Park City, Utah (21 – 31 Gennaio)
Sì è chiuso da pochi giorni l’attesissimo Sundance Film Festival 2010. Cosa lo rende così atteso e famoso? Alcuni semplici motivi: è il più importante festival per il cinema indipendente americano (e non solo), un laboratorio creativo da cui Hollywood ha poi attinto molte delle sue leve; da molti anni ha come presidente niente po’ po’ di meno che il famosissimo e impegnatissimo Robert Redford (è anche giurato della sezione “Documentari”); da qui è partita la fama di registi quali Robert Rodriguez, Quentin Tarantino, Paul Thomas Anderson, Steven Soderbergh e la lista potrebbe continuare a lungo, con pellicole che sono arrivate anche agli Oscar. Un recente esempio tra tutti è Precious, vincitore al Sundance 2009 di tre importanti riconoscimenti (premio del pubblico, Gran Premio della Giuria e premio speciale per l’interpretazione dell’attrice protagonista, Mo’Nique) e ora candidato all’Oscar 2010 con ben 6 nomination (Miglior film, Miglior attrice protagonista, Miglior regista, Miglior sceneggiatura non originale, Miglior attrice non protagonista, Miglior montaggio). Una pellicola che non è ancora arrivata in Italia ma, ammettiamolo, l’attesa inizia a farsi sentire.
Ad ogni modo, ecco che cosa ci ha regalato quest’anno il Sundance, che vede tra i vincitori dei principali premi conferiti dalla Gran Giuria: Winter’s Bone di Debra Granik, per il Miglior Film Drammatico. Tratto dall’opera di Daniel Woodrell, parla di una giovane adolescente del Missouri che affronterà un lungo viaggio per riportare a casa il padre, in fuga dalla polizia. Nella sezione Documentari invece trionfano Sebastian Junger e Tim Hetherington, con il loro Restrepo. Per un anno i due autori hanno seguito un plotone di soldati americani in missione in Afghanistan, un’esperienza sulla guerra, così almeno dicono, tra le più intense e viscerali. Per la categoria pellicole internazionali, vince Animal Kingdom di David Michod, come miglior film drammatico, una storia sulla malavita di Melbourne, in cui si troverà immischiato il giovane Joshua insieme alla sua famiglia. Il premio per il miglior documentario straniero va invece a Josh Radnor, Mads Brugger, con il suo The Red Chapel, protagonisti un giornalista e un duo comico (di cui uno è mentalmente disabile) che dovranno fare uno spettacolo a Pyongyan: ufficialmente si tratta di un’opera commemorativa su un eroe nazionale, si rivelerà invece una performance in guerrilla-style contro le politiche oppressive del governo nord-coreano.
Seguendo le categorie del Grand Jury, anche il pubblico ha potuto esprimere il proprio parere, premiando così: Miglior film drammatico, Happythankyoumoreplease (di Josh Radnor), pellicola sulla vita di sei amici newyorkesi; Miglior documentario, Waiting for superman (di David Guggenheim) sulle difficoltà per milioni di bambini americani a poter accedere all’istruzione; per il Miglior film drammatico straniero vince Javier Fuentes-Leon, con il suo Contracorriente (Undertow); il pubblico infine ha premiato Wasteland di Lucy Walker come miglior documentario straniero. L’opera segue le orme di Vik Muniz, famoso artista contemporaneo che trasforma i materiali trovati nella discarica di Jardim Gramacho (la più grande discarica del mondo sita nella periferia di Rio) in prodotti artistici.
Di seguito infine un rapido elenco delle altre categorie, come sempre divise tra “Drammatico” e “Documentario”:
- miglior regia a Eric Mendelsohn (3 Backyards - drama) e a Leon Cans (Smash his camera – doc)
- miglior regia per film straniero a Juan Carlos Validivia (Southern District – drama) e a Christian Frei (Space Tourist - doc)
- miglior sceneggiatura a Debra Granik e Anne Rossellini (Winter’s Bone)
- miglior sceneggiature per film straniero a a Juan Carlos Validivia (Southern District)
- miglior montaggio per documentario a Penelope Falk, per il film Joan Rivers, a piece of work
- miglior montaggio per documentario straniero invece a Joelle Alexis, per A film unfinished
- premio per l’eccellenza a Zack Mulligan (drama) e a Kirsten Johnson e Laura Poitras (doc)
- i due premi speciali della giuria vanno invece ai documentari: Gasland di Josh Fox e Enemies of the People, diretto da Rob Lemkin e Thet Sambath.
Da citare poi, per lo meno per lo scalpore mediatico creato attorno a sé, è il film Buried, dalla regia dello spagnolo Rodrigo Cortés. 94 minuti all’interno di una bara: un’ora e mezza claustrofobica per l’attore, Ryan Reynolds, e lo spettatore. La trama è a dir poco pretestuosa, ma il risultato pare essere entusiasmante: un autista americano in Iraq, in seguito a un attacco improvviso, si risveglia imprigionato in una bara. Ha con sé solo un accendino e un cellulare. I suoi carnefici gli hanno dato la possibilità di salvarsi, ma il tempo non è dalla sua parte. Tornando all’offerta del Sundance va detto che qui si ha un’interessante selezione di cortometraggi, molti recuperabili anche in rete, youtube compreso.
E ora la domanda finale che dall’inizio di questo articolo ci tormenta (!?!): tra questi vincitori ci sarà un futuro nome della storia mondiale del cinema? “Ai posteri l’ardua sentenza”, direbbe il nostro caro Alessandro. Mentre a noi rimane il puro e meritato piacere di cercare prima e poi guardarli, nel buio di una sala o della propria stanza.
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