.

Ma se non ci riescono neanche alla Disney, ci tocca rassegnarci, e goderci tutto il resto.