Stella di Sylvie Verheyde

È il 1977. Stella viene catapultata dalla periferia operaia al primo anno di scuola media in un istituto della ricca borghesia parigina. E’ un’occasione, quella che sua madre non ha mai avuto e che ha pagato lavorando per una vita intera come cameriera, ma che Stella sembra non saper capire. Nella sua vita di tutti i giorni non è mai servito studiare. Vive con i suoi genitori nel bar/locanda di cui sono i proprietari, a stretto contatto con i clienti, operai o uomini emarginati, dai quali apprende tutto sul calcio, sulla musica pop, sulle parolacce, su come nascono i bambini e su come farsi valere in mezzo agli altri con la violenza, ma nulla di tutto questo serve per socializzare con dei ricchi bambini di 11 anni, né tanto meno sono spendibili nelle materie scolastiche. E infatti il primo giorno di scuola torna a casa con un occhio nero. Lo scotto per essersi ribellata a un ragazzino che aveva cercato di rubarle il pallone di cuoio. I rimproveri della madre da una parte, i complimenti del padre e dei clienti dall’altra. Disinteressata al suo futuro e alle lezioni, completamente sola ed incompresa dai coetanei e dagli adulti, passa le sue ore al banco assente e in silenzio, aspettando solo di poter tornare a casa e riprendere la sua quotidianità, facendo ritorno a quel mondo che perlomeno le è familiare, per quanto poco attento a lei e ai suoi bisogni.

Sarà l’incontro con la compagna di classe Gladys che cambierà completamente la sua vita. Pur di mantenere un’amicizia e superare la solitudine, Stella comincerà a interessarsi ai libri che legge la sua amica. Scoprirà così Balzac, Margherite Dumas e molti altri. Scoprirà di avere nuovi amici di cui potersi fidare, amici che vivono in fogli e parole stampate, ma che non tradiscono e commuovono con le loro storie. Mentre nel microcosmo del bar assistiamo a tresche amorose, tradimenti, liti, approcci pedofili, Stella inizia a capire che davvero la scuola e la cultura possono essere per lei l’occasione per uscire da lì e avere un proprio riscatto sociale e personale.

La colonna sonora danza insieme all’evoluzione della fanciulla. All’unisono con lei e i libri che legge, anche la musica che ascolta si fa più raffinata. Non più il jukebox del bar, ma vinili assaporati nell’intimità della propria stanza, testi più complessi nei quali ritrovare le inquietudini e le paure precocemente già presenti nella sua vita. Saranno proprio le sue conquiste in campo culturale a permettere un finale che lascerà intravedere una nuova maturità e la possibilità di un futuro migliore per la giovane protagonista.

Sylvie Verheyde ha scelto Stella per raccontare una storia che ha molto dell’autobiografico, per sua stessa ammissione, ma che ha il pregio di sapersi aprire al resto del mondo, raccontando disagi e problematiche che accomunano tutti i preadolescenti e che riattivano i ricordi di chi bambino non lo è più da tempo. E lo fa con forte emotività ma senza mai entrare troppo nella psicologia dei personaggi, mostrando ciò che la piccola vede e le conseguenze che il mondo esterno ha sui suoi comportamenti. Vediamo i suoi cambi di umore, le sue lacrime, la sua apparente freddezza e le sue fantasie adolescenziali. Di Stella viene assunto infatti non solo il punto di vista narrativo (ne udiamo la voce raccontare pensieri ed episodi) ma anche quello visivo, con frequenti soggettive che rafforzano il peso e la responsabilità del mondo adulto sui bambini e gli adolescenti. Un’infanzia che è sì protagonista, ma che é altresì troppo spesso schiacciata e impedita dall’assenza o incapacità dei più grandi.

Il film si apre (pur non volendo) a un inevitabile confronto con Les quatre-cents coups (I 400 colpi, di François Truffaut) – per quanto più ottimistico e positivo nel finale – ponendosi però da uno sguardo prettamente femminile, che permette alla regista Sylvie di sottrarsi a ogni più duro confronto con l’opera truffottiana. A tal proposito vorrei richiamare qui alcuni brani di una recensione che Jacques Rivette scrisse al tempo sul film di Truffaut (pubblicata nei Chaiers du Cinèma, n. 95, maggio 1959) (1). Certamente ne I 400 colpi c’è una drammaticità e una forza morale molto più pressante che nel film di Verheyde, così come lo stesso periodo storico e la grandezza del famoso regista della nouvelle vague rendono difficile se non presuntuoso qualsiasi paragone, eppure le parole usate da Rivette si sposano inaspettatamente bene con quello che è stato il risultato finale della cineasta francese e che vorrei qui riportare:

“Con I quattrocento colpi, rientriamo nella nostra infanzia come dentro una casa abbandonata dai tempi della guerra. La nostra infanzia, anche se si tratta in primo luogo dell’infanzia di FT: (…), no, non c’è un’infanzia “protetta”. Parlando di sé sembra che parli anche di noi: è il segno della verità, e la ricompensa del vero classicismo, che sa limitarsi al proprio oggetto, ma che lo vede bruscamente occupare tutti i campi del possibile” (p.28)

E ancora, se non soprattutto:

“La forza di FT è di non parlare mai direttamente di se stesso, ma di dedicarsi pazientemente a un altro ragazzino, che gli assomiglia forse come un fratello, ma un fratello oggettivo, e di sottomettersi a lui, e ricostruire umilmente, a partire da un’esperienza personale, una realtà ugualmente oggettiva, che filma in seguito con il rispetto più assoluto.” (p. 29)

È in questo, più che in alcune evoluzioni narrative, che i due film si assomigliano. In questa capacità di rendersi universali e di raccontare con delicato distacco, disagi e inquietudini del regista (attraverso il suo alter ego), ma anche di ciascuno spettatore.

Il film della Verheyde si inserisce anche nell’attuale, vivacissimo dibattito pubblico francese sulla scuola, sulle sue problematiche, sui suoi valori e sui suoi mutamenti, testimoniato tra l’altro dalle numerose pellicole sul tema uscite proprio negli ultimi anni. Si pensi soltanto al recente e riuscitissmo Entre les murs (La classe, di Laurent Cantet), ma anche a L’apprenti (L’apprendista, di Samuel Collardey) – che probabilmente non avrà mai distribuzione in Italia, ma che è stato premiato al Festival di Venezia 65, nella sezione “La settimana internazionale della critica”. Tutti film che hanno in comune la sospensione del giudizio e la messa in primo piano dell’individuo e delle sue difficoltà di fronte alle istituzioni (scolastiche in questo caso) e alla vita stessa.

A chiudere il cerchio, va fatto notare come nonostante Stella sia un film che andrebbe visto da genitori e figli (di qualsiasi età), per l’arricchimento di entrambi, (solo) nel nostro paese ha avuto il divieto ai minori di 14 anni. I soliti inspiegabili misteri italiani.

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(1) Recensione di Jacques Rivette, I Quattrocento Colpi di François Truffaut, in Cahiers du cinéma, n. 95, maggio 1959 (trad. it. di Andreina Lombardi Bom, dal volume “La Nouvelle Vague”, Minimum fax, 2004). http://www.minimumfax.com/video/2004/3/07_nouvelle_vague.pdf