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.viaggi nel cinema

Rugiada Africana nel cinema di Haile Gerima

TezaDurante Venezia 65 ho partecipato ad un incontro aperto al pubblico con il regista etiope Haile Gerima. Dopo averlo sentito dire a ripetizione per almeno 30 minuti di fila che noi italiani siamo dei fascisti, confesso di aver progressivamente fatto scemare le iniziali simpatie provate nei suoi confronti. E, insieme ad essa, anche la voglia di vedere il suo film in concorso, immaginandomi già una storia piena di rabbia e odio per noi italiani. Non che io sia particolarmente orgogliosa né grata ai politici del mio Paese, ma un po’ di sano patriottismo a volte ci vuole!

Così quel giorno settembrino scelsi di non andare a vedere Teza.
Tre ore dopo mi mangiavo le mani dalla rabbia, visto che tutti gli spettatori uscenti dalla sala in cui avevano proiettato il film ne parlavano entusiasti.
Ancora di più mi è roso vederlo venire premiato come miglior sceneggiatura e con il Premio Speciale della Giuria (guidata da Wim Wenders). Ho pagato così l’ennesima conferma che il nazionalismo esasperato porta solo a pessime scelte! Sconfortata, ho creduto per molto tempo che non sarei più riuscita a recuperare quel film. Figuriamoci se noi italiani avremmo mai distribuito pellicole provenienti dall’Africa! Ma anche stavolta mi sbagliavo…

Giusto qualche giorno fa scopro che un cinemino milanese (il President mi pare) proietta proprio Teza (che tradotto significa “rugiada”) di Haile Gerima. Inutile dire che non potevo proprio farmi scappare quest’ultima occasione offertami dal destino. Finalmente prendo posto in sala ed emozionata attendo il calare delle luci. Appena partono le prime immagini rimango subito a bocca aperta. Comprendo con imbarazzo di essere per la prima volta di fronte alla vera Africa. Quella dei suoi abitanti, guardata dagli occhi di chi ci è nato e di chi la ama, nonostante le sue contraddizioni, la sua povertà e i suoi conflitti interni. Fino a quel momento le uniche visioni che avevo di quella parte di mondo erano di film americani o comunque occidentali. E il confronto è abissale. Realizzo di essere in presenza di qualcosa di totalmente sconosciuto ai miei occhi. E ne rimango affascinata.

La storia raccontata è estremamente complessa e si dipana lungo un periodo storico particolarmente ampio e complicato, ovvero il ventennio ’70 – ’90, compiendo numerosi salti spaziali e temporali, tra Etiopia e Germania, e tra passato e presente. Questo nuovo mondo ci viene narrato attraverso gli occhi di Anbeber, un brillante ricercatore di medicina che si è laureato in Europa nell’intento di poter poi tornare per aiutare il suo Paese a salvarsi dalla piaga delle malattie. Scoprirà però, a sua spese, che il male che affligge la sua nazione è incurabile dalla scienza: non si tratta di un virus o di un’infezione, bensì di un tumore politico e ideologico che ha corrotto ogni parte del sistema istituzionale. Il regime comunista, inizialmente accolto con gioia ed entusiasmo, si è poi rivelato una dittatura ottusa e assassina, gestita da persone ignoranti e assetate di vendetta che stravolsero ogni speranza di emancipazione e riscatto sociale, politico ed economico per l’Etiopia e il suo popolo.

Attraverso il protagonista, Gerima tratta temi difficili e delicati come il dramma della memoria e del rimosso; del razzismo europeo e del fratricidio africano; della distruzione di un’intera cultura a vantaggio di un’ideologia freddamente importata e adattata, in modo distorto, a una realtà altra da quella di nascita ed infine della conseguente crisi intellettuale di chi credeva nella rivoluzione rossa.

Va detto, a onor del vero, che il regista, tra le tante virtù, non ha certo quella della sintesi. Il film infatti dura ben 140 minuti e spesso si perde nei pensieri silenziosi di Anbeber, ma la suggestione dei paesaggi, le soluzioni registiche adottate – che trovano la loro massima genialità nelle soggettive e negli incubi / allucinazioni del protagonista – nonché la forza stessa del messaggio di cui si fa portatore, ripagano infine non poco la relativa fatica dello spettatore.

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