La Marijuana al cinema: storia di una mentalità che cambia (I)

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Il cinema non è solo un’arte, è anche la storia della nostra società e del nostro modo di essere. Il ‘900 è storicamente il primo secolo ad aver lasciato delle testimonianze audiovisive della propria epoca. E allora partendo da queste premesse, abbiamo voluto qui tentare di abbozzare un viaggio trasversale attraverso le pellicole più famose, alla ricerca di come il tema della marijuana sia stato toccato, affrontato, ironizzato da grandi registi e grandi attori di diverse epoche. Il primo dato importante che emerge è l’enorme quantità di informazioni a disposizione, molto più ampia di quanto non si potrebbe forse pensare a prima vista. E non stiamo parlando solo di film esplicitamente dedicati alla marijuana o che hanno per tema storie di droga, questa sarebbe un’altra ricerca. Il nostro intento è quello tentare di raccogliere una serie di scene sparse qua e là all’interno di pellicole che principalmente parlano di altri temi. E’ l’analisi di queste scene non fondamentali, di questi particolari apparentemente secondari che meglio ci aiuta a scoprire la mentalità sottostante che di volta in volta emerge a proposito di questa sostanza. Naturalmente questo articolo non ha nessuna pretesa di completezza, una raccolta sistematica di tutte queste scene sarebbe un’impresa molto più ampia. Però qualche esempio tratto dai film più famosi è già sufficiente per farsi un’idea abbastanza significativa di come siano andate le cose.

Gli anni ‘30-’50: una droga terribile

Sappiamo che il proibizionismo e l’ostracismo della marijuana nascono negli USA negli anni ‘30 del secolo scorso, subito dopo l’abolizione del proibizionismo dell’alcol, per una campagna di opinione massiccia e non basata su prove scientifiche. In quegli anni l’opinione pubblica e persino la polizia, erano indifferenti al problema dell’uso di marijuana. Il consumo di questa sostanza era diffuso prevalentemente nei ghetti neri e si era legato al fenomeno musicale della nascita del jazz esattamente come negli anni ‘60 il consumo di derivati della cannabis e di altre droghe era legato ai movimenti di contestazione e alla musica dell’epoca. E sicuramente proprio la proibizione dell’alcol aveva anche in qualche modo incentivato il consumo e la diffusione di questa sostanza. La massiccia campagna contro la droga derivava poi forse anche da un altro fatto. La nascita dell’eroina, sintetizzata dalla Bayer e messa sul mercato nel 1898 come analgesico insieme all’aspirina, era stata libera e priva di controindicazione sino agli anni ‘20, quando ci si rese conto che dava assuefazione e fu proibita. Sostanzialmente la battaglia per mettere fuori legge la marijuana iniziata negli anni ‘30 doveva sfociare, attraverso l’ONU, alla messa la bando internazionale di questa sostanza che veniva appunto equiparata – senza alcun motivo medico fondato – all’eroina. Gli effetti della marijuana venivano descritti come terrificanti: il suo consumo portava a compiere omicidi e crimini, ad assumere atteggiamenti antisociali, e inoltre veniva imputata alla cannabis una dipendenza, una serie di alterazioni irreversibili e una distruzione in generale dell’organismo.

Dorothy ShortNel 1936 esce negli USA un film di propaganda molto interessante da questo punto di vista. Si tratta della commedia Follia d’amore (Love Madness) con Dorothy Short e Kennet Craig. Nella pellicola vengono denunciati attraverso i racconti di un preside di liceo, i danni e i pericoli di tale sostanza e soprattutto le tragedie che il suo consumo genera. Questo approccio era tipico della campagna proibizionista di quegli anni, costruita con una metodologia pseudo-scientifica fatta di collezioni di esempi tragici di personaggi e fatti di cronaca che consumavano atroci crimini. Naturalmente che la causa delle nefandezze descritte fosse da individuarsi nella marijuana veniva dato per scontato, anche se in realtà era quello che si sarebbe dovuto dimostrare. Questa mentalità si affermerà in modo sempre più radicato radicato negli anni ‘40 e ‘50 e i pregiudizi creati sono riscontrabili sino ai giorni nostri, anche se in maniera sempre minore.

