LA NOSTRA VITA di Daniele Luchetti

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Lasciatemelo dire. E scusatemi per l’insolenza. Eventuale. Ma non sono d’accordo. Non sono d’accordo con la maggior parte delle recensioni lette su questo film, che si fermano a lodare (da sociologi della domenica) il fatto che viene messo in scena un uomo che crede al denaro e al consumo come unico vero scopo e momento di riscatto di una vita. Che in parte è vero, ma questa esaltazione “sinistroide” fa loro dimenticare i molti limiti del film, primo fra tutti che non si capisce davvero di che cosa si sta parlando.

Diciamo insieme: “Basta a questa critica sciovinista”, che di fatto non dice nulla, non parla neppure del film, ma che si auto-compiace di poter parlare male degli italiani. Tanto più che Luchetti non lo fa. Purtroppo. E a torto – aggiungerei io. Perché ci sarebbero molte cose da criticare agli italiani di oggi e al mondo socio-culturale in cui sono(siamo) immersi. L’occasione era d’oro: il tema era interessante, il cast era ottimo, ma non ce la si è fatta. Neppure sta volta. Il film, infatti, si perde in mezzo a tanti piccoli (inutili) siparietti, che fanno dimenticare a tutti – regista e sceneggiatori compresi – il tema principale.

Tutto inizia con la storia di un amore interrotto dalla morte. Il giovane vedovo, Claudio (il bravissimo Elio Germano), si dimostrerà però incapace di elaborarne il lutto, buttandosi anima e corpo nel lavoro, trascurando anche i suoi tre – e dico TRE – figli (di cui uno appena nato). Ci si aspetterebbe quindi che in qualche modo venisse trattato il tema dei figli, che si arrivasse a una crisi nella famiglia. E invece no. Dopo avergli comprato l’impossibile, Claudio ritiene di aver fatto il suo dovere e le conseguenze sui figli di questa sua immaturità non vengono neppure prese in considerazione. L’unico momento in cui si capisce che stanno soffrendo è quando il più grandicello (sui 6/7 anni) fa la pipì nel letto e si vergogna a dirlo. Mai un riferimento a un calo a scuola o a un cambiamento nel comportamento dei ragazzi, chessò, l’isolamento oppure una maggiore aggressività, qualunque cosa sarebbe stata più credibile dell’oblio narrativo in cui invece vengono relegati. La storia segue sempre, solo ed esclusivamente Claudio. Quei bambini, che lui ama tanto, non sono a quanto pare così rilevanti nella sua vita di tutti i giorni da doverne parlare, e così “scompaiono” lentamente.

Prendiamo il caso del più piccolo: nella vita di Claudio non c’è. Non è stressato dalle notti insonni a causa dei suoi pianti. Non è in crisi per i pannolini e le pappine, mentre gli altri due figli stanno magari litigando e urlando per tutta casa. No no, questo neppure esiste nel mondo di Luchetti. Mai sia. Il realismo da lui ricercato non include la vita di tutti i giorni. E così il problema del più piccolo viene risolto affidandolo, giorno e notte, alle cure dello spacciatore (vicino di casa nonché amico) e della sua compagna, una ex-prostituta di colore che va in chiesa tutte le domeniche e che aiuta tutti con generosità. E questo, nella logica del film, ha un senso, anzi è una regola base che non verrà mai tradita, perché qui gli emarginati sono migliori di tutti, sempre e comunque. La cosa di per sé non è grave, sicuramente sarebbe stato peggio se invece fossero stati dipinti come degli orchi malvagi. Ma il punto è che la realtà è sempre sfaccettata, questo film è invece superficialmente di parte, senza sentire neppure il bisogno di farci su un discorso più serio e approfondito. Laddove si può mettere un immigrato buono e maltrattato, lì ce lo metto. E così ho dimostrato di essere di sinistra e di fare critica sociale. Mah… dico io.

