The sky crawlers di Oshii Mamoru: un capolavoro incompreso

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The sky crawlers di Oshii Mamoru“Ma non è un film d’animazione! Mamoru lo avrà fatto perchè non aveva abbastanza soldi per fare un film vero.” Queste le parole di una spettatrice all’uscita dalla proiezione dell’ultima opera di Mamoru, presentata a Venezia 65. Al momento, appena udite, ho trattenuto a fatica un’esplosione di riso. Poi però quella frase ha continuato a seguirmi, spingendomi a chiedermi il perché di questa interpretazione. Quello che questa spettatrice (un po’ ingenua) ha messo in discussione in quel momento è la materia narrativa e il linguaggio cinematografico idoneo ai film d’animazione, in contrasto con quello dei film “veri”. Senza aprire un dibattito su cosa può essere identificato come film vero e cosa no, mi sono però chiesta: Che cosa si aspettava questa signora? E che cosa invece ha fatto Mamoru? Mi sono immaginata così una spettatrice media, abituata ai film che passano nei multisala. Per questo target, i film d’animazione sono solo quelli d’importazione americana, commedie apparentemente per bambini, fatte di dialoghi e gag esilaranti, che si susseguono rapidamente in un continuo rincorrersi di eventi ed azioni, con un lieto fine assicurato e una morale buonista. Questo probabilmente era il mondo di aspettative entro cui si era mossa quella signora. Guardando l’opera di Mamoru da questa prospettiva, la frase iniziale assume una sua giustificazione. Questo però ci apre scenari ancora più preoccupanti. Innanzitutto perché rivela il potere del cinema americano nel definire i confini del cinema stesso e delle aspettative dello spettatore. Secondo, perché indica la difficoltà di accettazione e comprensione – per il pubblico medio – di opere artistiche dal respiro più ampio, dove l’animazione diventa solo una delle forme espressive possibili per il cinema e non un genere con caratteristiche specifiche, dalle quali non può uscire, pena l’incomunicabilità o incomprensione.

Da questo punto di vista, il film di Mamoru, decisamente, non appartiene al “genere” animazione. Non fosse altro perché il suo The sky crawlers (tratto dal romanzo di Hiroshi Morii) affronta una tematica quanto mai drammatica e filosofica. I Kildren sono un gruppo di giovani, frutto di esperimenti in laboratorio, che vivono in una condizione di immortalità ed eterna giovinezza. Fermi all’età dell’adolescenza, vengono usati da un’organizzazione composta da adulti, come strumenti per intrattenere il pubblico di tutto il mondo. I Kildren sono infatti piloti di aerei militari, unici combattenti di una guerra di cui non conoscono – né sono interessati a conoscere – le ragioni né le cause. In una di queste basi si incontreranno Yuichi e Suito, con tutto il portato tragico delle loro storie e del loro rapporto.

Quello di Mamoru è un intenso lavoro sul concetto di tempo e sulla relativa materia cinematografica, sia a livello di regia che narrativo, per spostarsi poi al di fuori del cinema stesso e parlare allo spettatore. Buona parte del film si svolge sulla terra ferma e dal contrasto con le vorticose riprese aeree, emerge maggiormente la fissità nella quale vivono i personaggi, tradendone tutto il loro disagio ed il loro vivere in uno stato trasognante, unico modo per proteggersi dalla follia. Un malessere dettato da una vita che perde di desiderabilità e di valore, sia rispetto agli altri – il nemico, ma anche il mondo esterno che osserva i soldati uccidersi senza protestare – che rispetto a se stessi.

La stasi e l’emarginazione dal mondo nella quale vivono questi non-adolescenti nel loro quotidiano sulla terra, ha come contraltare la guerra aerea. Solo nei cieli i Kildren esperiscono la libertà di poter decidere cosa fare. Il volo è il loro unico momento di vita, laddove la vita è anche un continuo confronto con la morte.

Partendo dalle domande sul tempo e sul senso della propria esistenza, il regista si apre anche a riflessioni sull’età. Parla dei giovani d’oggi, sia quelli con l’infanzia rubata dalla guerra, sia in maniera più ampia dei giovani senza più prospettive per l’avvenire, inseriti in un mondo costruito da adulti che però non ha spazi per loro, se non all’interno della loro stessa spettacolarizzazione e strumentalizzazione.

Ma se la vita è un continuo crescere e cambiare, se è il confrontarsi con un limite (tra i quali, la morte), quale è il suo valore se si vive in un limbo perenne? Il film, dopo essersi interrogato a lungo su questo tema, non trovando risposta né nel mondo esterno né nel futuro, ripiega sullo sguardo del singolo, chiudendosi con una proposta di attaccamento alla vita, per certi aspetti amara e “compensativa”. Dalle parole finali del protagonista:

“But today is different from yesterday. And tomorrow is different from today. You can change the side of the road that you walk down every day. Even if the road is the same, you can still see new things”

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One Response

  1. ile

    September 14th, 2008 at 19:45

    1

    Sono curiosa di vederlo…


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