Infernale QuinlanPassando dalla propaganda al cinema d’autore, per avere un’idea di come la marijuana era all’epoca considerata dall’opinione pubblica possiamo dare uno sguardo per esempio a una delle pellicole più celebri di un grande genio come Orson Wells: Touch of Evil (L’infernale Quinlan). La pellicola, uscita nel 1958, è un’amara denuncia della corruzione e del decadimento dei valori della società americana degli anni ‘50. Un episodio abbastanza marginale all’interno del film, è per la nostra ricerca molto interessante: Susan Vargas (Janet Leigh), moglie del detective protagonista interpretato da Charlton Heston, viene rapita e rinchiusa in una camera d’albergo e le viene somministrata a forza marijuana come fosse una tortura sino a che non cadrà stremata. La rappresentazione della scena è terribile, gli effetti appaiono devastanti, come l’orrore suscitato nello spettatore per le crudeltà inflitte.

Gli anni ‘60: conflitti generazionali tra tabù e mitizzazione

Ancora agli inizi degli anni ‘60 nella cinematografia americana la marijuana viene presentata come droga distruttiva sostanzialmente uguale all’eroina. La dolce ala della giovinezzaPer esempio ne La dolce ala della giovinezza (1962) di Richard Brooks, tratto dal dramma di Tennessee Williams. L’hascish e le canne – quindi i derivati della cannabis – sono lo sfondo dove ambientare la tragedia della tossicodipendenza. Geraldine Page, ricca nobildonna, diviene preda dell’hashish e diventa una derelitta di cui Paul Newman non può avere nessun rispetto.

Restiamo in quegli anni, spostiamoci in Italia e confrontiamoci con il grande e intramontabile Totò. Sì, non c’è da stupirsi, perché persino il principe de’ Curtis ha avuto a che fare con la marijuana, almeno sul palcoscenico. La scena non è più drammatica ma parodistica, la droga è un pretesto per poter dare sfogo alla comicità scanzonata e all’improvvisazione di Totò, ma l’opinione di fondo sulla cannabis è la solita. Stiamo parlando di Che fine ha fatto Totò baby? (1964) di Ottavio Alessi che mette in scena una sorta di parodia del grande successo “Che fine ha fatto Baby Jane” interpretato da Bette Davis.
Che fine ha fatto Totò baby?Nella commedia all’italiana Totò e Pietro sono due fratelli che vivono di espedienti e di piccoli furti. Quando rubano una valigia che però contiene il morto, nel tentativo di sbarazzarsene finiscono in una casa di campagna dove un eccentrico coltivatore di marijuana, credendoli assassini di professione, si offre di aiutarli a far sparire il cadavere se loro aiuteranno lui a uccidere la ricca quanto insopportabile moglie. Naturalmente Totò scambia la marijuana per insalata e in effetti la pianta che si vede nel film è molto più simile alla lattuga che non alla canapa, giusto per sottolineare come all’epoca non ci fosse nel senso comune italiano nemmeno l’idea di come era fatta morfologicamente questa pianta. Comunque, in un convegno di fumatori di marijuana, Totò, re degli equivoci, fa una bella scorpacciata di marijuana/insalata e diviene completamente folle al punto di commettere efferati delitti e omicidi. Il suo destino è di finire in manicomio: dal dramma si è passati alla commedia ma i pregiudizi sugli effetti rimangono invariati.

Ma lo scenario stava cambiando rapidamente. Gli anni ‘60 vedevano la nascita e la diffusione di un’altra mentalità. La cultura delle droghe, e non solo della marijuana, stava per diventare una cultura di massa, legata ai movimenti giovanili, alla contestazione e alla musica rock.

Easy riderTra i mille film che si possono citare come esempio di questa nuova era e di questa nuova generazione il più celebre è senz’altro Easy rider (Usa,1969), di Dennis Hopper con Peter Fonda e Jack Nicholson. E’ la storia di due hippy che attraversano gli Stati Uniti in motocicletta e incontrano uno strano avvocato alcolizzato (J. Nicholson) che si unisce a loro. La scena della sua iniziazione alla marijuana è esemplificativa. Il film, attraversato dalle musiche di Bob Dylan, Jimmy Hendrix e altri miti dell’epoca, diviene il manifesto e l’icona della nuova cultura degli anni ‘70. I protagonisti diventano invece le vittime della cultura dominante, in particolare il povero avvocato interpretato da Jack Nicholson che viene inutilmente assassinato da persone apparentemente benpensanti, proprio in nome del perbenismo e della normalità. E il messaggio del film è che i criminali non sono gli hippy e i giovani contestatori e consumatori di droghe, ma sono da ricercarsi dall’altra parte della barricata.
(continua…)

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2 Responses

  1. Anonymous

    January 11th, 2009 at 01:51

    1

    Molto interessante… quando continua???

  2. .speropoli

    January 11th, 2009 at 15:08

    2

    Sarà online tra due settimane!


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