THE GHOST WRITER di Roman Polanski

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Sarò l’unica a pensarlo ma, secondo me, il titolo tradotto in italiano non funziona. “Lo scrittore nell’ombra” non rende bene l’immagine originale. Da quando l’ombra fa paura? Solo se si è dei pazzi. O dei gatti. Ma, fin tanto che non si è né l’uno né l’altro, l’ombra potrà al massimo ricordare il dramma di Peter Pan, niente di peggio però.

Quando lo scrittore, interpretato da Ewan McGregor, incontra per la prima volta il suo committente, il politico Adam Lang, si presenta con un laconico “I’m your ghost“. Una frase che apre, anche solo per qualche secondo, a scenari inquietanti: la morte? la dannazione eterna? il tormento devastante della coscienza?? Tant’è che lo stesso Lang indietreggia un attimo, colto di sorpresa. Sentire dire in italiano “Sono la sua ombra” fa solo immaginare un uomo che ti seguirà ovunque. La conseguenza più grave potrà (al massimo) essere quella di esserne profondamente scocciati, ma nulla di più.

L’idea del fantasma ha invece un significato diverso, più incisivo per lo stesso film. È una figura strettamente legata alla morte, un’esistenza che viene dopo di essa, una non-vita che torna per tormentare i vivi. E i morti o quasi-morti sono delle presenze costanti in tutto il film. Non a caso, la storia si apre con il ritrovamento del cadavere del precedente ghost writer. Un decesso misterioso, archiviato come suicidio ma che nasconde qualcosa di più grave. Il protagonista lo capisce subito. E anche noi. Ma non è l’unica vita stroncata della quale si parla nel film.

Al centro dell’inchiesta che travolge il politico Lang c’è il suo coinvolgimento in uno scandalo internazionale sul mancato rispetto nei diritti umani durante la guerra in medioriente. Le immagini dei torturati e dei soldati deceduti, insieme alla disperazione dei genitori, fanno da sfondo quasi costante durante tutta la parte centrale dell’opera. Ma non finisce qui… Una testimone scomoda finirà in coma e, prima della fine del film, altre due persone verranno uccise, tutte nel modo e nel momento più imprevedibile: la prima colpirà lo spettatore con la stessa violenza e velocità di un proiettile sparato in pieno viso, lasciandolo stordito e (quasi) fisicamente sofferente; l’altra invece arriverà a tradimento, alle spalle, quando ormai tutto sembrerà essersi risolto per il meglio. È in questi momenti che un regista fa la differenza.

A ben pensarci poi, l’idea stessa di autobiografia, il pretesto da cui prende avvio la storia, non è altro che un modo per rimanere nella Storia e ottenere l’immortalità. Un tentativo disperato di superare il pensiero della morte attraverso la parola scritta, nella speranza che venga letta e conservata.

Riflettendo sul cuore di questo film mi sento di dire che, in fondo, la questione politica della prostituzione degli inglesi verso gli alleati (o sovrani) americani non è poi così rilevante, seppure presente, né originale. Così come il parallelismo con la condizione di esiliato vissuta dallo stesso regista, può non essere l’unica chiave di lettura del film. Di fatto, il centro dell’opera risiede nell’ambiguità dei personaggi, nell’impossibilità di far venire a galla la verità, nell’inaccessibilità dell’altro oltre che, ovviamente, nella presenza costante della morte. E in tutto questo, lo splendido paesaggio dell’Isola di Marta’s Vineyard, così tristemente desolato e avvolto dai colori freddi del mare di inverno, da una pioggia imprevedibile e da un vento onnipresente, è lo sfondo perfetto per questo quadro umano inquieto e inquietante.

Eppure, alla fine del film mi è restata sulla pelle la sensazione di non aver capito appieno qualcosa… Qualcuno parla di un Polanski in tono minore, ma forse, più semplicemente, il suo discorso si è esteso a tal punto da meritare un momento più lungo di raccoglimento e riflessione prima di poterlo comprendere appieno. E sinceramente, mi piace pensare che la risposta giusta sia quest’ultima.

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2 Responses

  1. ile

    May 13th, 2010 at 19:50

    1

    Ciao Sara! Sono d’accordissimo con te, il titolo “Lo scrittore nell’ombra” non mi è piaciuto per nulla anche perché, per quel che ne so, anche qui in Italia li chiamiamo ghost writer, quindi…
    E poi mi ha colpito che hai scritto “alla fine del film mi è restata sulla pelle la sensazione di non aver capito appieno qualcosa…”. Anche per me è stato lo stesso. Mi è piaciuto, e sono uscita con la sensazione che ci fosse qualcosa su cui tornare a riflettere, qualcosa da mettere ancora a fuoco.

    Infine un’osservazione sul regista. Polanski per me è un punto interrogativo. Ha fatto film notevoli come Chinatown e Il pianista e d’altra parte La nona porta e Oliver Twist… boh, sarei curiosa di sentire la tua opinione a riguardo

  2. Sara

    May 13th, 2010 at 23:43

    2

    ciao ile! be’, mi conforta molto sapere che non sono l’unica ad avere avuto la sensazione che non tutto fosse immediatamente comprensibile/accessibile.
    e su Polanski posso dire che non ho visto tutto (già tra quelli da te citati mi mancano un paio di titoli!!), ma che in effetti mi pare abbia una filmografia altalenante. sarebbero da vedere tutti i suoi film uno in fila all’altro perchè credo che ci sia un discorso che sta progressivamente sviluppando (sulla presenza del male nell’uomo e sulla difficoltà/impossibilità nel combattere questo “nemico”?) e che si è evoluto tra i vari alti e bassi. però fintanto che non li vedo tutti non oso espormi, potrei volermi rimangiare ogni parola subito dopo! :-)


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