E anche la regia, purtroppo, in mancanza di idee, decide di concentrarsi interamente su Elio Germano. Il film, infatti, è una serie di suoi piani (più o meno) ravvicinati. Tanto che neppure quando il personaggio sbaglia (e lo fa per tutto il film) riesce a prenderne le distanze.

Altra questione: Roma. Si capisce che siamo nella capitale solo dall’accento dei protagonisti, ma mai che a Luchetti sfiori l’idea di contestualizzare i suoi personaggi nell’ambiente in cui vivono e da cui sono inevitabilmente influenzati. Ma d’altronde, perché farlo? Forse perché, se si sta cercando di dipingere un quadro socialmente preoccupante, non si può prescindere dal luogo in cui lo si colloca. E invece nulla. Roma e la sua periferia non ci sono. Non esistono, visivamente intendo. Mai un campo lungo, una panoramica (anzi, una c’è…), un’inquadratura dedicata al solo paesaggio. Niente. Esclusivamente Elio Germano, bravo per carità, ma comunque sempre e solo lui. Se invece l’intenzione era quella di estendere il discorso a tutti gli italiani, allora mi chiedo perché mai abbiano sentito l’esigenza di far parlare tutti i personaggi in romano marcato! Non va più bene l’italiano? Se al contrario si sta cercando un realismo puro, allora cercatelo in tutti i suoi aspetti. Anche in quelli della città.

Ma andiamo avanti. Claudio, diventato un piccolo imprenditore edile, in maniera anche poco corretta, si trova di fronte a situazioni di sfruttamento della manodopera – tutti immigrati ovviamente (c’è anche quello che un tempo era pediatra, giusto per non farci mancare ogni social tipo possibile); di costruzioni evidentemente non a norma; di ricatti da parte degli appaltatori; di lavoro non sicuro e in nero. C’è anche un morto non denunciato. Visto che è stata evidentemente abbandonata la strada dell’esplorazione del lutto dall’interno della famiglia, deduco che il film voglia in realtà parlare dei problemi del lavoro nei cantieri. I temi in effetti ci sono. Eppure, tutte queste problematiche sopra elencate – che occupano la parte centrale della narrazione e che avrebbero meritato di essere esplorate fino in fondo – di punto in bianco svaniscono e si risolvono chissà dove. Di sicuro non nel film. Ma allora perché parlarne? La domanda è interessate…

Il fatto è che il problema di quest’opera risiede proprio qui. Vorrebbe parlare di molte cose, anche importanti, ma non riesce a trattarne nessuna in maniera completa e approfondita, lasciando molti quesiti irrisolti. Un improvviso e violento attacco di bulimia narrativa spinge gli autori a voler mettere tutto, senza scartare nulla. Troviamo tante piccole tracce, buone intuizioni su scenari possibili, che però vengono (purtroppo) repentinamente abbandonate per seguire un altro percorso, che verrà nuovamente abbandonato in favore di altro. E così via, fino al finale.

E allora il finale di cosa parla? Mah, che dire. I fratelli si dimostrano l’unica ancora di salvezza (dalle parole della sorella, i parenti sono come i tacchi per le donne, “scomodi ma aiutano”), lui decide di ridimensionare le proprie ambizioni, ma senza prendere veramente coscienza dei suoi errori. Non andrà neppure mai sulla tomba della moglie né ci porterà i suoi figli. Non riuscirà a parlare con nessuno del suo dolore, né a far parlare i suoi figli del loro. E a fargli la morale è un adolescente rumeno (ovviamente), che tra le tante cose gli dice esplicitamente “puoi comprare tutto, ma non me”. Ma allora… è lui il nostro alter ego e solo ora lo abbiamo capito?!! Noi siamo quel rumeno e di conseguenza il personaggio di Claudio è da schifare, visto tutto quello che ha combinato? No, Luchetti non ce la fa proprio a lasciare Elio e ad essere così duro (che peccato però). Così si risolve tutto all’italiana: tra le mura domestiche, all’insegna del “volemose tanto bbene”, e senza più immigrati.

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