Sì, avete capito bene. È un film francese. Ma non temete, vi piacerà. Sì, lo so, 155 minuti sono tanti, ma voleranno senza che ve ne sarete accorti. E infine sì, affronta la problematica dell’integrazione, come molti altri recenti film francesi, ma lo fa senza moralismi e soprattutto adottando un nuovo sguardo al problema. Vi sembra ancora troppo pesante? E allora vediamo se riesco a convincervi che, se andrete a vederlo, uscirete dalla sala soddisfatti.
Se vi riconoscete in coloro che prima di scegliere un film controllano quanti premi e nominations ha ricevuto, posso dirvi che Il profeta ha vinto ben 9 César (equivalente francese degli Oscar), il Gran Premio della Giuria a Cannes ’09, il BAFTA (riconoscimento inglese per le opere cinematografiche e televisive) come miglior film straniero e, sempre per questa categoria, è stato anche candidato agli Oscar.
Se invece preferite sapere le opere precedenti, sperando di averne vista almeno una per orientarvi meglio su stile e poetica dell’autore, posso dirvi che i film più recenti di Jacques Audiard sono stati Tutti i battiti del mio cuore (2005) e Sulle mie labbra (2001); entrambi accolti molto bene dalla critica mondiale.
Non li avete mai visti? E allora proviamo ad andare avanti… Un aiuto può arrivare dal confronto con un film famoso che ha trattato un soggetto simile: ovvero la scalata di un “nessuno” nel regno della criminalità organizzata. Abbiamo già capito che il modello sarà inevitabilmente Scarface. Solo che qui non c’è nulla di hollywoodiano. Giusto per capirci: non ci sono locali, grandi auto e neppure alcuna Michelle Pfeiffer. A dirla tutta, anche la struttura narrativa non è quella americana. Il profeta ha senza dubbio un tono più amaro e commovente che avvolge il film dall’inizio alla fine. Eppure le due opere hanno effettivamente qualcosa in comune. Il giovane arabo Malik, come Scarface, è visto da tutti come un diverso, arriva in un posto che non gli appartiene, dove non è accettato subito dagli altri e per conquistare il suo spazio vitale nel mondo (e nella criminalità) dovrà iniziare a giocare sporco, con una posta sempre più alta e pericolosa. Il film Il profeta però ha il vantaggio di parlare del mondo di oggi, usando un profilo più umile per il proprio carismatico protagonista e soprattutto di mostrare anche il dramma morale vissuto da Malik nel dover prendere alcune decisioni difficili.
Se neppure così sono riuscita a incuriosirvi, non mi resta che darvi qualche indicazione in più sulla trama (sperando di non spoilerare). Malik fa il suo ingresso in carcere a 19 anni. Non è un ragazzo che ha vissuto nell’agio: è cresciuto in un orfanotrofio francese e conosce bene la vita da strada, ma si vede che ha un carattere schivo e buono. Il che ce lo rende subito simpatico. La prigione però ha le sue regole: o ti pieghi al più forte o sei morto. Malik non ha scelta e diventa così uno schiavo nelle mani del gruppo dei corsi. Eppure, esiste sempre la possibilità di riscattarsi. Nel bene o nel male. Inizia così a seguire un corso per imparare a scrivere e leggere, si dà da fare con i lavori interni, ma soprattutto obbedisce agli ordini dei corsi senza fare domande. Certo, questo non lo aiuta a socializzare con gli altri arabi del carcere, ma altrettanto certamente gli garantisce agio e protezione. Inizia così la sua scalata nel mondo della criminalità. E quando arriverà in alto chi si era comportato bene con lui verrà salvato, mentre gli altri non saranno risparmiati.
Audiard costruisce un film teso e dal ritmo serrato, che riesce a parlare di moltissimi temi con profondità e arte: cinematografica e narrativa. Affronta la questione della segregazione razziale e lo fa parlando della vita delle carceri, una realtà a se stante, ai confini della società civile, dove vengono rinchiusi gli individui “problematici”. Qui tutto è amplificato ed estremizzato, ma i conflitti sono sempre gli stessi: anche qui gli spazi sono divisi per etnia e a comandare sono i bianchi. Ma il messaggio più inquietante che in qualche modo passa è che qualsiasi uomo, se abbandonato a se stesso e costretto a vivere in condizioni di miseria, ignoranza, violenza e schiavitù, può trasformarsi in facile preda per la criminalità e usare le uniche armi in suo potere per farsi strada nella vita: la violenza e la corruzione. Fortunatamente però Audiard ha l’intelligenza di non sfociare nel predicozzo politico o in pesanti moralismi. Con il giusto distacco e affetto per il protagonista, la storia ci entra subito dentro trascinandoci con passione e intelligenza fino alla fine, regalando anche momenti di affascinante onirismo visivo da lasciare lo spettatore a bocca aperta.
Spero ora di essere riuscita a trasmettervi almeno un po’ della bellezza di questo film.
E, nel caso, fatemi poi sapere se vi ritroverete d’accordo con me oppure no…
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