Il concerto di Radu Mihaileanu
Il concerto è uno di quei film a cui va riconosciuto un merito: quello di usare (in modo più o meno consapevole) il cinema come espediente per creare fessure attraverso cui insinuare curiosità, rivelare nuovi mondi.
Una sera malinconica sono entrata in sala con l’idea… nessuna idea in effetti, solo una vaga intuizione. Credevo si trattasse di un regista francese, figuriamoci. E invece Radu Mihaileanu è un rumeno ebreo che dopo la fuga dal regime di Ceausescu, studia cinema ed è oggi conosciuto per le sue commedie tragicomiche, a volte grottesche di denuncia sociale e politica.
Il concerto parla di un direttore d’orchestra, Andrei Filipov, il migliore del Bolshoi, che all’epoca di Brežnev venne umiliato e allontanato perché permise a degli ebrei di suonare nella propria orchestra. Non fu un gesto politico, né tantomeno umano, fu solo per egoismo, per amore della musica. Ed è questo che lo lacera, che non gli fa trovare pace. Per uno strano caso del destino, ha una nuova possibilità, suonare Il concerto di Tchaikovsky, la sua ossessione, al théâtre du Châtelet a Parigi. E così raduna la sua ex orchestra, persone ai margini della società, che si sono adattate ai lavori più svariati, che cercano di cavarsela in modi più o meno leciti. Il film parla della vita degli ebrei russi durante gli anni del totalitarismo, è una storia di disillusioni da entrambi i fronti, dove tutti sono in un modo o nell’altro ai margini. Non un film perfetto e senza sbavature, ma complessivamente ben costruito, una favola in cui si ride parecchio e volendo ci si commuove anche. Il suo valore però è un’altro: la musica è la vera protagonista che sbragalia regista, attori e sceneggiatura. E’ Tchaikovsky che ti inchioda alla poltrona.
In un epoca in cui fuori dai libri di iniziatori se ne incontrano pochi, in cui non capita spesso di ritrovarsi a discutere di questioni rilevanti, intrappolati nelle chiacchiere da bar, una serata al cinema può essere qualcosa di più. Magari una scoperta. Un’iniziazione, uno spiraglio verso nuovi orizzonti. Ed eccomi tra gli scaffali alti della libreria alla ricerca di Tchaikovsky. Vinili impolverati, lontana eredità. Che questa musica classica, ufficialmente ammirata e rispettata nella sua fredda magnificenza, non abbia qualcosa da comunicare anche a me? Che possa essere la soglia di un mondo incantato ancora inesplorato?
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3 Responses
Alessandro Riva
February 16th, 2010 at 02:12
1Creare e rivelare mondi dovrebbe essere lo scopo primo e fondamentale di tutta l’arte, oltre a quello di farci sentire tutta la potente ed ineluttabile insensatezza dell’esistenza.
Ho sempre pensato che il cinema sia un trionfo assoluto di falsità ed ipocrisie; artifizi di spazio, tempo e movimento, assenza assoluta di fatti e momenti (entrambi sempre creati e plasmati dopo, in montaggio). Eppure (anche e soprattutto per questo) nessuna forma d’espressione mi è mai parsa avere la stessa naturalezza (soprattutto quando il cinema arriva in qualche modo a parlare della vita in sè, non solo dell’uomo e dell’individuo) nel generare flussi di sensazioni e desiderio che solo la creazione (la rivelazione) di un nuovo mondo (momentaneo, effimero) e un incessante spalancarsi di nuove fessure attraverso cui guardare, osservare, spiare i simulacri dell’esistenza e dei desideri, possono permettere e far scaturire.
Non ho ancora visto Il Concerto, ma se Tchaikovsky ti ha rapito non puoi sicuramente puoi perderti The Music Lovers (L’ Altra Faccia Dell’Amore), di Ken Russel, 1970/71. Cinema inglese ribelle dei tempi che furono (Derek Jarman e Peter Greenaway gli devono praticamente tutto) e sicuramente molto datato oggi, ma ancora rabbioso, denso di impeto e meravigliosa ed eccessiva insensatezza, come la vita.
A me un vecchio film su Tchaikovsky aprì un mondo
ile
February 16th, 2010 at 11:42
2Grazie per la dritta!!
News dai festival, aprile 2010 | .speropoli
June 1st, 2010 at 20:35
3[...] La sezione fuori concorso è stata dedicata al cinema rumeno contemporaneo. Tra i film proposti Il concerto di Radu Mihaileanu e 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni di Cristian Mungiu. Un’iniziativa [...]
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