Solomon Kane di Michael J. Bassett

Ok, che cosa abbiamo qui? Un Eroe che, per conquistare la propria ricompensa, deve salvare una bella fanciulla presa prigioniera da un’orda di diabolici Cattivi guidati da un Cattivo Più Cattivo Di Tutti, naturalmente facendo i conti col proprio passato personale e passando attraverso prove e patimenti, morte e rinascita. Come il solito. La differenza con tutto il resto è l’ambientazione.

Solomon Kane si ispira all’omonimo personaggio creato da Robert E. Howard nel 1929, le cui storie avventurose, a metà tra il racconto storico, il fantasy e soprattutto l’horror, vennero pubblicate nell’ormai mitica rivista pulp dell’America della Grande Depressione Weird Tales, vera fucina di talenti del genere (per intenderci: H. P. Lovercraft viene da lì). Con Solomon, in particolare, secondo gli esperti, Howard avrebbe inventato il genere “Spada & Magia” e il perché lo si capisce in fretta leggendo una delle sue storie – oltre che guardando il film: Solomon è un abilissimo spadaccino, già guerriero eccezionale dei tempi di Elisabetta I d’Inghilterra (quella di Shakespeare, tanto per essere chiari) che, in seguito a una crisi religiosa, diventa non solo esperto di teologia, ma, per meglio combattere le forze del Male, pure stregone. Naturalmente utilizzando la magia a fin di bene.

La figura del Mago buono, be’, non c’è neanche bisogno di dirlo, è presente in qualsiasi cultura. Per restare in tema, il Re Salomone della Bibbia era anche un mago, con licenza di esercitare data direttamente dall’Altissimo. Ma a parte lui, che ovviamente non si chiama come il protagonista per un caso, attorno all’epoca della Riforma, tra i vari processi contro streghe eretici e scismatici, qualche tribunale ecclesiastico si trovò anche ad affrontare casi di tizi che, indicati come stregoni, si difendevano dicendo di essere “Benandanti”, cioè maghi che combattevano con i demoni durante le notti delle Quattro Tempora, a colpi di finocchio selvatico (pare allontani il malocchio) e più solidi bastoni. Più o meno in tutta Europa si trovano tracce di questi personaggi, chiamati di volta in volta con nomi diversi. Per la cronaca: finivano al rogo come gli altri – ma questa è un’altra storia.

Howard era un uomo di vastissime letture e appassionato di Storia, oltre che di storie, e per capire a che cosa potesse portare la sua fantasia sfrenata ci basta ricordare che, dopo aver letto un libro sulla conquista della Britannia da parte dei Romani, da un accenno sul popolo “barbarico” dei Pitti, sviluppò il mondo fantasy di Conan.

Non riuscì a godersi il successo e i soldi che negli anni avrebbe potuto avere coi suoi soggetti, perché, alla notizia della morte della madre, si suicidò trentenne tirandosi un colpo di rivoltella davanti all’ospedale dove era ricoverata in coma. Non è escluso che avesse problemi mentali, certo è che le sue storie sono allucinate e visionarie quanto basta per ispirare sequel, imitatori e naturalmente albi a fumetti (prontamente sviluppati dalla Marvel), da cui, di conseguenza, film di cassetta.

Si tratta solo di rendere l’atmosfera cupa di paura e ossessione, di nevrosi e allucinazioni, di violenza e di dannazione – tipica di un po’ tutte le storie pubblicate su Weird Tales (e forse anche di questi nostri tempi moderni) – e di fare spaventare un po’ il pubblico, perché, insomma, alla fine son pur sempre storie di fantasmi, no?

Bisogna dire allora che il film, a fare il suo sporco mestiere, ci riesce, nel suo delirio. Ti trovi in un’Inghilterra del 1600 ossessionata dalla paura del Diavolo, che ovviamente esiste  e manda i suoi emissari a razziare la terra, in mezzo al fango, a una pioggia continua, incessante, angosciante, a rovine fumanti, a pestilenze e a impiccati che ciondolano lungo le strade, mentre i corvi fanno allegramente banchetto dei loro resti – e per almeno due terzi del film ti godi, trattenendo il fiato, l’originalità dell’ambientazione e dello spunto narrativo.

Ti sorprendi ad esempio del fatto che senza accorgertene sei finito in mezzo a una disputa teologica sul rapporto tra azioni umane e potere salvifico della Grazia, degna di un racconto morale del medioevo, per cui il cavaliere penitente, se vuole salvare la propria anima, deve mettersi al servizio di Dio, patire come un povero Cristo in croce (letteralmente…) e combattere materialmente orde di demoni; ti trovi a fare il tifo per l’Eroe che parla di purificazione e di redenzione e quasi gira col Catechismo sotto il braccio, in un mondo in cui i Buoni sono religiosi – i Puritani, per la precisione, riformisti inglesi del ‘600! – e il Cattivo è proprio il Diavolo, che vuole, semplicemente, l’anima dell’Eroe (e cos’altro dovrebbe volere il Diavolo, da che mondo è mondo?). E tutto passa, nell’ora e mezzo del film, tra i soliti combattimenti acrobatici girati come balletti e scene “di paura” di zombi e presenze demoniache nascoste sotto sembianze innocenti.

Suspance, colpi di scena e particolari disgustosi: non manca niente. C’è anche – saggia trovata di sceneggiatura – il percorso interiore dell’Eroe che deve vincere i rimorsi che lo accompagnano fin dall’infanzia, dai tempi di un conflittuale rapporto col padre (e fratello maggiore). E staresti per battere le mani, ammirato, per come ti hanno saputo prendere per il naso, se non fosse che attorno al finale, la sceneggiatura degenera un po’ troppo verso la conclusione facile e frettolosa del combattimento risolutivo con avversari sempre più grandi e grossi (ma sciapi, purtroppo), fino a mescolare, anche visivamente, troppe suggestioni eterogenee, tanto che ti ritrovi nell’ultima scena faccia a faccia con una specie di Balrog da Signore degli Anelli che c’entra poco col mondo sviluppato per tutto il resto del film.

Certo: Solomon Kane non è Conan – anche fisicamente è tutto l’opposto del buon vecchio mitico Schwarzy, alto magro e ascetico com’è (sia pure palestrato pure lui, come si addice a un supereroe moderno); qualche ingenuità grossolana tipica di questi filmoni fumettosi c’è anche qua (tra cui qualche battuta involontariamente comica); la caratterizzazione visiva dei cattivi e relativi mostri a volte ricicla un po’ troppo le idee ormai scontate che possiamo trovare anche nei telefilm più a buon mercato (chi se la fa col Diavolo ormai ha sempre le pupille da ratto); però qualcosa funziona, in questo film. Sarà la neve che raggela una terra angosciata che non sa più in che cosa credere; sarà il senso di morte e dissoluzione che aleggia in ogni inquadratura; sarà lo sguardo smarrito e un po’ folle dei personaggi – però sei lì, a fare il tifo per Dio e a chiederti, come fanno Solomon e soci, il perché del Suo silenzio di fronte agli orrori del mondo, nonostante gli sforzi degli uomini di buona volontà. E quando ti accorgi di questo, ti dici: “Ehi, ma non stavo semplicemente guardando un film?”