A single man di Tom Ford
1962, Los Angeles.
Per l’America questi sono gli anni della guerra fredda, della paura dei russi e dei missili da Cuba. Ma non solo, gli anni ‘60 sono stati per gli USA un periodo di grande fermento: ancora stretti da una parte dall’ideale della famiglia perfetta ad ogni costo (anche a prezzo della felicità), e dall’altra già protesi in avanti verso la vitale rivoluzione giovanile che prenderà corpo, da lì a breve, proprio dalla California.
Il professore universitario di letteratura inglese, George Falconer, non è parte del mondo per bene. Lui da 16 anni convive con il suo amatissimo compagno. Da quando è morto però, a causa di un incidente autimobilistico, George ha perso ogni interesse per la vita. Lo incontriamo a questo punto, quando ha già deciso di trascorrere il suo ultimo giorno, prima di suicidarsi con un colpo di pistola. Per 90 minuti lo accompagniamo con tenera commozione in questa lunghissima giornata nella quale ogni suono, ogni profumo, ogni contatto umano sarà amplificato e assumerà un nuovo valore e significato, tanto da fargli riscoprire il desiderio per la vita stessa.
A single man è un’opera che fin’ora ha riscontrato premi e riconoscimenti soprattutto per i suoi attori, tra cui spicca una bravissima Julien Moore ed in particolare la notevole interpretazione di Colin Firth (sì, è proprio lui, quello di Bridget Jones): contenuta, toccante e coinvolgente, tanto da essersi meritato la Coppa Volpi a Venezia 2009 e varie nomination, tra cui quella agli oscar e ai golden globes.
Eppure il lavoro fatto da Tom Ford, qui al suo primo lungometraggio, non è affatto da sottovalutare. Di quest’opera, tratta dal libro Un uomo solo di Christopher Isherwood, Ford è sia regista che co-sceneggiatore (oltre che proprietario della stessa casa di produzione…!). Arriva da una lunga esperienza nel mondo della moda e da lì ha evidentemente affinato e mutuato un personalissimo senso estetico, fatto di corpi, colori ed eleganza. Certo, in alcune scene si può avere la sensazione di guardare una pubblicità di Armani & co., con tutti questi giovani modelli a petto nudo, ma è solo un’impressione. La storia infatti è piena di sensibilità, densa di frasi e momenti topici e la regia riesce a non essere mai banale, cercando invece di riflettere, con intelligenza e originalità, il complesso mondo interiore del protagonista.
I colori e il tempo sono al centro del lavoro visivo svolto da Ford. Per la maggior parte, il film mostra un mondo fatto di tinte piatte, spente, come poteva essere agli occhi di George la vita senza il suo compagno ma anche l’America stessa di quegli anni. Solo quando prova una vera emozione o rivive un ricordo, l’oggetto/soggetto del suo sentire si rianima e torna ad avere un colore acceso, vivo.
L’altro punto anticipato è la gestione del tempo. Nel film ci confrontiamo con una presenza quasi costante del ralenty, una scelta piuttosto inusuale per il cinema, che qui non è affatto gratuita e narra il momento di profonda solitudine e depressione vissuto dal protagonista, ma allo stesso tempo anche la sua graduale riscoperta del mondo e il suo rinnamoramento per la vita.
E per quanto sia ancora difficile parlare – al cinema e non solo – dell’amore tra due uomini (sulle lesbiche, va detto, c’è ancora un grosso tabù), questa pellicola ha sicuramente lasciato un suo segno assieme a Milk e Brokeback Mountain per la sua capacità di universalizzare e rendere accessibile a tutti un mondo che a volte spaventa, mostrandoci invece il suo lato più toccante e sensibile.
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