I Coen tra sacro e profano in “Burn after reading”
Burn After Reading, ha ben poco a che vedere con la CIA. In realtà con questo film, i Coen si sono voluti divertire a giocare con il mondo dello spionaggio, dando vita a una storia che è un continuo susseguirsi di personaggi ed eventi esilaranti, quanto grotteschi. Ma procediamo con ordine, almeno noi.
La trama non è facile da riassumere: una donna ossessionata dalla chirurgia estetica ritrova un nastro della CIA e con l’aiuto di un suo collega deciderà di ricattare il proprietario per avere dei soldi in cambio. I due non sanno però nulla né di quello che c’è sul nastro né chi sia questo Osbourn Cox. Nel frattempo la storia si ingarbuglierà ancora di più con tresche sentimentali, il coinvolgimento dei russi e il tragico epilogo finale. Il tutto sotto gli occhi impotenti e sconcertati della CIA. Contrapposta a questa apparente confusione della storia e dei personaggi, si colloca una regia elegante e pulita ed una messa in scena di elementi geometrici dal forte contenuto simbolico-religioso, in un continuo gioco tra sacro, dissacrante e profano.
Nel film troviamo infatti molte figure ricorrenti: il triangolo, le croci ed il quadrato unito al cerchio. Tutte riscontrabili sia a livello di elementi scenici (gesti di attori, quadri, vetrate e oggetti vari) ma anche di trama, pur se in continua trasformazione e complessificazione. Infatti, se inizialmente pensavamo di avere a che fare con due coppie sposate (un quadrato), con relativo triangolo amoroso, si scopre che la rete delle relazioni clandestine è molto più complessa di quanto si pensasse… E così se ne aggiunge un’altra. E poi un’altra. E un’altra ancora! Lo stesso discorso con la storia parallela del cd ritrovato. E ovviamente neppure la regia può esimersi dal gioco, ed ecco così carrellate verticali e orizzontali (croci), campi e controcampi di conversazioni a 4 o a 3, con i personaggi posizionati sulla scena per poter comporre il perimetro di un triangolo, e così via.
Difficile pensare che si tratti di pura casualità. Dopotutto si sta parlando dei Coen! A ben vedere, ciascuno di questi simboli si caratterizza per un significato ambivalente: uno religioso, l’altro prettamente umano. Pensiamo al triangolo, da sempre legato al divino, ma anche alla sessualità. Nel film troviamo sia forti richiami alla religione, sia amori mai dichiarati, tresche e riferimenti espliciti al sesso (un esempio su tutti: la poltrona costruita dal personaggio di Clooney!); due facce opposte di una stessa medaglia, qui presentate senza soluzione di continuità, quasi a ribadirne l’inevitabile convivenza e forse la totale assenza di distinzione. Almeno in questo mondo.
Altrettanto centrale è poi il simbolo della croce, segno delle relazioni, del contatto tra Cielo (asse verticale) e Terra (asse orizzontale) e di conseguenza del rapporto tra Dio e l’uomo. Non possono non tornare alla mente le due carrellate d’apertura, vero e proprio scontro/incontro tra i due assi. E staccandoci dal sacro per arrivare al profano, il film è un continuo intrecciarsi di relazioni, nient’affatto trascendentali, ma prettamente carnali e opportunistiche. Uomini i cui destini si incrociano in modi imprevedibili, superficiali e spesso tragici. Non vi è nulla di sublime o nobile nei loro rapporti, immersi in un profondo egoismo ed opportunismo esasperato.
Particolarmente interessante è infine l’uso fatto del cerchio e del quadrato, proposti sempre insieme, che richiamano subito alla mente la famosa “quadratura del cerchio”, ma anche (e di conseguenza) la rappresentazione dell’uomo vitruviano di Da Vinci. Qui sostituito dall’uomo dei Coen, che a ben vedere, così perfetto non è… Ad ogni modo, il cerchio nella simbologia classica e religiosa rappresenta il cielo, la perfezione divina (e guarda caso è proprio da lì che inizia anche il film), mentre il quadrato è il simbolo della terra, dell’ordine e dell’uomo o meglio ancora del suo essere perfetto perché creato dalla mano di Dio. Solo che i Coen fanno un ulteriore passo avanti anche rispetto al genio nostrano e all’asimmetria da lui introdotta, dimostrando come il disegno divino non sia affatto ineccepibile. Anzi, qui non sembra esistere alcun progetto né alcun architetto, ma solo uomini confusi, abbandonati a se stessi.
Cosa ci rimane allora di questa storia? Quale era il messaggio che hanno cercato di darci i Coen usando questi simboli? Nel loro continuo assalto al sacro, desacralizzato e reso assurdo; nella perenne trasformazione del “profano” in normale, tanto da rendercelo sub-normale, mostrano tutto il loro distacco da quel mondo da loro stessi messo in scena, fatto di solitudine, di incomunicabilità, di passioni superficiali, di vanità, di egoismi, di paure e di morti assurde e violente. E sarà proprio l’auto eliminazione dei protagonisti a rivelarci quanto, dietro quella patina ironica e assurda, i Coen abbiano invece una poetica e filosofia morale ben definita, rimarcando una posizione critica rispetto all’uomo medio del nostro tempo. Il tutto però condito con quel gusto per il grottesco, che permette ad ogni spettatore di guardare i loro film senza che essi risultino mai pedanti o noiosi, ma finire ogni volta per capirli e amarli un po’ di più.
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One Response
ile
January 31st, 2010 at 13:09
1Bello! Mi hai fatto venire una voglia matta di rivedere il film in quest-ottica. Sempre mitici Coen…
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