Departures e la filosofia del salmone

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Ormai disoccupato e fallito nelle sue ambizioni di diventare un famoso violoncellista, Daigo decide di dare una svolta alla sua vita. Accompagnato dalla sempre entusiasta e sorridente (a dir poco insopportabile) mogliettina, abbandona la grande metropoli per tornare nel rurale paesino natale, pronto a ricominciare da capo.

Si presenta così, fiducioso ed entusiasta, al suo primo colloquio di lavoro. L’annuncio è di un’agenzia “esperta in viaggi”. Arrivato presso l’ufficio però, Daigo nota subito qualcosa di strano… alla parete, dietro le scrivanie, sono appoggiate tre bare… Profondamente a disagio, comprende di aver frainteso tutto. Tenta allora di tirarsi indietro ma il suo nuovo datore di lavoro non gliene dà modo. Assunto, senza neppure bisogno di presentarsi, si ritrova in mano un abbondante anticipo e uno stipendio altissimo.

Da quel momento è diventato un nokanshi. In realtà, la nostra traduzione, “tanatoesteta”, non rende giustizia al senso della parola giapponese, che invece racchiude in sé una lunga tradizione legata alla preparazione della salma per l’ultimo suo viaggio. Il compito di un nokanshi è quello di riportare in vita l’aspetto della persona, cancellando dal suo corpo e dal suo volto i segni della morte.

Nulla a che vedere quindi con il cinismo beffardo di Six Feet Under. Per il nokanshi, infatti, la cura estetica del defunto non è un semplice business, bensì una una vera e propria arte dalla lunga tradizione: un rito elegante e denso di simbolismi che, insieme alla profonda sensibilità e amorevolezza richiesti, porteranno Daigo a lasciarsi coinvolgere da questa nuova professione, superando la sua iniziale riluttanza e i suoi pregiudizi.

Ma ci sono ancora molte cose che devono accadere nel film. C’è tutto un mondo intorno a Daigo che pare non capire né accettare il suo lavoro, rifiutando il pensiero della morte e considerando immondi coloro che vi entrano in contatto. E anche il nostro protagonista ha un dolore nascosto da affrontare. Per superarlo dovrà nuovamente confrontarsi con la morte e con il suo passato (da qui, il riferimento al salmone).

Departures, del regista Yojiro Takita, ha vinto un Oscar nel 2009 come miglior film straniero (ovviamente) – per la cronaca: in gara quell’anno c’erano altre due opere che ho amato molto, Valzer con Bashir e La classe (ingiusta l’esclusione di Gomorra. Scusate lo sfogo).

Considerando gli “avversari”, non so dire se meritasse davvero questo riconoscimento, di sicuro però Departures è una pellicola che affronta un tema, quello della morte, non facile da trattare sia socialmente sia artisticamente. E lo fa con leggerezza ed ironia, senza mai sfociare nel patetico né nel melodrammatico. A permettere questo equilibrio è sì la sceneggiatura, ma anche l’attento lavoro compiuto dal regista nel dirigere gli attori e nel trattare i vari momenti del rito funebre: l’eleganza gestuale nella preparazione del morto appare come un vero e proprio linguaggio per parlare del rispetto dovuto a quella vita. Il peso della morte, come momento definitivo e conclusivo di un’intera esistenza e di molte passioni, si circonda qui di amore e bellezza. Il film non sfugge di fronte al dolore dei parenti, lasciando così trasparire attimi di vita passata che inevitabilmente toccano ed emozionano lo spettatore (ve lo dico, ho pianto a più riprese), ma i toni non diventano mai cupi o macabri e neppure grotteschi, alleggeriti invece da situazioni comiche e da una regia mai morbosa né claustrofobica.

Una pecca però c’è anche qui. Sceneggiatore e regista hanno talvolta ecceduto nel volersi rendere chiari e accessibili a un pubblico il più ampio possibile, sottolineando con parole o con richiami visivi, alcuni aspetti che sarebbero comunque arrivati, semplificando troppo quello che poteva essere un momento più poetico. Poco male però, per un film che non manca certo di lirismo.

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