Robin Hood di Ridley Scott

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Quello che davvero adoro della cinematografia hollywoodiana è che non t’inganna mai. Ci tengono troppo ai miei soldi di spettatore, quindi non vorranno mai che io esca da una sala deluso per non aver trovato quello che andavo cercando. Quando ho staccato il mio biglietto per il Robin Hood di Ridley Scott & Russell Crowe, dunque, l’ho fatto in maniera consapevole. E non sono stato deluso.

Ero consapevole che avrei visto l’ennesima versione di una storia arci-nota con gli elementi rimescolati a piacere. Centrato! Ero consapevole che per buona parte del lungometraggio avrei assistito a scontri furenti tra sporchi corpi plastici in primissimo piano su verdissimi sfondi gallesi. Esatto! Ero consapevole che l’introspezione analitica e psicologica dei personaggi sarebbe stata simile alle dosi di sale in un piatto di una dieta stringente. Perfetto!

Due righe sulla trama: la storia a cui siamo abituati da libri, film e fumetti è stata rimpastata in una sorta di prequel (non voglio neppure sapere quanto ci sia di aderente alle reali vicende storiche…) in cui Riccardo Cuor di Leone muore nei primi 15 minuti del film (ed è dipinto come un babbeo) durante l’assedio ad un castello francese di ritorno dalla Terra Santa. Robin fugge dopo la morte del re per evitare di finire nel vortice dello sbando dell’armata e incrocia il convoglio, vittima di un’imboscata, che stava riportando la corona in Inghilterra. Vada come vada inizia un gioco di doppi che porta Robin in patria sotto le spoglie del figlio di Robert di Loxley, della contea di Nottingham, di cui prenderà definitivamente il posto (cuore di Lady Marion compreso). Poi battaglia imperitura insieme ai baroni locali contro il nuovo Re Giovanni e contro l’invasione dei francesi di Filippo. Il film termina… dall’inizio: Robin è bollato come fuorilegge e si ritira a Sherwood insieme alla ben nota allegra brigata.

La cifra stilistica del film è subito molto chiara: iper-realismo visivo e sonoro tra rumori di frecce che trafiggono le carni e un campo d’assedio che affonda nel fango. Splendidi castelli immersi nelle verdissime Highlands e una battaglia sulla costa che già in molti hanno accostato allo sbarco in Normandia di Spielberg. Una colonna sonora come si deve a tenere appeso lo spettatore nei momenti più deboli della lunga proiezione. Uno stile registico ormai internazionale fatto di ravvicinati dettagli e di splendide panoramiche a volo d’uccello a tagliare con angolazioni sempre diverse tutta la scena. Tutto molto bello e azzeccato.

E non c’è nessun “ma”. Budget stratosferico (siamo sui 200 milioni di $ a cui aggiungerne forse altrettanti di spese di promozione) + coppia consolidata (Scott & Crowe) + vicende note dall’infanzia = puro spettacolo. Spettacolo nel vero, e più basso, senso del termine: quello che ti si attacca addosso soltanto il tempo in cui si è seduti su quella familiare poltrona rossa nella sala buia e che, per quanto si sforzino di coinvolgerci, vediamo come uno spettacolo lontano e artificioso per il quale vogliamo solo farci trascinare a rotta di collo verso il romantico e “giusto” finale. Siamo dalle parti di Avatar, per fare l’esempio più recente.

Io sono uscito dal cinema soddisfatto. Sarei giusto un filo deluso, come lo sono stato ormai una decina d’anni fa per il consanguineo Gladiatore, se gli venisse attribuito un qualche riconoscimento cinematografico in giro per il mondo.

E voi? Prime impressioni a caldo?

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2 Responses

  1. Festival di Cannes (e dintorni) 2010 | .speropoli

    June 11th, 2010 at 18:27

    1

    [...] edizione del Festival di Cannes, inaugurata dalla prima del colossal hollywoodiano fuori concorso, Robin Hood di Ridley Scott. A presiedere la giuria Tim Burton e a sfilare sul tappeto rosso la consueta sfilza [...]

  2. ile

    July 17th, 2010 at 14:45

    2

    Sono d’accordo! Su tutto, puro spettacolo, in sala trovi quello che ti aspetti… nessuna grande, né piccola, intuizione. Rimangono per me sempre un mistero alcune scelte di Ridley… chissà perché fare un film su Robin Hood…


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