Allucinazioni Avatar

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Come una droga. Volendo parlare di Avatar mi son trovato di fronte all’imbarazzo di non sapere da dove incominciare. Diciamo che, tirando un poco le fila delle impressioni che ho avuto vedendo questo film, è come se avessi provato un qualcosa che capita sempre andando al cinema, ma in misura eccessiva. Sarà stato il 3D, sarà stata la forza pazzesca di quei colori e di quelle immagini, sta di fatto che mi son sentito brutalmente ingabbiato. Non che mi aspettassi di vedere un film diverso, ma neppure così. Si tratta senza ombra di dubbio di un vero spettacolo, totalmente coinvolgente, inglobante, addirittura fagocitante, oserei dire. Sì, un’abbuffata di effetti strepitosi, fuochi d’artificio ed esplosioni luminose mescolate a una forte musica, il tutto convogliato nel flusso e nell’incedere delle inquadrature.  Come se lo spettatore dovesse ingurgitare di continuo con gli occhi, per poi ritrovarsi a fine film paradossalmente svuotato, spolpato, divorato. Appunto. E il primo pensiero una volta fuori, nello squallore del multisala, tra i negozi a luci spente, giù in un parcheggio deprimente, è: cos’è stato? Da dove arrivano quei luoghi sublimi, voglio tornare. Ne ho ancora bisogno.

Il vaso ormai è aperto. Il pianeta delle meraviglie è stato svelato, ed ecco subito i mali che affiorano, infiniti, per errare fra gli uomini. L’invidia, la bramosia. Il sogno osceno, molto contemporaneo, di vivere in un corpo altro, più perfetto, forte e potente, che ci permetterebbe di scoprire un mondo più ricco e più vasto del nostro. Il rifiuto di ogni limite. Una sorta di ribaltamento assiologico, una reinvenzione perversa del motto di Delfi: “abbandona te stesso”. Il frutto di una curiosità presuntuosa e arrogante che ci manderà tutti in rovina. Ma c’era bisogno di Avatar per ricordarcelo?

Il disprezzo del logocentrismo. Da una parte la violenza della civiltà tecnologica, il distacco dalla realtà, la sete di potere, il paradosso della tolleranza (ti accetto se mi accetti prima tu), la natura come semplice mezzo, le armi, i palazzi e le lamiere. Dall’altra Pandora. Un mondo affascinante e complesso, ricco di piante e animali dai colori sgargianti e psichedelici, intriso letteralmente di un linguaggio profondo, abitato da una cultura evoluta. Un dio-pianeta-vivente dove ogni cosa è connessa all’altra, dove tutto è ciascuno in un altro tutto, in un altro uno, l’altro è nell’uno e l’uno è l’altro. Realizzazione autentica del sogno hippie anni sessanta (senza più bisogno di acidi?). Ma come al solito l’uomo rovina ogni cosa.

Storia già sentita, nulla di nuovo. C’è anche il solito vizio: quel che si critica è ciò senza di cui la critica stessa si ritroverebbe delegittimata. O meglio, criticare un modello pur continuando a godere dei privilegi che quel modello offre. Che sfacelo. E guarda un po’, tutto il carrozzone è retto dagli artifici 3D della “performance capture”, ultima frontiera ultratecnologica del cinema (chissà ancora per quanto). Il film è un esempio in atto, più o meno consapevole, del continuo tentativo di rimozione del chiodo col chiodo, tipico della nostra cultura.

Il grande bluff. In realtà un film come Avatar è perfettamente riuscito per ciò che non dice. Grida forte chiedendo a tutti noi di cambiare, ma dentro di sé sa che non capiterà mai, ed è contento perché questo è il motivo del suo successo. E lungo tutto il viaggio allucinogeno Cameron è cosciente? Non si sa, ma gli aneddoti narrativi e le diverse citazioni di cui fa largo uso nel film sembrano un modo per tutelarsi e rimanere aggrappato alla storia di un cinema ben riuscito. In ogni caso, senz’altro, quest’ultima lunga meditazione del regista ha il pregio di aver oltrepassato le forme consentite dal presente. Ma il film stupisce soltanto, e pure senza pudore. Profondità nascoste.

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3 Responses

  1. Golden Globe Awards 2010 | .speropoli

    January 23rd, 2010 at 18:51

    1

    [...] a trionfare è stato Avatar di James Cameron che si è aggiudicato i due premi più importanti: miglior film drammatico e miglior regia. Avatar [...]

  2. Giuperry

    February 4th, 2010 at 12:11

    2

    Penso che trattando tantissimi (forse troppi) temi che stanno a cuore a molti, Cameron sia riuscito fondamentalmente a parlare a quanti più cervelli possibile.. il messaggio credo che in realtà sia uno e uno solo..
    “Ci stiamo evolvendo.. sei dei nostri??”

  3. mattia

    February 5th, 2010 at 21:08

    3

    Beh, sì, e direi che è una domanda piuttosto imbarazzante…


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